Daniele Luttazzi - Per voi che stigmatizzate i “moniti” di Albanese, ora la stronzaggine si cura
di Daniele Luttazzi - Nonc'èdiche, Fatto Quotidiano 3 dicembre 2025
Impegnatissimi nel killeraggio di Francesca Albanese, poiché su Gaza ha detto quello che loro hanno fatto di tutto per nascondere, i giornaloni stanno tralasciando notizie che, seppur minori, non sono meno interessanti di altre. Ecco dunque una delle recenti Notizie dimenticate.
Una nuova speranza per gli stronzi. Per anni la stronzaggine è stata raccontata come una questione di volontà: “Basta essere più corretti”, “Basta essere più buoni”. Mantra ripetuti nei salotti tv mentre tutto rimaneva com’era: basti pensare allo stuolo di giornalisti che, partendo dalla parola “monito”, da giorni attribuiscono a Francesca Albanese intenzioni terroristiche che non ha mai avuto, nonostante le abbia subito smentite appena uno di loro ci ha provato, dando il la al resto del branco.
Qualcosa però sta cambiando. Una legge riconosce ufficialmente la stronzaggine come malattia cronica, e questo semplice passaggio formale sta aprendo una discussione che va ben oltre il linguaggio sanitario: significa affermare che la stronzaggine non è una colpa individuale, ma una condizione complessa, influenzata da fattori genetici, ambientali, psicologici e sociali. Significa, soprattutto, che chi ne soffre ha diritto a cure adeguate, continuative e scientificamente fondate. Lo stigma dell’essere stronzi è tra i più diffusi e invisibili: colpisce nei luoghi di lavoro, negli incontri sociali, negli stessi studi medici. Ed è uno degli ostacoli principali all’accesso alle terapie: troppi rinunciano alla visita dallo psicologo per paura di essere giudicati.
Ma adesso basta, parlare di Molinari. Una legge, da sola, non cancella questi meccanismi; però può dare il segnale che la società è pronta a cambiare sguardo. Se il principio è chiaro, l’applicazione pratica è molto meno semplice. In Italia i percorsi diagnostico-terapeutici dedicati alla stronzaggine sono pochi, spesso assenti. Da regione a regione cambiano le possibilità di essere seguiti da un’équipe multidisciplinare, composta da psicologi, psichiatri, assistenti sociali, terapisti occupazionali e personale di supporto.
Quale sia il loro ruolo è presto detto. Lo psicologo identifica le cause del comportamento da stronzo e sviluppa strategie di gestione del problema (coping). Lo psichiatra valuta la necessità di un trattamento farmacologico per curare eventuali disturbi mentali (depressione, ansia, psicosi) che possono fomentare la stronzaggine; monitora inoltre l’efficacia e la sicurezza dei farmaci prescritti. L’assistente sociale cerca di risolvere i problemi pratici che possono contribuire allo stress, e dunque alla stronzaggine: problemi finanziari, di alloggio, di lavoro. I terapisti occupazionali educano ad affrontare le attività quotidiane senza fare lo stronzo come quei giornalisti. Il personale di supporto, infine, è addestrato per gestire le crisi di stronzaggine in modo rapido e sicuro, utilizzando tecniche di de-escalation verbale e fisica, e garantendo il benessere di tutti. Un nodo riguarda le terapie: i farmaci più innovativi e gli interventi specialistici non sono sempre disponibili nel servizio pubblico, e questo rischia di creare un divario tra chi può permetterseli e chi no. Resta poi la formazione del personale sanitario: senza aggiornamento capillare, il rischio è che la legge resti una dichiarazione d’intenti.
Le campagne informative sono poi spesso generiche. Si tratta invece di affrontare una sfida culturale: cambiare il modo in cui parliamo di stronzi, di salute, di responsabilità individuale. Il percorso per trasformare in realtà il riconoscimento della stronzaggine come malattia cronica richiederà investimenti, formazione, coordinamento e soprattutto una nuova consapevolezza collettiva; ma, per stronzi e vittime, questo inizio rappresenta un raggio di speranza. Sarà quel che sarà, diceva Candido affidandosi serenamente al peggio.

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