Dati CENSIS: Andremo in pensione con il 65% dello stipendio

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Dati CENSIS: Andremo in pensione con il 65% dello stipendio

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di Federico Giusti e Emiliano Gentili

Dopo una vita trascorsa tra occupazioni precarie, part-time incolpevole e lavoro nero ci si deve arrendere ad assegni pensionistici miseri. Ma anche chi invece ha avuto un impiego full-time a tempo indeterminato percepirà un assegno previdenziale decisamente basso.

Le cause sono facilmente spiegabili con l’applicazione di quel modello contributivo che, giunti all’età di uscita dal mondo del lavoro, determina l’entità dell’assegno pensionistico sulla base dei contributi effettivamente versati durante l’intera carriera lavorativa.

Dovremmo allora prendercela con i governi e i sindacati confederali, che a cuor leggero prestarono il fianco alla liquidazione del sistema retributivo e del calcolo della pensione parametrato sugli ultimi anni di stipendio – il che costituiva, senza dubbio, un sistema più vantaggioso per lavoratori e lavoratrici.

Fatto sta che, per chi andrà in pensione dopo il 2050, nel migliore dei casi l’assegno previdenziale arriverà al 65% dell’ultimo stipendio. Chi invece si pensiona oggi, con alcuni anni calcolati col modello retributivo, arriva a quasi l’80%.

Ricordiamo, poi, che alla base della sostituzione del retributivo col contributivo c’era anche l’introduzione della previdenza integrativa, che nei fatti ha contribuito ad abbassare gli importi pensionistici e ha comportato la trasformazione del Trattamento di Fine Rapporto in una componente della rendita previdenziale. Non smetteremo mai di sostenere che una delle ultime cocenti sconfitte del movimento operaio è arrivata dalla sirena ammaliatrice della previdenza integrativa, che ha progressivamente ridimensionato la pensione pubblica, e difatti alla fine i lavoratori sono beffati due volte: percepiranno un assegno pensionistico basso e per innalzarne l’importo dovranno tramutare il tesoretto del TFR in pensione integrativa.

Eppure, in tutto ciò, il sistema previdenziale italiano continua a non prevedere un aumento dei contributi previdenziali per i datori, pubblici o privati che siano. Questa, forse, sarebbe una parziale soluzione – dopo decenni di sgravi fiscali, aiuti alle imprese e bassi salari. Secondo le nostre stime, un solo punto percentuale in più di contributi datoriali equivale pressappoco, oggi, a 6,2 miliardi. Un altro miliardo potrebbe derivare dall’aumento dell’aliquota IRPEF dell’1% per i redditi sopra i 50.000 €. Un aumento della base imponibile della contribuzione per i redditi sopra i 120.000 €, invece, farebbe incassare allo Stato oltre 4,5 miliardi. Altre risorse potrebbero essere reperite col recupero dell’evasione contributiva operata dai datori di lavoro: ben 9 miliardi l’anno sono destinati dall’Inps a coprire la svalutazione dei crediti non più esigibili, mentre – per inciso – gli sgravi fiscali alle imprese arrivano a circa 43 miliardi, sempre nel Bilancio Inps.

Alla base di tutto, però, occorrerebbe una politica salariale espansiva per aumentare il gettito contributivo: purtroppo i salari italiani sono tra i più bassi dei paesi Ue e, in rapporto al PIL, si fermano al 28,9%. In Germania siamo al 44,9%, e infatti in Europa l’Italia è venticinquesima su ventisette. Strano, poi, che i sovranisti antimmigrazione non colgano l’importanza dell’incremento della forza lavoro attiva per aumentare il gettito contributivo e sostenere, con ciò, il bilancio previdenziale dello Stato.

E invece uno dei motivi più gettonati per giustificare la riduzione del welfare previdenziale sarà proprio quello dei troppi pensionati rispetto alla forza lavoro attiva, che porterà ad aumentare il ricorso alla previdenza privata, ad andare in pensione più tardi e a lavorare più intensamente per accrescere la produttività.

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L’INFERNO DEL GENOCIDIO A GAZA

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"Questo genocidio non si è limitato a distruggere la mia vita o tutto ciò che possedevo: è andato ben oltre. Mi ha distrutto dall’interno.
Ha spazzato via la pace dal mio cuore, ha frantumato la stabilità della mia mente e mi ha contagiato con una strana sindrome dell’anima. "

Potrebbero benissimo essere parole di un sopravvissuto alla Shoah… 
In realtà sono parole di Wasim Said, sopravvissuto al genocidio a Gaza autore di questa testimonianza esclusiva:

https://www.ladedizioni.it/prodotto/linferno-del-genocidio-a-gaza/

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