NYT - Sul caso Maduro potrebbe essere imminente una svolta

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NYT - Sul caso Maduro potrebbe essere imminente una svolta

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di Michael Rips - New York Times

Sono successe molte cose nel corso dei sei mesi trascorsi da quando le Forze Speciali degli Stati Uniti hanno rapito il presidente venezuelano Nicolás Maduro e sua moglie, Cilia Flores, ma se si ripensa a quel momento, forse si ricorderà che l’amministrazione di Donald Trump ha insistito sul fatto che la missione non fosse un’invasione, bensì un’«estradizione». In altre parole, si trattava di una questione legale che avrebbe portato a un processo penale. Molti giuristi, commentatori e funzionari governativi si sono schierati a sostegno di quella decisione, definendola legale, nonostante l’immediata contestazione da parte del Venezuela. Ma quando il caso di Maduro tornerà in tribunale, il 22 luglio, i procuratori federali potrebbero trovarsi di fronte a un ostacolo piuttosto significativo: i nostri tribunali non hanno l’autorità per giudicare il suo caso. E la legge che lo stabilisce è stata firmata dagli Stati Uniti d’America.

Se gli Stati Uniti rispettassero il loro accordo, potrebbero benissimo essere costretti a rilasciare il loro prezioso prigioniero.

Il motivo risale ai primi decenni del XX secolo, quando una questione che oggi appare arida e legalista — l’arbitrato internazionale — era una causa appassionante e idealista, difesa come uno strumento di giustizia moderna e razionale con il potere di cambiare il mondo.

Il presidente William Howard Taft credeva così fermamente nelle potenzialità di questa causa che dedicò parte del suo discorso di insediamento del 1909 a esaltarne i pregi: «Siamo favorevoli a qualsiasi strumento, come la Corte dell’Aia e i trattati di arbitrato, creato con l’intento di essere utilizzato in tutte le controversie internazionali, al fine di mantenere la pace ed evitare la guerra». Difese questa pratica per tutta la durata della sua presidenza e, quando lasciò lo Studio Ovale, assunse il ruolo di arbitro internazionale. Anche il presidente Woodrow Wilson riprese questa causa. Il suo segretario di Stato, William Jennings Bryan, propose commissioni indipendenti permanenti per risolvere le controversie tra le nazioni. Taft, Wilson e Bryan avevano buoni motivi per cercare nuove forme di mantenimento della pace: il mondo stava precipitando nella guerra.

Anni dopo, una volta ristabilita la pace, gli Stati Uniti iniziarono a includere clausole arbitrali in molti trattati. Uno di questi fu un trattato di estradizione del 1922 tra gli Stati Uniti e il Venezuela. Esso stabilisce, tra l’altro, che «tutte le controversie tra le parti contraenti, relative all’interpretazione o all’esecuzione del presente trattato, saranno risolte mediante arbitrato». Approvato dal Senato e ratificato dal presidente, tale documento ha forza di legge.

Ebbene, oggi esistono senza dubbio «controversie tra le parti contraenti». Il governo venezuelano asseconda quello di Trump per quanto riguarda le esportazioni di petrolio, ma ha pubblicamente ribadito che l’arresto di Maduro è stato illegale secondo il diritto internazionale, e ciò includerebbe il trattato di estradizione.

Una controversia di questa natura dovrebbe chiaramente attivare la clausola arbitrale del trattato del 1922. Secondo le sue disposizioni, il giudice Alvin Hellerstein, che presiede il processo a carico di Maduro, deve sospendere il procedimento e deferire la questione a un collegio di esperti indipendenti affinché esaminino il trattato e decidano se sia stato rispettato. Se gli arbitri dovessero concludere che l’arresto di Maduro ha violato il trattato, gli Stati Uniti sarebbero obbligati a liberarlo.

Sembra assurdo? La Corte Suprema ha confermato questo principio più e più volte in diversi casi nel corso di oltre un secolo.

