USA: Trump taglia sanità e istruzione per finanziare il Pentagono
La proposta di bilancio 2027 premia i generali e penalizza i poveri. Tagli del dieci per cento al welfare, un aumento record del quaranta per cento al Pentagono
Mentre i missili esplodono in Medio Oriente, a Washington si consuma un’altra battaglia, più silenziosa ma altrettanto spietata: quella contro i cittadini statunitensi. L’amministrazione Trump ha appena presentato la proposta di bilancio per il 2027, e il messaggio è molto chiaro. La priorità assoluta è la macchina da guerra. Tutto il resto, dalla scuola alla salute, dall’ambiente all’assistenza ai poveri, può aspettare. O meglio, può essere sacrificato sull'altare del profitto e della geopolitica.
La cifra fa girare la testa: 1.500 miliardi di dollari per il comparto difesa, un aumento del quaranta per cento rispetto all’anno precedente. Un incremento talmente brutale che persino i falchi del Pentagono stenterebbero a crederci, se non fosse che a firmare la richiesta è stato direttamente il presidente Donald Trump, circondato dai suoi generali e dai tecnici della contabilità bellica. "Stiamo combattendo guerre - ha dichiarato il presidente con la consueta franchezza - non possiamo occuparci dell’asilo nido, di Medicaid o di Medicare". La frase, destinata a fare il giro del mondo, suona come una condanna per il cosiddetto welfare state. Perché tra le righe non c’è solo una scelta di priorità, ma una vera e propria rinuncia alla responsabilità federale verso i servizi di base.
A pagare il conto di questa follia bellica saranno, come sempre, i contribuenti USA e le fasce più deboli della popolazione. Il documento inviato al Congresso prevede un taglio medio del dieci per cento su tutta la spesa non destinata alla difesa. Ma ci sono settori che vengono letteralmente decimati. L’Agenzia per la Protezione Ambientale, la famosa EPA, perderebbe il cinquantadue per cento dei suoi fondi. Il Dipartimento dell’Agricoltura subirebbe una riduzione del diciannove per cento, mentre la Nasa dovrebbe fronteggiare un meno ventitré. Persino l’istruzione vedrebbe un ulteriore taglio del 2,9 per cento.
Russell Vought, il direttore dell’Ufficio per la Gestione e il Bilancio della Casa Bianca, ha difeso la proposta con argomenti che suonano agghiaccianti per chiunque non viva nel mondo patinato dei think tank neoliberisti conservatori. "Dobbiamo garantire l’esercito più potente del mondo in un mondo pericoloso", ha detto. Per farlo, ha spiegato, è necessario eliminare agenzie definite "inefficienti". Un risparmio previsto di due mila miliardi di dollari, che però non basterebbe comunque a coprire il buco nero di una guerra - quella contro l’Iran, ormai entrata nel secondo mese - i cui costi reali nessuno ha ancora osato calcolare fino in fondo.
Le sue conseguenze sono già ben visibili non solo nei bollettini militari, ma anche nei prezzi dei carburanti e della benzina alle pompe nordamericane. L’aumento del costo dell’energia, provocato dalle tensioni sui mercati petroliferi, sta già colpendo duramente le famiglie a basso reddito. E proprio mentre il costo della vita sale, l’amministrazione decide di tagliare i sussidi per il riscaldamento destinati ai poveri, ridurre del tredici per cento i fondi per le politiche abitative e diminuire del dodici per cento quelli per la salute e i servizi umani. Un circolo vizioso perverso: la guerra fa aumentare i prezzi, e il governo risponde togliendo i sostegni a chi quei prezzi non può permetterseli.
Altro aspetto che segna la vicenda è il metodo. Per aggirare l’ostruzionismo democratico al Senato, l’amministrazione intende ricorrere alla cosiddetta "reconciliation", uno strumento che consente di approvare le leggi di bilancio con la maggioranza semplice, scavalcando di fatto qualsiasi mediazione. È la stessa strada già percorsa l’anno scorso per imporre i tagli al Medicaid e i requisiti lavorativi per i beneficiari. E ora si riparte da lì, con l’idea di colpire nuovamente la sanità pubblica. I repubblicani alla Camera, guidati dal leader Scalise, stanno già studiando nuovi "aggiustamenti" (linguaggio edulcorato neoliberista) ai programmi sanitari federali, cercando di farli passare sotto l’etichetta di lotta a frodi e sprechi. Ma tutti sanno che si tratta di tagli veri e propri.
Un’idea, per esempio, è quella di modificare i sussidi per i piani sanitari dell’Affordable Care Act, la riforma Obama tanto odiata da Trump. Secondo il Congressional Budget Office, questa mossa ridurrebbe i premi assicurativi dell’undici per cento, ma lascerebbe altre trecentomila persone senza copertura sanitaria. Un risparmio di trenta miliardi di dollari, pagato sulla pelle dei più vulnerabili. Un’altra ipotesi riguarda i prezzi dei farmaci: Trump vorrebbe introdurre la clausola della "nazione più favorita", che legherebbe i prezzi statunitensi a quelli più bassi praticati all’estero. Ma persino i suoi alleati al Congresso guardano con freddezza a questa proposta, perché sanno che l’industria farmaceutica non la digerirebbe.
Nel frattempo, i democratici protestano. "I repubblicani al Congresso vogliono tagliare la sanità degli statunitensi per pagare più guerra in Iran», ha scritto su X la senatrice Elizabeth Warren. E il rappresentante Brendan Boyle ha ribattezzato la proposta "America Last", capovolgendo con amaro sarcasmo lo slogan trumpiano "America First". Perché è proprio questo il paradosso: un presidente che promette di mettere gli Stati Uniti al primo posto, e che invece li sta gettando in una spirale di spese belliche insostenibili, indebitando ulteriormente un paese che ha già un debito pubblico di 39 mila miliardi di dollari e deficit annuali da due mila miliardi.
La senatrice Patty Murray, dal canto suo, ha definito la manovra "moralmente in bancarotta". E non si può darle torto. Perché mentre il Pentagono si prepara a incassare un miliardo e mezzo di dollari, i cittadini USA vedono tagliati i servizi essenziali, gli ospedali pubblici chiudono reparti e l’istruzione viene smantellata pezzo dopo pezzo. Il tutto per finanziare una guerra lontana, di cui nessuno è in grado di prevedere la fine, e dalla quale le grandi corporation delle armi usciranno comunque vincitrici, con i loro azionisti pronti a festeggiare.
Ora la palla passa al Congresso, dove la battaglia si preannuncia durissima. I repubblicani moderati, quelli che a novembre dovranno chiedere il voto ai loro elettori, sono già nervosi. "Vedremo", ha affermato il deputato Don Bacon, cercando di tenere il piede in due staffe. Ma la maggioranza repubblicana è risicata, e bastano poche defezioni per far naufragare l’intero impianto. Il presidente della Camera, Mike Johnson, dovrà dimostrare di essere un equilibrista capace, se non vuole che la sua maggioranza gli si sgretoli tra le mani.
Nel frattempo, però, i poveri, gli anziani, i malati, gli studenti e i bambini che hanno bisogno di un asilo nido guardano con angoscia a questa resa dei conti. Perché la guerra non si combatte solo con i missili. Si combatte anche con le forbici del bilancio.
E forse, a questo punto, vale la pena dire una cosa semplice, quasi banale. Questo non è un problema di destra o di sinistra. Non è una questione di democratici contro repubblicani, di falchi contro colombe. È la logica spietata di un capitalismo vorace che si traveste da patriottismo, ma che in realtà ha un solo dio: il profitto.

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