Fact-checker o censura? La paradossale storia di un post "vero" bannato da Meta (e Reuters)
di Francesco Fustaneo
Ho sempre denunciato, in questi anni, come il confine tra controllo e censura nell'informazione sia sempre più sottile. Ho parlato del potere distorto dei fact-checker "convenzionati" con le big tech, di algoritmi opachi e della pericolosa deriva della politicizzazione dei contenuti, che troppo spesso si traduce in vere e proprie pratiche di ban pilotati sui social.
Oggi, però, non è più una discussione teorica. Oggi sono io, nella mia doppia veste di cittadino e di giornalista pubblicista regolarmente iscritto all'Albo, a dover denunciare sulla mia pelle un paradosso assurdo e preoccupante.
Tutto inizia l'11 gennaio 2026, quando pubblico sul mio account Facebook un post riguardante una ragazza che, con una sigaretta, brucia l'immagine dell'Ayatollah Khamenei. Nel mio post, attenendomi al mio dovere deontologico, dopo aver fatto le opportune ricerche, specificavo che, contrariamente a quanto riportato inizialmente da gran parte dei media, l'episodio non era avvenuto in Iran ma in Canada. Citavo anzi la corretta ricostruzione operata da una testata indiana, dando conto della notizia reale e sfatando la fake news diffusa altrove.
Fin qui, tutto normale. O almeno, così credevo.
Il 14 febbraio, a distanza di oltre un mese, ricevo una notifica da Facebook. Il mio post dell'11 gennaio è stato "bollato" con un avviso di fact-checking. La motivazione? "Il contenuto è privo di contesto". A supporto di questa tesi, la piattaforma linka un articolo di Reuters Fact Check UK.
La data di quell'articolo è il 14 gennaio 2026. Tre giorni dopo il mio post.

Il paradosso: Io censurato per aver scritto la loro stessa verità
Apro l'articolo della Reuters, incuriosito dal volere trovare l'errore che mi viene contestato. Con mio sommo stupore, invece, leggo che i fact-checker della più importante agenzia di stampa al mondo scrivono esattamente le stesse cose che avevo scritto io tre giorni prima: l'episodio della ragazza è avvenuto in Canada, e non in Iran.
Il mio post, con foto e link che smentiva la precedente fake news, viene quindi etichettato come "privo di contesto" da un articolo successivo che ne conferma la veridicità. Il mio "reato" sarebbe, in sostanza, quello di avere fornito il contesto corretto prima che lo facesse un fact-checker ufficiale.
La censura e il muro di gomma
Le conseguenze non si sono fatte attendere: il mio post ha subito restrizioni nella visibilità e nell'interazione, e su di esso campeggia ancora l'infamante e ingiusta etichetta di "contenuto privo di contesto".
A questo punto, ho tentato di fare ciò che sarebbe logico: contestare l'errore. Ho provato a utilizzare l'apposita funzione di ricorso sul social network, ma mi sono scontrato con un messaggio generico e grottesco: "La pagina al momento non è disponibile". Un muro di gomma digitale che impedisce qualsiasi possibilità di appello.
Ho scritto, infine, direttamente una mail ai fact-checker di Reuters, spiegando l'accaduto e allegando le prove. A oggi, non ho ricevuto alcuna risposta.
La novità, in questa vicenda, non è tanto l'ennesima restrizione subita per aver pubblicato una notizia vera. Bensì il meccanismo assurdo che porta un giornalista a essere censurato per avere scritto, in anticipo, la stessa identica cosa che il fact-checker ufficiale scriverà tre giorni dopo.
Questo ha poco a che fare fact-checking. Che ciò nasca da segnalazioni o algoritmi o qualsiasi altro elemento è un abuso che trasforma la verifica delle notizie in uno strumento di controllo e di affermazione di un presunto monopolio sulla verità. Una verità che, a quanto pare, vale solo se arriva da una fonte "convenzionata", e non anche da un giornalista iscritto all'Albo.

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