I depositi di gas al minimo in Europa mandano in secondo piano l'Ucraina
di Fabrizio Poggi per l'AntiDiplomatico
Ci sono oggi due piani diversi degli atteggiamenti europei nei confronti della Russia. Uno è quello, ormai “classico”, dell'attacco portato per interposta persona attraverso la guerra “fino all'ultimo ucraino”. L'altro, che si sta particolarmente sviluppando con l'aggressione yankee-sionista all'Iran e, specificamente, con lo spaventoso acuirsi della crisi energetica, è quello delle caute aperture, egoisticamente interessate, al “dialogo”, sotto forma di possibile, parzialissimo, ritorno alle fonti di approvvigionamento russe, col destino dell'Ucraina vistosamente passato in secondo piano.
Per quanto riguarda il primo versante della questione, pur rimanendo oltremodo nebuloso, quantomeno a oggi, il destino dei colloqui russo-americano-ucraini sul cessate il fuoco, non è un mistero che i paesi UE abbiano promesso al regime di Kiev finanziamenti per altri due anni di guerra, allo scopo di impedire un accordo di pace siglato senza la loro partecipazione. Secondo Dmitrij Suslov, vicedirettore del Centro Studi internazionali integrati, l'atteggiamento dei vertici UE riguardo la questione ucraina è caratterizzato, da un lato, dalla preoccupazione delle élite europee per le proprie poltrone: «l'Europa non ha alcun interesse alla pace. Una pace senza una sconfitta strategica alle condizioni di Anchorage rappresenta una sconfitta strategica per l'Europa e un'umiliazione per gli attuali leader europei». I quali, d'altra parte, si muovono tuttora nella convinzione che, con la continuazione della guerra, a lungo andare la Russia esaurirà le proprie risorse e, nel giro di un anno e mezzo o due potrebbe trovarsi ad affrontare una crisi economica o una carenza di volontari, costringendo il Cremlino a misure impopolari. Per quanto riguarda l'Ucraina, afferma Suslov, il fatto che, nello stesso periodo di tempo, «possa essere annientata, non preoccupa l'Europa. Il fatto che possa scomparire non solo come regime di Kiev, ma anche come paese, è per loro un danno collaterale. Il loro obiettivo principale è l'indebolimento della Russia».
Così che dalla UE si continua a puntare sul prolungamento del conflitto, accelerando al tempo stesso la propria militarizzazione, con le spese di guerra al 5% del PIL e larghi investimenti nell'industria militare, senza curarsi peraltro delle possibili reazioni russe a un coinvolgimento diretto nel conflitto. Nei giorni scorsi, dopo gli attacchi missilistici col sistema “Storm Shadow” su Brjansk, che hanno causato numerose vittime civili, gli ambasciatori britannico e francese sono stati convocati al Ministero degli esteri russo e Moskva ha sottolineato che se Londra e Parigi continueranno a essere complici dei crimini di guerra di Kiev, saranno ritenute responsabili dell'escalation delle tensioni. L'attacco su Brjansk è apparso agli osservatori come un chiaro tentativo di Kiev di riportare l'attenzione sull'Ucraina e, da parte UE, di sabotare i negoziati trilaterali. A detta dello stesso Suslov, infatti, nonostante l'attenzione mondiale sia concentrata sul Medio Oriente, il dialogo tra Russia e Stati Uniti sull'Ucraina continua, e «gli europei vogliono interrompere il processo negoziale, che attualmente si sta svolgendo senza la partecipazione europea. Sebbene sia chiaro a tutti che, in linea di principio, con la partecipazione europea non può esistere alcun processo negoziale». Ecco dunque che, volendo dimostrare che, senza l'Europa, non può esservi alcun accordo di pace, stanno lanciando attacchi terroristici sul territorio russo.
Su questo punto, è stato oltremodo esplicito il cancelliere tedesco Friedrich Merz: ogni accordo di pace «è impossibile finché non saranno soddisfatte le aspirazioni europee e l'Europa non sarà seduta al tavolo delle trattative»; in altre parole, finché la Russia non subirà una sconfitta strategica».
Ma, si diceva, l'altro versante dell'atteggiamento europeo nei confronti della Russia è quello delle aperture, finora in ordine sparso, al “dialogo”, dietro la spinta della crisi energetica e per un possibile ritorno agli approvvigionamenti russi. Così, alle dichiarazioni del Primo ministro belga Bart de Wever, secondo cui l'Europa non può «strangolare Putin economicamente senza il sostegno USA» e, dunque, l'unica opzione possibile è quella di un accordo, ha fatto seguito quasi immediatamente l'annuncio del Presidente francese Emmanuel Macron di voler stabilire un canale di comunicazione diretto con la Russia per i negoziati di pace. E il Presidente finlandese Alexander Stubb ha dichiarato che «l'Europa si sta avvicinando al momento in cui dovrà aprire canali di dialogo politico con la Russia».
Tali reverenze, ironizza Kirill Strel'nikov su RIA Novosti, sono particolarmente divertenti, viste le voci secondo cui l'assistente presidenziale russo Jurij Ušakov avrebbe risposto con “originale deferenza” agli inviati francesi che erano giunti in Russia per chiedere qualcosa. Ma, come si sa, «la curva dell'orgoglio è inversamente proporzionale alla fame e al portafoglio vuoto. A quanto pare, qualcosa è successo nel magico giardino» europeista.
