Fede ortodossa, libertà di coscienza e repressione: il grande fronte oscurato del conflitto russo-ucraino

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Fede ortodossa, libertà di coscienza e repressione: il grande fronte oscurato del conflitto russo-ucraino

 

di Daniele Lanza

Ormai giunti allo scadere del quarto anno di guerra è tempo che si presti attenzione – oltre che al tradizionale scacchiere bellico sul campo – anche ad un ulteriore fronte che rischia di rimanere sepolto, sommerso in mezzo al flusso di informazione che esonda dai notiziari bellici: quello della fede. Una lacerazione intensa e silenziosa in seno alla società ucraina, un conflitto di identità e coscienza che coinvolge la chiesa ortodossa, cosa purtroppo inevitabile partendo dalla premessa di fondo che quella russo/ucraina sia una vera e propria guerra civile tra rami differenti della medesima civilizzazione (e che quindi non risparmia alcun aspetto della società).

A monte di tutto ricordiamo la struttura fondamentale della chiesa ortodossa in Ucraina, generatasi da un’evoluzione storica di centinaia di anni: essa è inestricabilmente parte della chiesa ortodossa russa nella misura in cui dipende dal patriarcato di Mosca (così come quella bielorussa e quelle del Baltico del resto). Un aspetto naturale questo, se si considera il grado simbiosi che ha caratterizzato la storia del popolo russo e di quello ucraino nel corso dell’ultimo millennio  – nevralgico per capirne l’affinità – ma che da subito è risultato intollerabile per il regime ucraino instauratosi a Kiev sin dal 2014.

Da quel momento pertanto inizia una serie di pressioni sulla chiesa ucraina affinchè si distanzi dalla storia stessa, attuando una cesura col patriarcato di Mosca: questo per l’appunto avviene nel 2019 con la creazione della chiesa ortodossa ucraina autocefala ovvero del tutto indipendente. Il problema è che quest’ultima di fatto non è mai esistita storicamente e non rappresenta null’altro che la conseguenza di necessità politiche maturate nell’ultima manciata di anni: la volontà del regime al potere a Kiev di separare la propria popolazione da ipotetiche influenze russe, ottenendo tuttavia di stravolgerne la storia stessa. Accade dunque che la società ucraina si ritrova non tanto unificata contro la Russia, ma all’incontrario più divisa che mai al suo interno dal momento che - de facto - esistono ora 2 differenti chiese ortodosse: quella tradizionale (detta canonica) che esiste da sempre, e – contrapposta ad essa – quella autocefala, creata ex novo per ragioni politiche con la finalità di avere un’entità ecclesiastica perfettamente allineata alla dottrina di stato. 

Dopo il 2022, come da aspettarsi, la contrapposizione tra la chiesa canonica e chiesa autocefala ha visto una deflagrazione dagli effetti drammatici: lo giunta di Volodymir Zelensky ha iniziato a perseguitare sistematicamente la chiesa canonica, sfruttando anzi il conflitto come utile occasione per sbarazzarsene definitivamente. Quest’ultima negli ultimi ann è divenuta quindi un bersaglio fin troppo facile: l’accusa pervesiava di possibile collusione col nemico russo al di là del fronte, ha giustificato di fatto ogni sorta di abuso da parte delle autorità contro il clero tradizionale dell’ortodossia canonica.

