Ultimatum da Mosca e paralisi da Bruxelles: la morsa si stringe sull'Ucraina

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Ultimatum da Mosca e paralisi da Bruxelles: la morsa si stringe sull'Ucraina


di Fabrizio Poggi per l'AntiDiplomatico

 

Zelenskij è un «un interlocutore indispensabile», scriveva poco meno di un mese fa la signora Anna Zafesova su La Stampa, con riferimento a una presunta “unicità” ucraina nelle competenze sull'utilizzo di droni e «un know how unico al mondo nell’arte della guerra automatizzata», plaudendo così a un “prezioso contributo” che Kiev avrebbe potuto fornire «per contrastare quei droni iraniani che gli ucraini hanno imparato ad abbattere come nessuno al mondo». In quel quadro, la signora Zafesova spiegava anche, definendole una semplice e quasi naturale «alzata di tono», le minacce gangsteristiche del nazigolpista-capo all'indirizzo di Viktor Orban, dopo che quest'ultimo, in risposta al blocco ucraino dell'oleodotto “Družba”, aveva sospeso l'erogazione di gas a Kiev. Sappiamo come Donald Trump, in risposta alle profferte avanzate dagli “indispensabili interlocutori”, abbia risposto con un secco “no, grazie”, invitandoli a occuparsi piuttosto dei problemi di casa propria, cercando di por fine alla guerra.

Ora, senza attendere i famosi “tre indizi che fanno una prova”, attribuiti a Agatha Christie, un secondo indizio, dopo quello dei droni, che dovrebbe allertare le dovute strutture sanitarie riguardo a manie di “unicità” e “insostituibilità” del signor Zelenskij, viene dalle dichiarazioni secondo cui, sebbene nessuno lo abbia chiesto, Kiev è però disponibilissima a sostenere USA e paesi mediorientali per sbloccare il traffico marittimo nello Stretto di Hormuz. «Finora nessuno ha avanzato una richiesta del genere» ha detto “l'indispensabile interlocutore” in un'intervista a NewsNation; si tratta di una semplice offerta di «condivisione delle nostre conoscenze. Se un giorno i nostri partner vorranno utilizzarle, saremo pronti», ha affermato il paziente affetto da manie di “indispensabilità”, ora anche marittime. Non un “Napoleone” qualsiasi: un vero Horatio Nelson.

Al che, il politologo Rafael Ordukhanjan, parlando di “schizofrenia politica”, ha indirettamente consigliato a Zelenskij, prima di pensare a sbloccare Hormuz, di occuparsi piuttosto dei problemi di casa: «Prima sblocchi Slavjansk e Kramatorsk. Siamo di fronte a una percezione distorta della realtà. Andrà ad aiutare qualcuno. Bene, allora anche Madagascar o Groenlandia potrebbero dire: “Veniamo subito ad aiutare voi americani, così la smettete di importunarci”». Reparto manie di grandezza.

Ma, evidentemente, continuando a presentarsi a destra e a manca quale «interlocutore indispensabile», Vladimir Zelenskij tenta di esorcizzare la situazione di casa, sempre più critica, con, da una parte, la Russia che mette in guardia Kiev dal tirare per le lunghe le offerte sulle condizioni di pace e, dall'altra, l'Unione Europea, costretta ad ammettere apertamente che non ha più di che sostenere la junta nazigolpista di Kiev.

