In Libia la Nato manda l’Isis per riaprire i pozzi

In Libia la Nato manda l’Isis per riaprire i pozzi

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<<Cosa c'è di nuovo in Libia ...?

Non molto, se non che i beniamini di qualcuno, Al Qaeda e Daesh, sono tornati nella parte occidentale della Libia, in una improvvisa e rapida restaurazione del loro regno, completamente liberi e indisturbati.

Sabratha (100 + km a ovest di Tripoli) è ora la loro roccaforte.

Così come Zawiyah (45 km a ovest di Tripoli) e Sorman tra loro.

A parte i libici, tra loro ci sono combattenti stranieri.

Ma chi se ne frega.

I leader libici di Al Qaeda sono tornati nel paese dopo aver trascorso 5 anni in esilio, tra Qatar e Turchia.

All'epoca erano ricercati dalla procura, ma ora ovviamente non più.

La domanda è: chi ha permesso loro di tornare?

Chi li protegge dalla legge? E chi li finanzia?

Ovviamente, gli americani “non hanno idea della loro presenza in Libia”.

Mentre il nostro Dabaiba è piuttosto contento di avere nuovi amici e sostenitori>>.

 

 

Il quadro impietoso ce lo fornisce un nostro contatto a Tripoli. Nessuno in Europa e in Italia ne parla. Lo facciamo noi qui sull’AntiDiplomatico, in contatto diretto con la Libia e liberi dalla propaganda di guerra.

Avevamo lasciato il povero nuovo primo ministro Fathi Bashagha alle porte di Tripoli, in attesa di una luce verde internazionale da Russia e Turchia che gli permettesse di entrare nella capitale e prendere possesso delle proprie stanze dopo il voto di fiducia ricevuto lo scorso febbraio, ma la luce vede non è arrivata e nel frattempo è successo qualcos’altro.

 

NUOVE ARMI E MERCENARI IN VOLO VERSO LA LIBIA

 

La Nato non è stata a guardare e ha mosso subito le proprie pedine già sporche di sangue sullo scacchiere libico.

Ha cominciato il Regno Unito, apertamente, organizzando voli cargo Boeing C-17A della Royal Air Force britannica, puntualmente segnalati dal sito Itamil Radar, che certamente non avranno portato a Tripoli caramelle.

Ha risposto la Turchia con aerei cargo militari Lockheed C-130 Hercules, atterrati nella base aerea di Al-Watiya, la principale base militare libica da 2 anni in pieno possesso delle forze turche.

Dal suo canto, l'Osservatorio siriano per i diritti umani (SOHR) riferisce che la Turchia si sta preparando a inviare un nuovo gruppo di mercenari siriani in Libia, in aggiunta ai 20.000 già segnalati sul terreno.

Secondo quanto riferito, il nuovo gruppo comprende circa 75 membri dell'Esercito nazionale siriano. I primi mercenari sono stati trasportati dalle zone controllate dalla Turchia nel nord della Siria agli aeroporti militari in Turchia e, a loro volta, trasferiti in Libia.

 

TORNA L’ISIS IN LIBIA

Non si sa invece chi abbia riportato in Libia Abdelhakim Belhaj, emiro dell’Isis, fuggito dal Paese qualche anno fa e rientrato in queste settimane. Ha subito eretto il suo quartiere generale a Sabratah, sulla costa occidentale della Libia, da dove si è reso già protagonista di omicidi a carico del personale di sicurezza della città.

Anche a Zawiyah, a ovest di Tripoli, ci sono stati violenti scontri tra le locali milizie, a loro volta prese alla sprovvista dall’arrivo improvviso di un pezzo di tale calibro dell’Isis.

Le preoccupazioni della Nato in Libia le avevamo già raccontate: con il nuovo asse Turchia-Russia espresso nel voto di fiducia a Fathi Bashagha, e con la chiusura dei pozzi come strumento di pressione sulle milizie che ancora appoggiano Abdelhamid Dabaiba (il premier uscente che ancora non ha abbandonato il proprio ufficio a Tripoli, appoggiato dalla Nato), l’allarme anche per l’Unione Europea era massimo.

