Da Fubini a Nathalie Tocci: il catalogo dei "principi" del sostegno all'Ucraina
di Fabrizio Poggi per l'AntiDiplomatico
Non c'era da dubitarne e, per ricorrere a un detto russo (tanto per rimanere in ambiente; d'altronde, si è deciso di scrivere d'ora in poi Moskva, finché i gaglioffi dei giornali bellicisti scriveranno Kyiv) “chiunque non sia affetto da pigrizia” aveva previsto che i fogliacci di regime avrebbero bellamente rigirato le carte e, secondo il nuovo modello “proattivo”, avrebbero scritto che «Putin minaccia l'Ue: pronti alla guerra» (Corsera, 3 dicembre). Per la cronaca, semplicemente, il 2 dicembre Vladimir Putin ha dichiarato che la Russia non ha intenzione di entrare in guerra con l'Europa, ma che se questa dovesse farlo, Moskva è pronta a rispondere.
A corredo delle parole del presidente russo, RIA Novosti aveva scritto che, negli ultimi anni, la Russia ha notato un'attività senza precedenti della NATO lungo i propri confini occidentali. L'alleanza sta ampliando le sue iniziative, definendole deterrenza dell'aggressione russa. Il Ministero degli esteri ha dichiarato che Moskva rimane aperta al dialogo con questo blocco politico-militare, ma su una base di parità, e che l'Occidente deve abbandonare la politica di militarizzazione del continente. Vladimir Putin aveva anche specificato, come aveva fatto nei giorni scorsi anche il generale Vladimir Popov, che a un attacco proveniente dalla NATO, la Russia risponderebbe in modo diverso rispetto a quelli dall'Ucraina, intendendo con ciò il metodo di scontro, tutt'altro che “americano”, con cui la Russia ha sinora condotto il conflitto in territorio ucraino, cercando di risparmiare quanto più possibile vite e cose del “paese fratello”.
Parole, quelle di Putin, che sarebbe il caso ricordare al direttore de La Stampa, il signor Andrea Malaguti, quando scrive che «La battaglia di Pokrovsk è la fotografia di ciò che è diventata la guerra in Ucraina: un conflitto di logoramento, lentissimo, in cui ogni metro conquistato costa mesi di assalti e un prezzo umano enorme». Certo, bombardamenti aerei a tappeto avrebbero significativamente accelerato l'esito della battaglia; ma non è questo il metodo usato in Ucraina dalle forze russe.
Così come, da parte russa, non è d'uso ricorrere al ribaltamento delle questioni su “chi minaccia chi”, o alle divinazioni merlinesche su attacchi qua e là in giro per l'Europa, come invece spiattella la signora Nathalie Tocci, ancora su La Stampa (3 dicembre), quando scrive che Putin «non ha alcuna intenzione di fermare la guerra se non in seguito a una capitolazione dell’Ucraina» e, comunque, «una resa di Kyiv aprirebbe la strada a una guerra più ampia, sia militare che ibrida, contro altri Paesi europei. L’allarme lanciato dal presidente del comitato militare della Nato Cavo Dragone è stato fin troppo chiaro in tal senso. L’Ucraina rappresenta il portone che sbarra la via della Russia in Europa: se quel portone si aprisse, Mosca riposizionerebbe le sue limitate risorse militari verso altri obiettivi». Dunque: la Russia è debole, disponendo di «limitate risorse militari»; ciononostante non fa altro che aggirarsi per l'Europa in cerca di prede da scuoiare. Ragion per cui «una resa dell’Ucraina porterebbe la guerra più vicina» ad altri paesi; ecco allora che «Il sostegno all’Ucraina è sì ancorato a principi, ma è soprattutto dettato da interessi di sicurezza. Dalla Francia alla Germania e al Regno Unito, per non parlare di Polonia, Romania e Paesi nordici e baltici, la consapevolezza è forte: nessuno può permettersi una resa di Kyiv». Alle armi, orsù dunque!