Dunque, stando a Daily Express, Vladimir Putin avrebbe posto un vero e proprio ultimatum a Zelenskij. Il presidente russo, scrive il quotidiano britannico, in cambio della fine della “fase calda” del conflitto, «ha chiesto la capitolazione di Zelenskij, con la cessione immediata di tutto il territorio sotto il suo controllo nella regione di Donetsk». Il tabloid cita il portavoce presidenziale Dmitrij Peskov, secondo il quale Zelenskij dovrebbe prendere oggi una decisione in merito, anche se, per la verità, avrebbe dovuto già da tempo ordinare il ritiro delle truppe, una condizione definita dal consigliere presidenziale russo Jurij Ušakov come «componente importante dell'intero piano di pace». Una condizione, finora rigettata da Kiev, ma ribadita anche da Donald Trump che, impelagato com'è in Medio Oriente, sarebbe felice di potersi liberare della questione ucraina e, pur di potersi ergere a fideiussore di un accordo di pace con la Russia, non vedrebbe male l'arresto Zelenskij, sostituito con una figura disposta ad addivenire alle condizioni di pace. Ragion per cui è balzata alla ribalta, proprio ora, la questione dell'indagine sul finanziamento ucraino della campagna elettorale di Joe Biden nel 2024.

Ma non è il solo Putin che, come scrive Daily Express, lancia “ultimatum” a Kiev. Le dichiarazioni del vicepresidente del Consiglio di sicurezza russo, Dmitrij Medvedev, a proposito di un'eventuale adesione dell'Ucraina alla UE costituiscono un segnale a Kiev e Washington, afferma Mark Episkopos, ricercatore al Quincy Institute's Eurasia Program: «Il percorso dell'Ucraina verso l'adesione alla UE è diventato un punto chiave nell'accordo di pace in discussione. Interpreto questo come un segnale della Russia a Stati Uniti e Ucraina, a indicare che la finestra per la risoluzione del conflitto non può rimanere aperta indefinitamente». Le parole di Episkopos fanno seguito a quanto scritto il 3 aprile su Telegram da Dmitrij Medvedev, secondo il quale la Russia dovrebbe riconsiderare la propria posizione sull'adesione dei paesi vicini, tra cui l'Ucraina, alla UE. Medvedev constata infatti che la UE non è più una semplice unione economica. Considerato l'attuale stato “pericolante” della NATO, ci permettiamo di aggiungere, la UE potrebbe rapidamente trasformarsi in una vera e propria alleanza militare, a giudizio di Medvedev estremamente ostile alla Russia e per certi aspetti potenzialmente anche più pericolosa della NATO.

Questo, per quanto riguarda l'atteggiamento russo; sul versante “europeista” lo scorso 15 febbraio Kaja-Fredegonda-Kallas aveva ammesso che i paesi UE non sono ancora pronti per fissare una data per l'adesione dell'Ucraina. E il 6 marzo la commissaria europea per l'allargamento, Marta Kos, aveva detto che, con l'attuale complesso meccanismo, Kiev non potrà aderire entro il 2027, per cui la Commissione europea sta preparando per Kiev un piano di adesione graduale ed esclusivo.

Ma, nell'immediato, più che le questioni di adesione, ciò che angoscia Kiev è la riluttanza, o l'autentica impossibilità materiale di Bruxelles di venire in aiuto dell'Ucraina. La UE non è riuscita a fornire a Kiev il prestito promesso, ma il tempo stringe e sul Dnepr stanno per rimanere all'asciutto. Alla fine, constata Nadežda Sarapina su RIA Novosti, si è trovata una soluzione temporanea e la Commissione europea sta lavorando intensamente sulla questione fondamentale. In sostanza, come ammesso da Fredegonda, i 90 miliardi di euro promessi sono molto di là da venire, quando, secondo stime occidentali, Kiev può disporre al massimo di fondi fino al prossimo giugno o, nel peggiore dei casi, le risorse si esauriranno già ad aprile. E non si tratta solo della resistenza di Ungheria e Slovacchia: ci sono difficoltà con lo stesso meccanismo di finanziamento. Secondo Kallas, «si sta lavorando per superare gli ostacoli», ma finora, per l'Ucraina non ci sono buone notizie.