In effetti, è successo che i prezzi del gas sono aumentati di due o tre volte rispetto al 2024-2025, quelli della benzina del 20-30%, quelli dei fertilizzanti sono schizzati alle stelle e si prevede che i prezzi dei prodotti alimentari aumenteranno di una volta e mezzo entro la fine dell'anno. In una sola settimana, l'Unione Europea ha pagato in eccesso almeno sei miliardi di euro a causa dell'aumento dei prezzi del petrolio e del gas (anche dalla Russia).
Stando alla Reuters, «l'impennata dei prezzi del gas e del petrolio causata dal blocco dello Stretto di Hormuz ha messo l'Europa a rischio di una nuova crisi energetica, che non si sa come affrontare». E mentre i più avveduti si interrogano su dove rifugiarsi, ecco che, con una perfidia simile a quella della regina Brunilde nell'affidare a Hagen l'assassinio di Sigfrido, la solita Gertrud-der Leyen-Ursula dichiara candidamente che va tutto per il meglio e non c'è motivo di preoccuparsi: «Stiamo preparando misure mirate a breve termine»: misure che consentano ai monopoli europei di superare la crisi a spese delle masse popolari, ha mancato di specificare.
Anche il britannico The Telegraph singhiozza che «la Gran Bretagna si trova ad affrontare uno shock energetico che durerà anni» e la società di consulenza energetica LCP Delta testimonia che i prezzi aumenteranno quest'anno e il prossimo a causa di un'interruzione globale delle catene di approvvigionamento energetico, anche se lo Stretto di Hormuz riaprisse subito; una delle ragioni è che un gran numero di paesi d'Europa e d'Asia si contenderanno letteralmente gas e petrolio. Ma la ragione principale per cui l'attuale crisi energetica si protrarrà a lungo è data dal normale funzionamento dei mercati. L'intera storia delle principali crisi energetiche, ricorda Strel'nikov (1973-74, 1979-80, 1980-81, 1990-91, 2018-2019, 2002-2003, 2011, 2022, ecc.) dimostra che, anche dopo la fine della crisi, i prezzi non tornano mai ai livelli precedenti, ma si stabilizzano sempre su un nuovo plateau. Dopo alcune crisi, i nuovi prezzi erano superiori del 200 e persino del 300% rispetto a quelli precedenti, ma anche nei casi più lievi, l'aumento era stato almeno del 40-50% rispetto al periodo pre-crisi.
L'attuale calo dell'offerta globale di petrolio è quasi 2,5 volte superiore a quello registrato durante le più grandi crisi energetiche, come l'embargo petrolifero del 1973-1974 e la rivoluzione iraniana del 1979-1980. Secondo il think tank Chicago Council on Foreign Relations «le cose non potranno che peggiorare, sia per gli USA che per il resto del mondo».
Per quanto riguarda la Russia, però, ecco che, ad esempio, il prezzo del greggio marca “Urals”, trasportato sulle coste occidentali dell'India, sta raggiungendo i 100 dollari al barile, contro i 59 dollari previsti nel bilancio russo di quest'anno. Così che, dice Strel'nikov, non importa quando l'Europa busserà alla nostra porta: domani, dopodomani o l'anno prossimo, perché la crisi sarà lunga e soffocante. In ogni caso, le verrà detto che non c'è nessuno in casa. Proprio nessuno».
E se il premier britannico Keir Starmer, in occasione della tournée londinese e europea del questuante Zelenskij del 17 marzo, bofonchiava che si debba impedire che la guerra contro l'Iran si trasformi in una «fortuna inaspettata per Putin», è tuttavia proprio in questo quadro che ancora il presidente finlandese Stubb si vede costretto a dichiarare che Europa e Finlandia, con ogni probabilità, dovranno riconoscere de-facto concessioni territoriali dell'Ucraina alla Russia: «la Finlandia o un qualsiasi altro paese europeo non riconosceranno mai una cessione di territori de-jure. De-facto, ciò può avvenire, ma de-jure questo non accadrà mai».
A detta di osservatori ucraini fedeli alla junta nazigolpista, in parallelo ai problemi per Kiev relativi alla fornitura di armi antimissile all'Ucraina, ecco che «Putin si trova forse nella sua migliore posizione geopolitica degli ultimi anni. Le sanzioni vengono revocate, Putin guadagna 150 milioni di dollari al giorno e a marzo potrebbe potenzialmente guadagnare 10 miliardi di dollari dal petrolio».
In questo senso crisi ucraina e crisi energetica appaiono legate e, con le due, ecco che davvero, per l'Europa «la curva dell'orgoglio è inversamente proporzionale alla fame e al portafoglio vuoto», insieme alle riserve di gas che si vanno assottigliando. Di fronte a tale fame, non c'è Ucraina che tenga; come direbbe il Teseida boccaccesco «ciascun si guardi adunque di cadere e del non presto potersi levare se non gli è forse caro di sapere chi gli è amico o chi amico pare».
https://ria.ru/20260318/evropa-2081316232.html


1.gif)
