La comunicazione ai tempi del colera. Intervista al Prof. Giovanni Rezza

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La comunicazione ai tempi del colera. Intervista al Prof. Giovanni Rezza


di Luca Busca


Perché realizzare un’intervista con il professor Giovanni Rezza? A sei anni dallo scoppio della pandemia di Covid-19, in un momento in cui nessuno sembra più voler parlare di pandemia e ognuno, con le proprie convinzioni, si è rifugiato nell’oblio della propria coscienza. Le ragioni sono molteplici; la principale è rappresentata dalla funzione di spartiacque che la comunicazione pandemica ha avuto. Fino al 2019 la propaganda mainstream costruiva storytelling mistificatori, come sempre, finalizzati alla creazione del consenso.

La pandemia ha segnato un’inversione di rotta, utilizzando forme di manipolazione della realtà con lo scopo di dividere nettamente la popolazione in due schieramenti. Da una parte una maggioranza silenziosa e impaurita, dall’altra chiunque non fosse perfettamente allineato: poco impaurito, non del tutto convinto della validità e della salubrità di un vaccino, contrario al green pass. Lo storytelling ufficiale ha così tracciato una linea di demarcazione tra la “Scienza” assunta a Verità e il “terrapiattismo”. Chi aderisce alla versione dominante è nel giusto; chi dissente, in qualunque modo, è inattendibile.

Questa stessa tecnica è stata successivamente adottata per sostenere la guerra della NATO alla Russia. Anche in questo caso lo storytelling ha alimentato la paura di un’invasione “aliena” dell’Europa, rimuovendo e deformando gli ultimi trent’anni di storia. A sottolineare la continuità del metodo, Ursula von der Leyen (indagata per le chat segretate con il CEO di Pfizer, Bourla) affermò: “Servono più armi dobbiamo produrne come fatto con i vaccini”.

Oggi il vaccino “per” il Covid non lo fa più nessuno, mentre centinaia di milioni di euro sono stati sprecati nel suo acquisto, sottraendo risorse alla sanità pubblica. Una dinamica destinata a ripetersi con il programma “Rearm Europe”: definanziamento della Sanità, dell’Istruzione e del welfare per acquistare armi che, nel migliore dei casi, rimarranno inutilizzate. Nel peggiore, questa classe politica, pur di non ammettere l’ennesimo fallimento, potrebbe persino favorire nuovi conflitti per giustificarne l’uso.

 

Nel 2023, al grido di “abbiamo il diritto di difenderci”, Israele, con la complicità degli Stati Uniti, ha “scientificamente” implementato una nuova formula per perpetrare il genocidio in atto da oltre settant’anni in Palestina. La Nigeria è stata attaccata per difendere la minoranza cristiana, il Venezuela perché il suo Presidente sarebbe uno spacciatore, l’Iran perché non rispetta i “diritti”. Narrazioni differenti, stesso schema, costruite su palesi manipolazioni della realtà, con decine di migliaia di morti sacrificati agli interessi dell’Impero Americano.

 

Il risultato è sotto gli occhi di tutti: l’Italia è un Paese lacerato dalla contrapposizione di “tifoserie” contrapposte: vax/novax; atlantisti/filoputin; sionisti/filohamas; atlantisti/filomaduro; atlantisti/filoiraniani. Etichette grossolane, nate da generalizzazioni inconsistenti, con il solo scopo di collocare i primi dalla parte del giusto e dello “scientifico” e i secondi in quella dello sbagliato e dell’“antiscientifico”.

L’intervista al professor Rezza si propone come un tentativo di riaprire uno spazio di dialogo, utile non solo a superare questa profonda lacerazione, ma anche a far luce sulla sistematica manipolazione della “comunicazione ai tempi del colera”. Chi scrive non concorda con molte delle affermazioni fatte dal professor Rezza e l’ha sostenuto in maniera trasparente nel libro: La scienza negata. L’importante, però, in questo momento storico è, parafrasando il fisico Carlo Rovelli, che le scienze tornino a riconoscere i nostri errori e imparino a guardare via via più lontano.