Infatti, in un momento di estrema esposizione all’approvvigionamento di risorse energetiche, l’Unione Europea e la Nato non potevano permettersi di perdere anche la Libia.

Infatti già qualcosa si muove sul fronte della vendita del petrolio. Gran parte dei pozzi restano chiusi, ma lo spauracchio del ritorno dell’Isis in Libia deve già aver provocato qualche effetto.

L'amministrazione del porto libico di Zueitina ha dichiarato che 600.000 barili di greggio libico sono stati esportati in Italia attraverso la petroliera MT Seastar.

Il mese scorso infatti la NOC (National Oil Corporation) aveva interrotto le esportazioni anche da questo terminale libico dopo che un gruppo di persone era entrato nell'unità e aveva impedito ai dipendenti di lavorare.

Tuttavia il presidente del Parlamento libico (l’unico, quello insediato a Tobruk e che ha votato la fiducia a Bashagha) ha affermato che "i giacimenti petroliferi chiusi in Libia riapriranno solo dopo la creazione di un meccanismo per distribuire equamente i ricavi a tutte le regioni”.

Come a ribadire il solito vecchio concetto mai attuato: i proventi del petrolio non devono servire per finanziare milizie e gruppi armati in Tripolitania.

 

PETROLIO, MILIZIE E ISIS: IL GIOCO DELLA NATO

 

Infatti ha prodotto molta eco in Libia un’intervista rilasciata dall'analista politico libico Mukhtar Al-Jadal, il quale ha affermato che ”i proventi del petrolio vanno ad armare le milizie e non il popolo libico, che soffre per la povertà e il deterioramento delle condizioni economiche”. "Finora non esiste un meccanismo per la raccolta dei proventi del petrolio, e tutto ciò che viene presentato sono semplici proposte. In Libia ci sono regioni che producono petrolio e regioni che lo esportano, oltre a regioni che non beneficiano dei proventi del petrolio".

Ha rincarato la dose Fawzi Al-Mansouri, maggiore generale dell'Esercito nazionale libico (LNA), il quale ha confermato che i proventi del petrolio vengono spesi per finanziare le milizie, quelle che lui combatte e che vorrebbe smantellare. "Le ripercussioni della crisi tra l'LNA e Dabaiba minacciano di far crollare l'unificazione dell'istituzione militare. Dabaiba è una delle persone che non vuole la pace per la Libia", ha dichiarato Al-Mansouri in un comunicato stampa.

 

BASHAGHA S’INCARTA E RIPARA A SIRTE

 

Ma che fine ha fatto Fathi Bashagha? Il parlamento libico ha votato per insediare a Sirte il nuovo governo, mossa che rappresenta il più chiaro riconoscimento dell'impossibilità di Bashagha di entrare a Tripoli, cosa he avrebbe scatenato una nuova guerra nel Paese.

La luce verde non è arrivata e tutto lascia pensare che non arriverà. Anche Aguila Saleh, portavoce del parlamento libico, ha aggiunto che il lavoro del governo Bashagha da Sirte gli permetterà di operare in "completa libertà e non sarà vittima di estorsioni da parte delle milizie o di chiunque altro”.

Quindi, in qualche modo, tutti si sono rassegnati a non andare allo scontro frontale, lasciando però a questo punto che la costa ad ovest di Tripoli si esponga a una nuova militarizzazione da parte degli affiliati dell’Isis, al fine di mantenere sotto controllo, se non proprio i pozzi (situati nel sud della Libia) almeno i terminali.

A commento di questo passaggio, lo stesso Bashagha ha dichiarato, con un filo di impotenza: “chiedo un dialogo globale nel quadro della riconciliazione nazionale, rivolto a tutte le forze politiche, sociali e militari che desiderano stabilire una solida vita civile".