Da questa lunga premessa è indispensabile partire per comprendere un caso drammatico come quello del metropolita Arseny (Igor Fedorovich Yakovenko), attualmente perseguitato dal potere ucraino alla stessa stregua di un agente al servizio del nemico. Si tratta infatti di una delle personalità più rilevanti del clero canonico, guida del monastero di Svyatogorsk dal quale non si è allontanato in alcun momento, anche quando esso si trovava all’altezza del fronte, con grave rischio per la sua incolumità (un missile ha infatti colpito il monastero) pur di prestare soccorso con la sua opera a centinaia di bisognosi. Malgrado questo, il religioso si è ritrovato improvvisamente bersaglio dell’iniziativa governativa: arrestato nell’aprile del 2024 e detenuto in un centro di custodia cautelare di Dnepropetrovsk, egli si trova ancora al momento attuale in stato di detenzione ed in condizioni assolutamente precarie (in una cella con temperatura attorno ai 10° gradi e senza riscaldamento se non grazie ad una stufetta portatile procuratagli da alcuni sodali, che hanno dovuto provvedere a fornirgli anche un bollitore elettrico ed acqua potabile). Un qualcosa che viola le stesse leggi ucraine in merito alla custodia cautelare – che non dovrebbe superare una determinata tempistica, come ovunque al mondo – ma soprattutto se si considera che è ai danni di una persona anziana dalle condizioni di salute precarie, cosa che getta un’ombra sulle reali intenzioni delle autorità ucraine.

Il metropolita Arseny aveva già dimostrato durante le udienze preliminari in merito al suo caso, tanto la sua estraneità alle accuse (assai confuse per di più) di collusione con le forze russe in avanzata, quanto il proprio cagionevole stato di salute svenendo a più riprese di fronte ai giudici. Incuranti delle sue argomentazioni del tutto logiche (poteva passare dall’altra parte del fronte assai facilmente, come ha dichiarato), l’autorità ucraina lo rilascia inizialmente ma solo per arrestarlo di nuovo a distanza di breve tempo: si configura in tal modo una persecuzione crudele, ma soprattutto emblematica dell’atteggiamento assunto dal regime di Kiev nei confronti della sfera religiosa.

Il caso del metropolita Arseny – cui fanno seguito anche altri casi rilevanti come quello del metropolita Feodosio di Cherkassy – illustrano con estrema chiarezza il principio persecutorio che la logica governativa applica nei confronti della chiesa canonica: quest’ultima rifiutandosi di cedere ai diktat di regime e di allinearsi ad esso è divenuta un nemico interno e trattata come tale, oggetto quindi di misure restrittive e spogliata via via dei propri beni a vantaggio della chiesa nazionale considerata “fedele”. Chi ne fa le spese maggiori è proprio il clero tradizionale, reo agli occhi di Kiev di non essersi conformato: si rende necessario quindi la sua eliminazione ed allontanamento pure in aperto contrasto con tutte le garanzie costituzionali nonchè coi principi sovranazionali cui l’elite al potere dice di aderire.

Immediatamente mobilitato un fronte di difesa per la chiesa canonica ucraina e i suoi esponenti, rappresentata a Londra da Robert Amsterdam (ufficialmente avvocato per tale chiesa), che difatti denuncia a gran voce il grado di soprusi che si stanno verificando nel silenzio generale: per direttiva del vertice politico capeggiato da Zelensky i servizi segreti ucraini (SBU) si sono mobilitati per reprimere e perseguitare personaggi come il metropolita Arseny in quanto pericoli per la coesione nazionale (così come la Francia rivoluzionaria del 1789 perseguitava il “clero refrattario” cioè armonicamente non allineato con lo stato). Un terrore che giuridicamente si fonda sul bando legale della chiesa canonica ucraina sul territorio dello stato, cosa che autorizza progetti di legge finalizzati all’esproprio delle proprietà ecclesiastiche, non soltanto risulta essere antistorica, ma soprattutto – cosa più rilevante – arriva a violare quegli stessi principi di libertà (centrali nella cultura eurocomunitaria e dichiarati nella stessa Convenzione europea dei diritti dell’uomo) cui il regime di Kiev dice di voler aderire.

In definitiva una situazione gravissima dal punto di vista morale e umano che purtroppo risulta oscurata presso i mezzi di informazione occidentali e che ancora una volta – come in molti altri casi – solleva gravi dubbi sulla reale natura delle forze ideologiche che predominano presso il vertice politico ucraino il quale, godendo di totale impunità, stravolge completamente la logica attuando una vera persecuzione religiosa di stato nel mentre che proclama di essere nel campo delle democrazie che lottano contro le dittature. 

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