Il professor Giovanni Rezza è stato, dal 1991, Dirigente di Ricerca presso l’Istituto Superiore di Sanità di Roma, del quale è stato - a partire dal 2009 fino al maggio 2020 - Direttore del Dipartimento di Malattie Infettive, Parassitarie ed Immunomediate. A maggio 2020, in piena pandemia di Covid-19, viene chiamato a svolgere il ruolo di Direttore Generale della Direzione della Prevenzione Sanitaria presso il Ministero della Salute.

Esperto di HIV ed infezioni emergenti, ha svolto indagini epidemiologiche in Italia e all’estero, dove ha lavorato per conto dell'Organizzazione Mondiale della Sanità, della Cooperazione Italiana e dell’Unione europea. Ha inoltre pianificato strategie vaccinali in corso di epidemie e gestito progetti di ricerca sull’AIDS e su altre malattie infettive.

Dal dicembre 2023 ricopre il ruolo di Professore Straordinario di Igiene e Sanità Pubblica presso l’Università Vita-Salute San Raffaele di Milano.

L.B. In un contesto privato hai affermato, qualche tempo fa, che “nella vita avresti dovuto fare il musicista non l’epidemiologo”, con un curriculum come il tuo quest’affermazione necessita di chiarimenti.

G.R. vero, ma un po’ scherzavo, un po’ ero serio. Fra le mie passioni, lo studio delle epidemie aveva a che fare con le paure, la psichiatria (non coltivata se non per una breve esperienza psicoanalitica Freudiana) con la testa della gente, la musica con l’estetica, l’armonia. La soddisfazione narcisistica che deriva dal partorire un bel prodotto musicale, capace di provocare emozioni, è davvero enorme. La performance di un musicista, poi, che sia Ozzie Osborne o Carlos Santana, ti ipnotizza ed esalta al tempo stesso. E pensare che c’è chi si accontenta di diventare una “virostar”… (ride)

 

L.B. Come hai fatto a conciliare la tua passione musicale con il lavoro intenso che hai svolto nel corso della tua carriera?

G.R. Semplicemente ho dato priorità al mio lavoro di epidemiologo delle malattie infettive, esprimendo la mia creatività nella ricerca, e continuando a suonare e comporre a bassa intensità, nei ritagli di tempo. Almeno fino a un anno fa. Ora, da quando il mio impegno professionale è limitato (si fa per dire) all’insegnamento, mi sono iscritto alla SIAE e finalmente posso considerarmi un musicista (rifiuto l’etichetta di “cantautore”) semi-prof a part-time.

 

L.B. A maggio del 2020, in piena pandemia, vieni chiamato a dirigere la Direzione della Prevenzione Sanitaria del Ministero della Salute, carica che hai ricoperto per i tre anni canonici fino al 2023. Che impressioni ha suscitato in te questo incarico?

 

G.R. Beh, io sono tendenzialmente un individualista solidale, difficilmente riconducibile a logiche di appartenenza, e soprattutto, avendo fatto principalmente il ricercatore, sono stato sempre libero di inventarmi il lavoro senza essere sottoposto a una rigida disciplina. Poi, per un triennio, ho fatto il DG al Ministero, ma se qualcuno pensa che ricoprire un incarico istituzionale elevato renda più liberi, allora sbaglia. Non mi sono mai sentito tanto vincolato e limitato nella libertà di espressione quanto in quel periodo. E’ normale che sia così, non rappresentando se stessi quanto l’istituzione che si serve, ma ho pensato tante volte che non facesse per me. Poi, quando si è in ballo, non ci si può certo tirare indietro tanto facilmente.