Il primo caso risale al 1886, quando i giudici stabilirono che il processo a William Rauscher, che era stato estradato dal Regno Unito, aveva violato i termini del trattato di estradizione tra i due paesi, poiché le accuse per cui era stato processato non erano le stesse per cui era stato consegnato. Grazie all’insistenza della Corte sul fatto che il processo dovesse essere conforme al trattato, Rauscher ottenne ragione.

Il secondo caso risale al 1927, quando nientemeno che un’autorità in materia come l’ex presidente Taft — all’epoca presidente della Corte — intervenne sul destino di alcuni cittadini britannici che erano stati arrestati in alto mare. In questo caso si pronunciò contro l’equipaggio, ma si prese il tempo di affermare che, nonostante l’affermazione contraria della procura, «il diritto della corte» di trattenere imputati stranieri «in attesa di processo» dipendeva effettivamente dal trattato tra le due nazioni.

Un terzo caso si verificò nel 1992, quando un cittadino e residente messicano fu rapito su richiesta della DEA e condotto in Texas, con l’intenzione di processarlo in un tribunale federale. La questione della validità del suo processo giunse fino alla Corte Suprema, dove i giudici lo autorizzarono, ma ribadirono il principio enunciato nel caso Stati Uniti contro Rauscher: un imputato «non può essere processato in violazione dei termini di un trattato di estradizione».

In ciascuno di questi diversi casi, il messaggio è stato lo stesso: quando gli interessi si scontrano riguardo alla portata di un trattato di estradizione, il primo passo è esaminare attentamente l’intenzione di coloro che hanno firmato il trattato. In quei tre casi, il trattato in questione consentiva al tribunale di effettuare tale esame. Il trattato con il Venezuela, invece, attribuisce tale responsabilità agli arbitri.

Il processo non può proseguire legalmente senza questo passaggio.

Ho chiesto a David Sloss, eminente giurista ed editore di The Role of Domestic Courts in Treaty Enforcement, quanto sarebbe sorprendente, da un punto di vista giuridico, se il caso venisse respinto dai tribunali e passasse all’arbitrato. Mi ha risposto che non lo sarebbe stato più di tanto. Rinviare il caso di Maduro all’arbitrato sarebbe in linea con «l’approccio che i tribunali applicano abitualmente», mi ha scritto, «quando respingono le cause basate su contratti che includono una clausola arbitrale».

Una volta che gli arbitri avranno il caso di Maduro, il passo successivo sarà stabilire se il sequestro e l’estradizione di Maduro fossero legali secondo i termini del trattato del 1922.

Poiché l’interpretazione dei trattati è una branca specialistica del diritto, con regole diverse da quelle che potrebbero applicarsi nei singoli paesi, ho voluto sapere esattamente come questi arbitri internazionali avrebbero gestito il caso. Ho chiesto a Steven Ratner, uno dei massimi esperti del paese in questo ambito. Mi ha spiegato che, salvo diversa indicazione, gli arbitri si sarebbero attenuti a quanto previsto dalla Convenzione di Vienna sul diritto dei trattati e, oltre a tenere conto delle leggi sviluppatesi tra i due paesi da allora, avrebbero esaminato minuziosamente il trattato alla luce delle «norme pertinenti del diritto internazionale del 1922». Tali norme, adottate nel periodo immediatamente successivo alla Prima guerra mondiale, condannavano in modo unanime ed enfatico l’invasione di uno Stato sovrano da parte di un altro.

È difficile immaginare che un arbitro che agisca in tale spirito possa dichiarare legale, in virtù del trattato, un rapimento avvenuto nel cuore della notte, soprattutto perché l’obiettivo era un capo di Stato.

L’operazione viola già il diritto internazionale; qualsiasi tentativo da parte degli Stati Uniti di eludere l’arbitrato la renderebbe palesemente illegittima anche secondo le stesse leggi statunitensi.

Qualunque sia l’esito dell’arbitrato, è proprio tale processo che conferirà legittimità alla questione, riaffermerà i principi del diritto internazionale e, in tal modo, ridurrà il rischio di futuri conflitti tra le due nazioni: un risultato che potrebbe deludere il presidente Trump, ma che avrebbe fatto enormemente piacere a Taft, Wilson e Bryan.

(Traduzione de l'AntiDiplomatico)

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