Tuttavia un mezzo passo falso è stato commesso, quando ha rilasciato al Times un’intervista in cui ha dichiarato che la Libia sta con l’Ucraina contro l’aggressore russo. Frase che per giorni lo stesso Bashagha ha negato, fino poi a rassegnarsi ad essere caduto nell’imboscata del quotidiano britannico, intenzionato a mettere in difficoltà il premier votato dal Parlamento e difendere le posizioni del proprio governo britannico, schierato invece con il premier uscente Dabaiba, ancora  nelle sue stanze a Tripoli.

In Libia la reazione è stata robusta, molti hanno criticato le parole di Bashagha che ha cercato di fare marcia indietro, ma ormai la frittata era fatta. Se non altro con questa trappola il Times ha dimostrato che neanche Bashagha probabilmente è quel premier di cui la Libia avrebbe bisogno.

 

NATO ED EUROPA PRENDONO TEMPO PE LIMITARE I DANNI

 

Nel frattempo gli USA tessono la loro trama: Stephanie Williams ha avuto un incontro con il presidente dell'Alta Commissione elettorale nazionale (HNEC), Emad Al-Sayeh, per discutere dei preparativi per le elezioni.

La parola d’ordine è “elezioni”. Di solito è la parola che gli Stati Uniti usano per prendere tempo, quando non hanno altre idee a portata di mano.

Inoltre, per quel che valgono agli occhi occidentali le elezioni in Libia (il Parlamento votato nel 2014 non si è mai potuto insediare a Tripoli), alla peggio sarà un buco nell’acqua anche questa volta e intanto si toglie legittimità a chi la legittimità oggi l’avrebbe: appunto, Bashagha, forte della fiducia del Parlamento.

Interessante l’esito del nuovo sondaggio di Libya Stats. Domanda per i Libici: cosa pensate della missione delle Nazioni Unite in Libia (altro modo per chiedere un parere sull’operato della Stephanie Williams, donna forte degli USA all’interno della missione ONU in Libia): 94% pessima, 4% buona, 2% eccellente (vedi foto).

 

 

L’Europa dal canto suo al momento riceve solo brutte notizie (e infatti nessuno le riporta per non scoraggiare gli animi della nostra propaganda di guerra): "Le capacità esistenti non ci permettono di aumentare la produzione”, ha dichiarato il nuovo ministro del petrolio Mohamed Aoun, del nuovo governo che riparerà a Sirte dopo le porte sbarrate a Tripoli.

In ogni caso la produzione libica rimane bloccata. Lo stesso Aoun ha osservato che "la Compagnia Zueitina, Akakus e Sarir, alcuni dei campi di Mellitah e i campi della Compagnia Sirte sono ancora chiusi. La produzione non è ancora ripresa, ma due navi sono state riempite per alleviare la pressione sui serbatoi di stoccaggio del porto petrolifero di Zueitina", ha aggiunto.

Una di queste partita per l’Italia, come detto.

"La Libia non è in grado, al momento, di diventare un'alternativa al petrolio russo per l'Unione Europea. Forse questo obiettivo sarà raggiunto entro cinque o sette anni", ha risposto il ministro a una domanda dell'agenzia russa RIA Novosti a fine aprile.

"Non credo che nel prossimo futuro avremo la possibilità di aumentare le quantità di gas da esportare. Non credo che saranno le quantità effettive a risolvere la crisi di carenza di gas nell'Unione Europea", ha dichiarato.

Quanto all’Italia lo stesso Aoun ha dichiarato che, “nonostante l'accordo per la fornitura di gas libico, il bisogno di energia all'interno della Libia negli ultimi anni ha portato al recente accordo con le compagnie italiane per ridurre le quantità di gas esportato per uso interno".

Ha aggiunto poi che è "possibile aumentare le quantità esportate nei prossimi anni in modo graduale, ma non direttamente oggi".

Come a dire: niente gas. E anche se ci fosse, per ora è tutto chiuso.

Michelangelo Severgnini

Michelangelo Severgnini

Regista indipendente, esperto di Medioriente e Nord Africa, musicista. Ha vissuto per un decennio a Istanbul. Ora dalle sponde siciliane anima il progetto "Exodus" in contatto con centinaia di persone in Libia. Di prossima uscita il film "L'Urlo"

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