 

L.B. Nel febbraio 2024 è andata in onda una puntata di Report dedicata ai contratti stipulati per l’acquisto dei vaccini anti-Covid. In seguito hai espresso rammarico per i tagli alla tua lunga intervista, che non ti hanno consentito di esporre compiutamente le problematiche legate alla segretazione di quei contratti. In questa sede puoi prenderti tutto lo spazio necessario per farlo.

 

G.R. Rispetto al documentato servizio di Report mi rammaricavo del fatto che avessero tagliato la parte in cui dicevo che per motivi di sicurezza i contratti venivano aperti e vagliati direttamente da super-efficienti esperti dell’Unità Commissariale diretta dal Gen. Figliuolo. Il punto è che i contratti erano preliminarmente discussi con le aziende direttamente dalla Commissione Europea (sulle indagini della corte dei conti europea e le inchieste di Politico relative ai contatti e agli scambi di mail fra vertici UE e aziendali ne so quanto voi), e quindi i margini per le richieste di modifica erano minimi. La segretezza, imposta dalla Commissione dietro richiesta dell’azienda, poteva anche avere un risvolto positivo: ad esempio, qualora si fosse raggiunto un accordo su un prezzo relativamente basso, è chiaro che l’azienda avrebbe avuto tutto l’interesse a non farlo sapere a paesi terzi. L’elevato numero di dosi acquistate o opzionate, argomento poi molto dibattuto, derivava dall’ipotesi, ritenuta all’epoca molto plausibile (stava circolando la temibile variante Delta, ed era stata appena raccomandata la somministrazione di una terza dose di vaccino), che sarebbe stato necessario vaccinare più volte l’intera popolazione europea. Come sappiamo, le cose, fortunatamente, andarono in maniera diversa. Il punto è che la preparedness consiste nello spendere soldi per strumenti che si spera di non dover usare, e lo si ritiene il male minore rispetto a trovarsi poi impreparati a fronteggiare un’epidemia. Naturalmente, è molto più facile fare le scelte giuste col senno di poi….

 

L.B. Sempre in ambito privato hai sostenuto che, durante la pandemia e la campagna vaccinale, siano stati commessi degli errori. Sei una delle pochissime persone che ho sentito ammetterlo apertamente. Puoi elencare quelli che, a tuo avviso, sono stati gli sbagli principali?

 

G.R. Certamente, anche perché credo che avere l’onestà intellettuale di riconoscere gli errori sia importante, anche se ci si espone alla facile critica di chi considera la revisione delle azioni intraprese come postume “lacrime di coccodrillo”. Oltretutto, durante una pandemia causata da un virus “nuovo”, è normale – purtroppo – che si impari facendo cose. E’ importante però, al contempo, non dare nulla per scontato, e precisare che quello che si dice o si decide si basa sulle evidenze sino a quel momento acquisite, che potrebbero quindi essere basate su conoscenze limitate e non necessariamente immutabili. E’ quindi naturale, purtroppo, che siano stati commessi degli errori, talvolta dovuti ad eccesso di zelo, quali ad esempio rincorrere con droni persone scoperte a passeggiare da sole sulla spiaggia in corso di lockdown, oppure mantenere in vigore il green pass, introdotto dal governo “tecnico” dietro spinta dell’UE per facilitare le riaperture, quando ormai aveva cominciato a circolare la variante Omicron, meno aggressiva ma in grado di sfuggire alla risposta immune evocata dai vaccini al tempo disponibili, oppure introdurre l’obbligo vaccinale per gli ultracinquantenni. Tutte queste misure, anche se indirettamente suggerite da esperti, sono state però prese dalla politica, che necessariamente deve fare una sintesi fra le diverse esigenze della società. Ad esempio, è assolutamente prevedibile che un medico o uno scienziato raccomandi di ridurre la probabilità di contatti sociali, oppure mantenere elevate le coperture vaccinali, per tenere il più basso possibile il numero delle vittime. Sta però al politico, e in particolare al Governo, fare una sintesi fra la necessità di proteggere la salute dei cittadini e le conseguenze economiche e sociali dei provvedimenti, e quindi prendere le decisioni che riterrà opportune, dalle chiusure agli obblighi vaccinali. Comunque, considerando che l’Italia è stato il primo Paese ad essere colpito, non si è certo comportata peggio degli altri paesi europei, tutt’altro. Proprio per questo, rivedere criticamente alcune defaillance non dovrebbe rappresentare un problema.