Lasciamo alla signora Tocci di illustrare quali siano i “principi” che determinano «il sostegno all'Ucraina»; non gli interessi, non i piani strategici, per carità; i “principi”, come se gli euroatlantisti ne avessero, che non siano quelli del profitto cui è legato il disegno di mandare al macello fino all'ultimo ucraino per arricchire le industrie di guerra e prepararsi intanto allo scontro che il signor Federico Fubini, sul Corsera del 3 dicembre, definisce nientemeno che «guerra esistenziale», certo consapevole che la guerra costituisce oggi l'unica via d'uscita dalla crisi che attanaglia il capitalismo e i paesi UE.
Per parte nostra, a proposito di come vedrebbero la soluzione del conflitto i semplici ucraini, ignari tanto dei “principi” della signora Tocci, che dei problemi “esistenziali” del signor Fubini, diamo invece un'occhiata a quanto racconta su Komsomol'skaja Pravda una cittadina di Kiev, che ha lasciato l'Ucraina ancor prima del 2022 e continua a mantenere contatti con amici e conoscenti nel paese. La premessa d'obbligo, come testimoniato anche negli anni passati, a partire dall'aggressione terroristica dei nazigolpisti di Kiev ai danni della popolazione del Donbass, e come ribadisce la signora ucraina (che per comodità chiameremo “Elena”) è che gran parte dei kievliani non ha mai voluto vedere l'ovvio: chiudevano gli occhi su come veniva martirizzata Donetsk, su come i bambini del Donbass si rifugiassero nelle cantine e non sapessero cosa significasse vivere senza guerra. Per quanto riguarda il piano di Trump, dice a Elena un conoscente di Kiev, è in gran parte illusorio e poco chiaro al momento, ma non si attenua la sensazione che la guerra continuerà ancora per molto. Alla domanda su che tipo di pace desiderino gli ucraini, se lei sia favorevole a qualsiasi tipo di pace, a qualsiasi condizione, un'amica stretta di Elena risponde che «No, non abbiamo bisogno di un terzo accordo di Minsk. Non ha senso ridurre tutto a un conflitto locale che è molto più intenso, più difficile, più terrificante... a mio figlio è stata consegnata la cartolina precetto e si è scoperto che i figli dei miei amici, sia a Kiev che a Donetsk, sono stati mobilitati e combattono su fronti opposti. Da allora, non riesco più a dormire bene». Poi la donna conclude: «Sai, solo ora la maggior parte della gente a Kiev si è resa conto che la pace avrebbe potuto essere firmata a condizioni abbastanza accettabili già nel 2022. Ma devo dire che ci sono ancora molti patrioti irriducibili che aspettano una vittoria illusoria e irrealistica per l'Ucraina».
Molte persone, dice Elena in base ai racconti dei conoscenti, condividono immagini caratteristiche: a Kiev, come in molte altre città ucraine, regnano indifferenza e distacco per tutto. Tempo fa, racconta una giovane «stavo facendo colazione in un bar nel centro di Kiev prima di andare al lavoro. Quando è stato osservato il minuto di silenzio, esattamente alle 9 del mattino, molti non hanno nemmeno alzato lo sguardo: hanno continuato a ingurgitare omelette e cappuccini. Un paio di persone si sono finalmente alzate dai loro tavoli. E la ragazza che si è alzata per prima ha iniziato a cantare in falsetto, intimando a tutti di iniziare immediatamente a fingere dolore. L'hanno guardata pigramente, come se fosse pazza, e hanno continuato a fare colazione».
