Il comune senso del pudore all’alba del terzo millennio
di Luca Busca
Rimango sempre sorpreso dalla mancanza di vergogna degli attori, in entrambi i sensi del termine, dell’informazione mainstream. Invidio la loro capacità sovrannaturale di presentare l’inverosimile senza far trasparire il minimo pudore. Per avere chiaro il quadro di questa inammissibile manipolazione della realtà, sono solito autoflagellarmi con la lettura quotidiana di La Repubblica, occasionale del Corriere della Sera, l’ascolto di TG1 e TG7. Chiedo venia per aver evitato, negli ultimi tempi, il cilicio degli insulsi talk show televisivi. Carenza compensata dall’iscrizione a diverse newsletter di propaganda di regime.
Tra queste, una spiccava su tutte le altre “... in occasione dell’8 marzo, Giornata Internazionale della Donna, noi di Amnesty International vogliamo ricordare che le pratiche autoritarie ledono i diritti e aumentano le disuguaglianze di genere e prosperano grazie al silenzio. Per contrastarle serve l’opposto: coraggio e un’azione collettiva che metta al centro libertà e dignità”. Un’iniziativa indiscutibilmente lodevole da assecondare senza se e senza ma!
La proposta acquista altro spessore etico e morale indicando le situazioni più gravi: “Per questo oggi voglio parlarti di tre contesti molto diversi tra loro — Iran, Sudan e anche l’Italia — dove, in forme e intensità differenti, i diritti delle donne continuano a essere messi in discussione.” In realtà il pri New File mo dubbio scaturisce dall’assenza della Palestina, dove lo Stato teocratico e criminale di Israele, spalleggiato dallo sponsor d’oltre oceano, ha trucidato decine di migliaia di donne palestinesi e le loro figlie.
Dubbio, parzialmente placato dalla presenza dell’Iran, luogo dove il 28 febbraio, appena otto giorni prima della festa della donna, centosessantacinque bambine sono state letteralmente fatte a pezzi, e private del loro diritto di diventare donne, dai criminali statunitensi (la loro responsabilità è ormai accertata: www.nytimes.com-2026-03-05-iran-school-us-strikes-naval-base). Leggendo meglio, però, si scopre che: “Dopo le proteste «Donna, Vita, Libertà» del 2022, le autorità hanno intensificato la repressione contro donne e ragazze che sfidano l’obbligo del velo. Arresti arbitrari, condanne, fustigazioni e persino pena di morte vengono usate per punire e mettere a tacere ogni forma di dissenso. [...] Indaghiamo da remoto, documentiamo le violazioni, amplifichiamo le voci delle donne iraniane e chiediamo responsabilità per le gravi e sistematiche violazioni dei diritti umani. Lo facevamo ieri e continuiamo oggi, ancora di più!”
In pratica le donne iraniane devono ringraziare i loro protettori statunitensi che pur di liberarle dall’odiato jilbab o hijab (il foulard per coprire i capelli ancora in uso anche in Italia), le fanno a pezzi prima di diventare abbastanza grandi da doverlo indossare. I luoghi comuni della propaganda occidentale sull’Iran volano ad ali spiegate sui canali di comunicazione di Amnesty International, senza il conforto del contraddittorio della maggioranza delle donne iraniane e senza che alcun accenno di vergogna affiori sui loro comunicati.
Donne che vivono un’altra realtà, come ci racconta Maddalena Celano: “Il tasso di alfabetizzazione tra le donne iraniane ha raggiunto cifre molto elevate, dalla cacciata dello Shah, stimato intorno al 97-99% per le giovani donne tra i 15 e i 24 anni. Le donne costituiscono la maggioranza degli studenti universitari e sono fortemente rappresentate nelle discipline scientifiche, tecnologiche, ingegneristiche e matematiche (STEM), rappresentando circa il 70% dei laureati in questi settori. Sono inoltre attivamente impegnate in politica e ricoprono ruoli fondamentali, anche in parlamento. L’Iran lascia ampia scelta alle donne nell’istruzione e nelle professioni; il vero problema non è il velo o altre sciocchezze “cosmetiche” inventate dai media.”
A tal proposito va ricordato che durante il “regno” dello Shah i dati relativi all’alfabetizzazione e all’istruzione femminili erano tragici. Non solo, l’imposizione dell’americanizzazione a suon di abbigliamento casual e di junk food, in un paese dalla cultura e dalle tradizioni millenarie, ha causato una reazione talmente vigorosa che, ancora oggi, l’Iran sia McDonald’s free (beati loro) e che la maggior parte delle donne sia favorevole a coprirsi i capelli, gesto divenuto un “emblema antimperialista”.