 

L.B. Puoi entrare più nel dettaglio sugli errori legati alla comunicazione istituzionale e mediatica?

 

G.R. Credo che troppo spesso siano state date certezze invece di comunicare il livello di incertezza. A volte da parte dei decisori politici è stata utilizzata una narrativa paternalistica o fuorviante. Ad esempio, per giustificare l’obbligo vaccinale per gli ultra50enni si è usato l’argomento della protezione. Ma se una persona è a rischio (e in questo caso sarebbe stato meglio pensare agli ultra60enni) saprà pur decidere in proprio se è il caso di vaccinarsi. Ancora, se l’obiettivo era quello di proteggere gli altri, allora il target non era quello giusto, dal momento che sono i più giovani quelli che, avendo maggiori rapporti sociali, fanno circolare più velocemente il virus. Un buon argomento poteva invece essere rappresentato dalla necessità di proteggere da forme gravi di malattie le persone a rischio, al fine di evitare la congestione delle terapie intensive. Questo per mostrare come, a prescindere dalla opportunità o meno di introdurre un obbligo, la narrativa spesso non è stata adeguata.

 

L.B. Nel dibattito pubblico sono state diffuse affermazioni molto forti, poi in parte ridimensionate o smentite nel tempo: sull’origine del virus; sull’efficacia dei vaccini nel prevenire il contagio; sui parametri necessari per raggiungere l’immunità di gregge; sulle responsabilità attribuite ai non vaccinati nella diffusione del virus; sulla durata della protezione dalle forme gravi; sulle reazioni avverse; sul ruolo della vaccinazione pediatrica.

A tuo avviso, che effetto ha avuto sulla percezione pubblica dell’utilità e dell’affidabilità dello strumento vaccinale?

 

G.R. Beh, l’illusione dell’immunità di gregge è stata a lungo coltivata, e io stesso ho più volte affermato che, in base a calcoli eseguiti utilizzando parametri quali il numero riproduttivo di base del virus stimato a inizio pandemia, immunizzando circa il 70% degli italiani avremmo raggiunto la cosiddetta immunità di gregge. Il problema è che non sapevano che l’immunità conferita dalla vaccinazione o anche dall’infezione naturale non era duratura, e che il virus – mutando – diventava più contagioso e in grado di sfuggire agli anticorpi neutralizzanti ancora presenti. Ciò però non era prevedibile ed è troppo facile sentenziare a posteriori. Per quanto riguarda la capacità di prevenire il contagio, i primi studi mostravano che i vaccini erano in grado di prevenire il 95% delle infezioni sintomatiche. Quindi, anche se non erano stati fatti studi specifici, è sensato assumere che prevenire sintomi quali la tosse o il raffreddore possa in parte ridurre la probabilità di contagio. Ridurre, naturalmente, non significa annullare. Poi abbiamo verificato che anche dopo un’infezione naturale era addirittura possibile reinfettarsi. Ma, ancora, il problema consiste non tanto nell’aver fatto assunzioni che poi si sono rivelate non del tutto esatte, quanto piuttosto nella narrativa utilizzata. Ripeto, comunicare con chiarezza, trasparenza e precisione è quantomai importante se si vuole preservare il valore di uno strumento di prevenzione importante come i vaccini.

 

L.B. Durante la pandemia il dibattito scientifico e mediatico si è progressivamente ristretto, con una forte convergenza delle posizioni espresse nello spazio pubblico. Secondo te, quali fattori hanno portato a privilegiare una comunicazione così compatta, anche a costo di ridurre il confronto tra interpretazioni diverse?