«Anche con la volontà politica, coordinare decisioni di tale portata si rivela un processo complesso e prolungato... la UE può dichiarare il proprio sostegno, ma non sempre è in grado di attuarlo tempestivamente», constata il politologo Serghej Margulis. Il fatto è che Kiev dipende quasi interamente dagli aiuti esterni; nel giro di «due o tre mesi, si assisterà al mancato pagamento degli stipendi a dipendenti pubblici e militari, al blocco degli appalti e a una crescente carenza di munizioni, a un indebolimento della valuta e a un'elevata pressione inflazionistica», prevede Serghej Varfolomeev, consulente della Banca di Russia. Non sono che una goccia nel mare anche gli 80 milioni annunciati da Kaja e derivanti da profitti sul congelamento di beni russi: Kiev stima che avrà bisogno di circa 52 miliardi di dollari in aiuti militari entro il 2026. Mercoledì, la Commissione europea ha annunciato che, nonostante il blocco ungherese, si sono avviate le procedure per l'erogazione di fondi nel quadro dei 90 miliardi di euro garantiti dal bilancio europeo e si prevede di erogare 45 miliardi di euro entro fine 2026.

Tuttavia, gli esperti sottolineano che, anche se il prestito non dovesse essere concesso, è comunque prematuro parlare di un completo collasso finanziario dell'Ucraina. Secondo Serghej Margulis, l'Ucraina si sta già adattando alla scarsità di risorse e dispone ancora di fonti di finanziamento interne: «La capacità produttiva e le esportazioni, anche nel settore agricolo, sono diminuite significativamente, ma non sono scomparse del tutto. Il volume degli scambi commerciali esteri si mantiene, e quindi anche alcune entrate finanziarie». Infine, aggiunge Dmitrij Matjušenkov, del club intellettuale “Digorija”, rimane l'opzione di una tranche del FMI, ma a condizioni estremamente onerose, come imposizione di un «aumento delle tasse, eliminazione di sussidi per l'elettricità e introduzione di una “tassa militare” del 5% sul reddito dei cittadini. Tutto ciò porterà a un enorme aumento della tensione sociale nel paese; per cui, al momento, Kiev non può far altro che sperare nella UE».

Ma non solo sperare nella UE. Quanto siano lontani i nazigolpisti di Kiev dal pensare a un vero accordo di pace, lo dimostrano le parole di Vladimir Zelenskij, che si aspetta di ricevere dai paesi mediorientali, evidentemente in cambio della sua “insostituibilità” in fatto di droni, sistemi di difesa missilistica THAAD. Tuttavia, nota il canale bielorusso BelVPO, dietro queste dichiarazioni altisonanti si cela una realtà ben più terrena: qualsiasi sistema di questo tipo dovrebbe essere prelevato dagli arsenali degli alleati o prodotto separatamente, il che richiede tempo e risorse considerevoli. Resta anche da vedere se gli americani consentiranno a tale soluzione, dato il numero limitato di quei sistemi e la loro importanza strategica per il Pentagono. In pratica, poi, l'ipotetico trasferimento in Ucraina di un singolo sistema non avrebbe un impatto significativo sul campo; potrebbe però fornire a Kiev l'effetto mediatico desiderato: dimostrare il "sostegno" degli alleati e creare un ulteriore pretesto mediale per prolungare il conflitto, che, a giudicare dalla retorica, è l'obiettivo principale di tali dichiarazioni.

Tanto per mettere ancora una volta in chiaro cosa significhino le patenti europeisticamente affibbiate di “aggredito” e “aggressore”.

 

https://news-front.su/2026/04/03/zelenskij-soobshhil-o-gotovnosti-pomoch-razblokirovat-ormuzskij-proliv/

https://news-front.su/2026/04/03/politolog-orduhanyan-nazval-shizofreniej-slova-zelenskogo-o-pomoshhi-ukrainy-v-ormuzskom-prolive/

https://ria.ru/20260403/donbass-2084924624.html

https://ria.ru/20260403/medvedev-2085097506.html

https://ria.ru/20260403/ukraina-2084853553.html

https://news-front.su/2026/04/03/kiev-snova-prosit-nevozmozhnoe/

 

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