“Il nodo centrale per la “questione femminile” iraniana sarebbe un Diritto di Famiglia ancora retrogrado, un problema reale di cui, stranamente, nessuna femminista occidentale si è mai occupata. Le femministe colonialiste, liberali o di destra, non affrontano mai i problemi di sostanza giuridica, ma preferiscono concentrarsi su questioni strumentali e d’apparenza che servono solo a marcare una presunta superiorità morale occidentale e a creare caos mediatico. Per approfondire consiglio la lettura della splendida intervista di Francesco Santoianni alla ricercatrice Maddalena Celano pubblicata su L'AntiDiplomatico.
Questa “presunta superiorità morale occidentale” e la manipolazione mediatica sono finalizzate a “mostrificare” il nemico di turno, metodo che finisce per giustificare i crimini contro l’umanità che gli Stati Uniti compiono, spesso con il supporto di diverse “colonie”, nel costante tentativo di recuperare militarmente l’egemonia economica che stanno perdendo. Meglio, quindi, promuovere crimini contro l’umanità sulla base di notizie false, ma di origine democratica, che rispettare le culture degli altri paesi.
Slobodan Miloševi?; Saddam Hussein; Muammar Gheddafi; Bashar al?Assad. Hamas; misteriosi jihadisti nigeriani “ammazzacristiani”, tra l’altro vicini all’Isis, diventato buono dopo l’attentato a Mosca; Maduro; l’Iran intero; diventano mostri su cui le ONG della propaganda occidentale hanno investito e investono tutt’oggi i proventi delle donazioni e dei finanziamenti al fine di fomentare quei cambi di regime che, una volta falliti, danno luogo agli interventi militari statunitensi e/o israeliani.
In merito a questi proventi e bene sapere che: “Amnesty International è finanziata in gran parte dalle quote associative e dalle donazioni dei suoi membri in tutto il mondo. Afferma di non accettare donazioni da governi o organizzazioni governative. [ 132 ] Tuttavia, Amnesty International ha ricevuto sovvenzioni negli ultimi dieci anni dal Dipartimento per lo sviluppo internazionale del Regno Unito, [ 133 ] dalla Commissione europea , [ 134 ] dal Dipartimento di Stato degli Stati Uniti [ 135 ] [ 136 ] e da altri governi. [ 137 ] [ 138 ]” (Fonte english-wikipedia.org-Amnesty-International)
Amnesty International sostiene con orgoglio che il 70/75% delle proprie risorse provengano da piccole donazioni private. Dal 2017, però, non pubblica più lo “Income Report” ma solo lo “Amnesty International – Report and Financial Statements”, ovvero il bilancio annuale. In questo documento (www.amnesty.org-en documents-2025-en) le entrate sono presentate aggregate, senza il dettaglio dei singoli donatori istituzionali e delle fondazioni da cui riceve finanziamenti. Le entrate vengono divise in quattro sezioni:
- Donations and legacies (Donazioni e lasciti)
- Charitable activities (Proventi da attività istituzionali)
- Other trading activities (Proventi da attività commerciali accessorie)
- Investment income (Proventi finanziari)
La prima voce, Donazioni e lasciti, include: donazioni da privati; contributi da fondazioni; lasciti ereditari; donazioni straordinarie. I proventi da attività istituzionali derivano dalle attività svolte dall’organizzazione per il perseguimento delle proprie finalità. Cioè i contributi delle sezioni nazionali di Amnesty; i finanziamenti per progetti sui diritti umani; i contributi per programmi istituzionali. Diventa così impossibile stabilire chi finanzia realmente l’ONG. Probabilmente nel 2017 si è valutato che la pratica della “sponsorizzazione” delle rivoluzioni colorate fosse divenuta ormai di dominio pubblico e che non fosse il caso di rendere pubblici alcuni finanziamenti, quanto meno discutibili, che avevano caratterizzato gli anni precedenti. Alcuni di questi sono stati concessi annualmente e, quindi, è facilmente immaginabile che siano proseguiti anche dopo il 2016:
- Open Society Foundations (George Soros). Nei report finanziari di Amnesty compaiono grant (contributi) destinati a progetti specifici, ad esempio: programmi contro tortura e maltrattamenti; diritti dei lavoratori migranti; innovazione tecnologica per i diritti umani. (Fonte: report finanziario di Amnesty International. amnesty.org-Income- Report 2015) Nel documento sono indicati 631.000 £ di grant da OSF in un anno di bilancio. Un finanziamento specifico di € 137.000 fu concesso nel 2016 ad Amnesty International Ireland per la campagna My Body My Rights.