 

G.R. Credo in parte si sia trattato di conformismo, ma anche la paura che i cittadini non seguissero le indicazioni delle istituzioni e del mondo scientifico avrà giocato un ruolo. Mi sembra che ci sia troppo spesso la tendenza a giudicare immatura la popolazione. Eppure, quando è iniziata la campagna vaccinale c’è stata una grande adesione, quasi una gara a vaccinarsi per primi. Dopodiché, non si può pensare che tutti si adeguino, e bisogna pur convivere con la diversità delle opinioni. Dall’altra parte dobbiamo invece considerare che le opinioni di chi si opponeva alla scienza “ufficiale” spesso erano espresse in maniera piuttosto aggressiva. Personalmente, cerco di evitare lo scontro con chi ritengo abbia posizioni non condivisibili, a costo anche di evitare il confronto, e sono stato forse l’unico, all’interno della comunità scientifica, ad esprimersi favorevolmente a riguardo del provvedimento preso dal Governo italiano per cancellare le penalità a carico di chi aveva rifiutato di vaccinarsi (chiunque si sia indignato ritenendolo ingiusto deve ricordare che non c’è guerra che non preveda, alla fine, un’amnistia).

 

L.B. Quando alcune affermazioni iniziali sono state successivamente corrette o ridimensionate, molte istituzioni e molti media hanno evitato di affrontare apertamente il tema, preferendo riformulazioni o chiarimenti indiretti. Da cosa pensi sia dipesa questa difficoltà nel riconoscere pubblicamente i cambiamenti di scenario?

 

G.R. Forse c’è la paura di ammettere degli errori perché non ci si sente sicuri o magari perché si teme di perdere credibilità. Poi bisogna anche dire che si corre il rischio di sentirsi dire “ah, ecco, prima ci dicevi una cosa e adesso fai finta di pentirti?”. Insomma, non è che chi criticava le istituzioni lo facesse sempre senza pregiudizi e in assenza di conflitti di interessi (questi valgono sia per gli uni che per gli altri), o fosse disposto ad ammettere di averle magari sparate grosse. Finisce quindi per predominare un clima di scontro. Poi bisogna riconoscere che la comunicazione istituzionale ha giocato un ruolo non del tutto marginale ma non predominante rispetto a quella di esperti (o in alcuni casi presunti tali) che hanno affollato i salotti televisivi. Io stesso, prima di avere restrizioni dovute al mio ruolo istituzionale, ho vissuto il mio adrenalinico periodo da “virostar”. Un “esperto”, in fondo, risponde solo a se stesso, e non è costretto a rendere conto a nessuno o a fare autocritica in alcun modo. Eppure ne abbiamo sentite durante quei tre anni, ma questo è un Paese che a volte sembra non aver memoria…

 

L.B. Una spiegazione ricorrente è che ammettere errori o cambiamenti di valutazione avrebbe potuto minare la fiducia nelle istituzioni e nella scienza, favorendo derive irrazionali. Secondo te, questo timore è fondato? O il rischio di perdita di fiducia è maggiore quando le correzioni non vengono esplicitate?

 

G.R. In verità, credo che i media non siano interessati alle revisioni storiche, vivono sul titolo urlato del momento. Se anche qualcuno avesse intenzione di rianalizzare freddamente e oggettivamente ciò che di buono o meno buono è stato fatto o detto, ormai interesserebbe a pochi. La perdita di autorevolezza delle istituzioni, comunque, risiede principalmente nel fatto che il cittadino medio non crede a ciò che i suoi rappresentanti dicono, specie se lo comunicano in maniera difensiva e scarsamente empatica.

 

L.B. Al di là delle motivazioni legate alla tutela dell’istituzione, quanto pensi abbiano inciso fattori più personali – come il timore di conseguenze professionali o politiche – nella difficoltà di riconoscere pubblicamente errori o valutazioni errate?