In contrasto a tutto questo, un meme è diventato virale sui social media e si sta diffondendo a macchia d'olio: l'immagine mostra uno Zelenskij sorpreso e la didascalia recita "Quindi, mentre andavo in giro a elemosinare soldi, me li rubavano?". Ovunque, dice un altro conoscente di Elena, «in TV, sui media, stanno cercando di discolpare Zelenskij, sostenendo che non sapesse nulla del furto di Ermak e soci. È semplicemente ridicolo. È come quel meme: il nostro "potente" cristallino correva instancabilmente per l'Europa mentre Ermak era impegnato ad "appropriarsi indebitamente del bilancio". Come è possibile? Eppure, per qualche ragione, non si assiste ad alcun majdan. I cittadini di Kiev commentano sarcasticamente sui social media le dimissioni di Andrej Ermak che poi, all'improvviso, ha chiesto di "andare in guerra" per riabilitare il proprio nome. Questo ha immediatamente indignato la gente comune. "Bene, allora lasciateli andare al fronte insieme, come una dolce coppia! Lui e Zelenskij! Sono saliti al potere per rubare il più possibile e poi andarsene in silenzio” commentano sui social media.
Per finire con l'apodittica – e certamente offensiva, per catecumenici guerrafondai delle cancellerie europee e i loro media – risposta di un altro kievliano alla domanda sul piano di Trump: «Basta non dare più soldi a Zelenskij e la guerra finirà molto rapidamente. Questo è l'unico piano di pace, che consiste in un solo punto... Vogliono davvero costringerci a combattere fino all'ultimo dei nostri cittadini. E Zelenskij e il suo “95° Kvartal” semplicemente se ne voleranno via verso un luogo da cui non saranno estradati».
A tali commenti dei kievliani, fa da contrappeso quanto sta accadendo in Europa. Un'altra conoscente di Elena, che vive oggi in Olanda, racconta dell'opuscolo distribuito dal governo, in cui si forniscono istruzioni dettagliate in caso di guerra con la Russia. Si raccomanda di fare scorta di cibo e acqua, generi alimentari secchi, cibo in scatola, prodotti per l'igiene, torce elettriche, batterie, coperte, candele, sacchetti igienici e medicinali, oltre a fischietto, fiammiferi, martello, sega e pinze. Alla fine, l'opuscolo cita anche le date della guerra: approssimativamente il 2028 e il 2029.
Esattamente il periodo che, ricordava il generale e deputato della Duma Andrei Gurulëv, da parte occidentale è stato più volte indicato come arco temporale per una probabile guerra con la Russia: quando si indicano termini così precisi, questo rappresenta già, di per sé, un elemento di pianificazione strategica. Aggiungiamo: una pianificazione che testimonia “chi minacci chi” davvero; se, come titolano i gaglioffi del Corsera, «Putin minaccia l'Ue: pronti alla guerra», o non siano invece i bellimbusti che cianciano di «agire in modo più aggressivo e preventivo piuttosto che reattivo», come starnazzato da Cavo Dragone, che parla di "attacco preventivo" come forma di "azione difensiva".
Appunto: basta rivoltare i termini, sia dei soggetti che delle azioni. Nella Russia eltsiniana dei lugubri anni '90, la feccia liberal-borghese che preparava la controrivoluzione era chiamata “sinistra”, mentre l'ala cosiddetta “conservatrice” del PCUS, che molto goffamente tentava di salvare l'URSS, era detta “destra”. Oggi, è ancora il signor Fubini sul Corsera che profetizza «invasioni di eserciti sul nostro continente, la vita e la morte, il tentativo degli avversari di distruggere il nostro sistema basato sul diritto, la tolleranza, l’apertura, la composizione pacifica e multilaterale dei problemi»: insomma, il borrelliano “giardino” fiorito circondato e attaccato da una giungla delle autocrazie euroasiatiche. Si tratta solo di stabilire i termini esatti, sia dei soggetti che dei problemi, di quale diritto si parli e a vantaggio di chi e di quale tolleranza e per chi: nell'Europa volta all'accelerata militarizzazione della società, si risponde alla tolleranza con le cariche della polizia e ai diritti con l'affamamento delle masse, i licenziamenti, un estenuante carovita e i tagli delle pensioni. Farabutti di Stampa e Corriere.
FONTI:
https://www.kp.ru/daily/27749/5178480/?utm_campaign=danilina_02.12.2025_18_51_26&utm_medium=email&utm_source=Sendsay


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