- Ford Foundation. È una delle fondazioni che ha finanziato Amnesty per più anni. I grant hanno riguardato: progetti su policing e diritti civili in Sudafrica; technology and human rights; programmi globali di “transizione” democratica, probabilmente un’evoluzione dell’ormai antiquata esportazione di democrazia, di cui gli americani come diceva Giorgio Gaber, sono portatori sani, la attaccano agli altri ma loro ne sono immuni. (Fonti fordfoundation.org-amnesty-international-limited e il precedente report).
- Oak Foundation, fondata da Alan Parker con i proventi della vendita delle sue quote a LVMH dell’azienda Duty Free Shoppers. La Oak Foundation ha finanziato Amnesty per: Global Transition Programme; iniziative sui diritti umani e governance globale. (Fonte il Report Amnesty del 2015, link sotto OSF).
- Rockefeller Foundation. Non ha certo bisogno di presentazioni! Ha finanziato Amnesty per programmi di educazione ai diritti umani. Materia, questa, che la famiglia Rockefeller ha potuto approfondire negli innumerevoli progetti di ricerca finanziati in Israele. (Fonte wikipedia.org-Amnesty-International).
- Humanity United, fondata nel 2001 da Pierre Omidyar (ideatore di eBay) e da sua moglie Pam Omidyar è strutturata come fondazione privata grant-making, ovvero finanzia altre organizzazioni e non opera direttamente. (Fonte amnesty.org-Income Report 2016)
È facile comprendere come, quando si beneficia di determinate sovvenzioni, diventi poi difficile rinunciarci in nome del rispetto dei diritti dei paesi non allineati con le logiche dei finanziatori. Va sottolineato che Amnesty gode di una credibilità molto elevata. Tale credibilità deriva anche dal ruolo che l’organizzazione ha assunto nel denunciare il mancato rispetto dei diritti umani e civili da parte dei paesi occidentali, posizione che l’ha frequentemente esposta a polemiche.
Infatti, in alcuni casi è stata addirittura criticata da Stati Uniti e Australia, anche se in maniera molto contenuta. Incredibilmente sembra che anche il genocida Israele non abbia molta simpatia per Amnesty. Impietoso il confronto con la disapprovazione manifestata dalla parte “orientale” del mondo: Repubblica Ceca; Cina; Repubblica Democratica del Congo; Egitto; India; Iran; Marocco; Nigeria; Pakistan; Qatar; Russia; Arabia Saudita; Thailandia; Vietnam.
Per comprendere meglio la dinamica di Amnesty International basta leggere il Rapporto annuale dal titolo “La situazione dei diritti umani nel mondo”. Nella relazione il pianeta è rappresentato come nettamente diviso tra un Nord, democratico e rispettoso dei diritti, e un Sud, totalitario e dimentico della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani accettata con l’ingresso nell’ONU. Lo stesso quadro che viene fatto da qualsiasi istituzione e media di propaganda occidentale. Il problema infatti non è esclusivo di Amnesty ma riguarda tutte le ONG che percepiscono fondi e, quindi, vivono grazie all’appartenenza al Nord del mondo, quello pronto a far guerra a chiunque non accetti l’imposizione della “democrazia”.
L’unica via di uscita e smetterla di finanziare queste strutture, rispettare le peculiarità culturali dei paesi che subiscono, attraverso le politiche neocolonialiste dell’Impero Americano, un continuo tentativo di assimilazione. Se si vogliono aiutare le donne e magari anche le bambine di questi paesi bisogna lavorare per impedire che vengano fatte a pezzi dalle forze “democratiche” statunitensi e israeliane. Occorre andare direttamente alla fonte, senza intermediari occidentali. Solo così si può avere la certezza di non diventare un ingranaggio nel processo di finanziamento dell’ennesima rivoluzione colorata e del conseguente “regime change”, più o meno violento.
Sembra facile ma non lo è. La logica occidentale della beneficienza, infatti, è quella di consentire esclusivamente il finanziamento di ONG che diffondono i valori del Nord euro atlantico, come l’esportazione di democrazia e i diritti di minoranze funzionali al proprio sistema consumistico, ignorando quelle culturalmente non omologate. Netto è anche il rifiuto della guerra e della tortura, con l’ovvia esclusione dei casi finalizzati al cambio di regime di paesi non allineati.
Tutte le altre forme di beneficienza devono essere vietate come dimostra l’arresto dell’architetto palestinese Mohammad Hannoun e dei suoi collaboratori, accusati di aver avuto contatti con rappresentanti del governo del proprio paese per la distribuzione degli aiuti raccolti. Va ricordato che Hamas, nel 2006, ha vinto le ultime elezioni che Israele ha permesso in Palestina. Un po’ come se i dirigenti delle tante organizzazioni che si sono attivate per la raccolta di fondi, in occasione del terremoto de L’Aquila o delle inondazioni in Emilia Romagna, fossero state arrestate per aver avuto rapporti con i rappresentanti delle due Regioni.

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