 

G.R. Bella domanda…in effetti non tutti si trovavano nella mia situazione, ovvero al termine della carriera, e quindi senza la necessità di assicurarsi un futuro. Oltretutto, avevo già deciso di lasciare il settore pubblico alla scadenza del triennio pandemico. Certo, il problema di compiacere il “sistema” potrebbe giocare un ruolo, e lo spoil system all’italiana non favorisce l’autonomia di pensiero. Ma credo che quest’argomento ci porterebbe lontani dal tema specifico.

 

L.B. Nel corso della pandemia la comunicazione istituzionale e mediatica ha attraversato fasi diverse, passando da affermazioni molto nette a successive correzioni e riformulazioni, anche su temi sensibili come l’efficacia dei vaccini, la durata della protezione e le reazioni avverse.

Negli anni successivi si è osservato un marcato calo dell’adesione alle campagne vaccinali anti-Covid e, più in generale, una riduzione delle vaccinazioni antinfluenzali e, seppur in misura minore, di quelle infantili.

Con il senno di poi, quali scelte comunicative e decisionali avrebbero potuto evitare o limitare questo esito?

 

G.R. La pandemia da COVID-19 ha in qualche modo determinato un aumento della mancanza di fiducia da parte dei cittadini. In parte a causa della rumorosa campagna mediatica da parte di persone o gruppi ostili alle chiusure o alle vaccinazioni (in genere l’ostilità è amplificata da dolorosi provvedimenti restrittivi delle libertà individuali), in parte a una gestione difficile di alcuni vaccini. Il problema non è nato tanto dal fatto che, come qualcuno ha affermato, si trattasse di vaccini “sperimentali”, in quanto i vaccini resi disponibili avevano superato tutte le fasi canoniche della sperimentazione clinica, quanto al fatto che in una campagna vaccinale di massa, specie quando si vaccinano tantissime persone usando nuove piattaforme vaccinali, compaiono purtroppo anche quei rari eventi che nessun trial clinico potrà mai evidenziare. Si tratta, tanto per fare un esempio, di quanto accaduto con i vaccini a vettore virale (ad esempio quello di Astra Zeneca), che hanno determinato alcuni quadri drammatici di VITT soprattutto in giovani donne. La mancanza di conoscenze definitive indusse all’epoca a modificare più volte il target vaccinale, creando imprevedibili problemi e sconcerto nella popolazione.

 

L.B. Il professor Carlo Rovelli, nel suo libro Cos’è la scienza. La rivoluzione di Anassimandro, descrive la conoscenza scientifica come un processo fondato sulla revisione continua delle proprie assunzioni, sul riconoscimento degli errori e sulla disponibilità a correggere i modelli alla luce di nuove evidenze.

Ritieni che la presenza di interessi economici rilevanti possa rendere più difficile, in ambito farmacologico, applicare fino in fondo quei principi di revisione, autocorrezione e ammissione dell’errore che Rovelli considera centrali per il metodo scientifico?

 

G.R. Rovelli ha sicuramente ragione. Essendo un fisico, poi, sicuramente conosce bene anche l’epistemologia di Popper e il principio di corroborazione e confutazione che muove la ricerca scientifica e la rende sempre in qualche modo indefinita…in campo biomedico, però, tutto ciò è difficilmente applicabile. Il paradigma predominante è sempre quello dell’evidence-based medicine basata sui trial clinici, e a questi si conformano, volenti o nolenti, anche le aziende farmaceutiche. Dopodiché la maniera in cui i trial sono disegnati può anche portare a risultati talvolta opinabili, ma approcci migliori non mi sembra ce ne siano e gli studi indipendenti non abbondano.

 

L.B. Con la pandemia ancora in corso – oltre 300 decessi e circa 60.000 nuovi positivi al giorno – il 24 febbraio 2022 la Russia è intervenuta nel conflitto del Donbass, in corso dal 2014.

In entrambi i contesti, quello pandemico e quello bellico, nel dibattito pubblico e mediatico si è assistito a una forte polarizzazione delle posizioni, accompagnata dall’uso di etichette semplificanti che hanno finito per accomunare e delegittimare posizioni anche molto diverse tra loro. In questo senso, il ricorso a categorie come “novax” prima e “filoputin” poi sembra rispondere a una medesima logica comunicativa.

A tuo avviso, questo modo di gestire il dissenso è il risultato di una necessità comunicativa legata alle situazioni di emergenza, di un effetto collaterale non previsto, oppure di una scelta consapevole volta a ridurre la legittimità del dissenso agli occhi della maggioranza?

 

G.R. In effetti la divisività di certi temi colpisce, e la polarizzazione che ne deriva sembra inevitabile. Personalmente, non credo che si possano etichettare tout-court come no-vax tutti coloro che si oppongono agli obblighi vaccinali (e non necessariamente ai vaccini) o filo-putiniani quelli che vorrebbero trovare una soluzione di compromesso che eviti la continuazione di una guerra che miete vittime su entrambe i fronti. Fra l’altro, la demonizzazione di chi la pensa diversamente non è detto che paghi in termini di consenso. Potremmo pensare che la polarizzazione sia un effetto dell’uso diffuso dei “social” (troppo frequentati da “haters”), e in parte lo è, ma devo dire che anche media mainstream e leader politici contribuiscono abbondantemente a un clima divisivo. Poi, a volte, narrative contraddittorie e mistificatrici generano ostilità nella popolazione. Un tipico esempio è rappresentato dal programma “ReArm Europe”. A questo proposito, l’esigenza di adeguare militarmente il proprio Paese o l’UE, si può essere favorevoli o contrari, è un’opzione che ha comunque una sua legittimità e una base razionale: ad esempio, potrebbe essere necessaria in un mondo in trasformazione in cui saltano i tradizionali schemi di alleanza, così come potrebbe essere strumentale a una riorganizzazione industriale e ad un conseguente rilancio della produttività. Giustificarla invece con la necessità di impedire ai russi (o ai cosacchi), che faticano a conquistare tutto il Dombass, di abbeverare i propri cavalli nel Tago genera incredulità in parte della popolazione, che si sente per questo presa in giro. Insomma, è importante ciò che si fa, e facendo si può anche sbagliare, ma anche come lo si giustifica.

 

L.B. L’anno successivo, nel 2023, è stato il turno della Palestina. Anche in questo caso il racconto pubblico è stato segnato da omissioni, semplificazioni e da un uso del linguaggio che ha finito per presentare una violenza estrema come “diritto all’autodifesa”.

La neolingua di orwelliana memoria sembra qui raggiungere una forma particolarmente compiuta, in espressioni come: “difendere i diritti umani”, “interventi umanitari”, “autodifesa”, utilizzate per legittimare operazioni di annientamento.

Se la comunicazione adottata durante la pandemia ha prodotto una profonda sfiducia nelle istituzioni e nella scienza, dove può condurre, secondo te, l’uso sistematico di queste stesse tecniche per normalizzare guerre e distruzioni su larga scala?

 

G.R. Difficile dirlo. Assistiamo su diversi fronti, a livello sia nazionale che internazionale, a propaganda e contro-propaganda, e l’avvento dell’intelligenza artificiale, che genera la propria “realtà”, contribuisce alla confusione. Il venir meno di filtri ufficiali genera pluralità ma, al tempo stesso, lascia il gioco in mano ad attori sconosciuti o mascherati. Non sono un esperto del settore e, sinceramente, fatico a immaginare come sarà il futuro.

 

L.B. L’avvento di Donald Trump ha segnato una forte discontinuità sul piano comunicativo, con un linguaggio più esplicito e meno mediato, senza però modificare in modo sostanziale gli equilibri geopolitici. In questo quadro, crisi come quelle del Venezuela o dell’Iran sono state raccontate attraverso narrazioni che hanno fatto leva, di volta in volta, sul narcotraffico, sui diritti umani o sulla sicurezza internazionale.

A tuo avviso, cosa rivelano queste modalità comunicative sulla direzione che sta prendendo l’ordine globale? E quali margini concreti esistono oggi per invertire questa tendenza?

 

G.R. Il linguaggio oggi utilizzato da Trump è certamente più crudo e meno diplomatico rispetto a quello di chi l’ha preceduto, ma alla fin fine anche chi giustificava bombardamenti o un regime change con la scusa dell’esportazione della democrazia di danni ne ha fatti, e non pochi (si pensi solo alla Libia, e ciò che ha comportato per i nostri interessi nazionali). E’ però comprensibile che la rottura di schemi consolidati e l’imprevedibilità del contesto globale generi apprensione e senso di insicurezza specialmente in chi, come noi, ha vissuto un’epoca di pace e relativa prosperità.

 

L.B. Se la scienza è, per sua natura, un metodo fondato sul dubbio, sull’autocorrezione e sul riconoscimento dei propri limiti, cosa accade quando questo metodo viene stabilmente incorporato all’interno di apparati di potere economico, politico o militare?

In queste condizioni, la scienza riesce ancora a mantenere una funzione critica autonoma, oppure rischia di trasformarsi in un linguaggio di legittimazione delle decisioni già prese?

 

G.R. Innanzitutto bisogna distinguere la scienza pura, la ricerca di base, da quella applicata. E’ alla ricerca di base che si deve l’innovazione, che troverà poi la sua applicazione. Da epidemiologo ho sempre fatto ricerca applicata, tenendomi il più lontano possibile dalla politica. In fondo l’epidemiologia è una scienza, a differenza della sanità pubblica, che è invece contaminata dalla politica. Il punto è quanto noi riusciamo a influenzare le decisioni politiche e a valutarne gli effetti, quanto invece dalla politica veniamo semplicemente utilizzati. Per questo credo sia importante mantenere il più possibile una propria sfera di autonomia.

 

L.B. Guardando agli ultimi anni – dalla gestione della pandemia ai conflitti armati – ti sembra che il sapere scientifico venga chiamato soprattutto a comprendere e interrogare la realtà, oppure sempre più spesso a giustificarla?

E cosa cambia, per una società, quando la conoscenza smette di mettere in discussione il potere e inizia a legittimarlo?

 

G.R. Beh questo sta agli individui. Si può decidere di servire il “Re”, di contrastarlo, o semplicemente non farsi coinvolgere, valutando di volta in volta, in maniera oggettiva e distaccata, la realtà. Credo che la “conosc(i)enza” non debba essere utilizzata né per legittimare né per mettere in discussione il “potere” in maniera pregiudiziale, ma è essenziale che mantenga la sua indipendenza per evitare qualsiasi forma di unanimismo.

 

Luca Busca

Luca Busca

Inizio il mio percorso giornalistico nel 1982, nel 1984 ottengo l’iscrizione all’albo dei pubblicisti come collaboratore del quotidiano La Repubblica e dell’Agenzia Giornalistica Telegraph. Entrato nel mondo musicale live come ufficio stampa, fondo, alla fine del 1984, la mia prima azienda di organizzazione di eventi musicali.  Dal 1987 al 2002 ho curato sei edizioni del Roma Live Festival, la rassegna Rock della capitale.
Come direttore di produzione ho poi partecipato alla realizzazione di Reality show, lavorando in Messico, Santo Domingo, Kenya, Sudafrica e India. Sono stato
commerciante, e amministratore di un’azienda che si occupava di fotovoltaico. Nel frattempo sono tornato a fare il giornalista occupandomi prima di arte (Next Exit), di viaggi (omonimo inserto di Repubblica) e ora di vino e olio per la rivista e la guida Bibenda. Sono anche docente presso la Fondazione Italiana Sommelier. Da un paio di anni scrivo per il blog Sinistrainrete e l’AntiDiplomatico

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