La controriforma “libertaria” del lavoro: l’Argentina di Milei verso il modello cileno
La controriforma del lavoro del governo ultraliberista di Javier Milei entra nella fase decisiva alla Camera dei Deputati. L’esecutivo punta a portare il testo in aula entro fine febbraio, sfruttando l’estensione delle sessioni straordinarie. La posta in gioco è alta: non si tratta di ritocchi marginali, ma di una riscrittura profonda dei rapporti di lavoro. Quella che il governo definisce “modernizzazione” viene letta da sindacati e piattaforme quali Latfem come una drastica precarizzazione. Il progetto interviene su indennizzi, ore straordinarie, ferie, diritto di sciopero e contrattazione collettiva, colpendo soprattutto chi oggi è già in posizione fragile. In un Paese dove, secondo INDEC (ISTAT argentina), oltre 5,6 milioni di persone lavorano nell’informalità, la riforma non costruisce ponti verso la regolarizzazione ma amplia l’area della deregolamentazione. Il cuore del provvedimento è lo spostamento del rischio dal datore di lavoro al lavoratore. Il Fondo di Assistenza Laboral, finanziato con un contributo del 3% dei salari, sostituirebbe l’indennità tradizionale, socializzando di fatto il costo dei licenziamenti e drenando risorse dalla sicurezza sociale.
Parallelamente, il “banco ore” cancella la remunerazione degli straordinari, mentre le ferie frazionabili e il salario “dinamico” aumentano l’incertezza sui tempi di vita e di reddito. Sul piano dei diritti collettivi, l’impianto è ancora più netto: assemblee sindacali soggette all’autorizzazione dell’impresa, scioperi rigidamente regolati e copertura obbligatoria del 50-75% dei servizi. È un colpo diretto a uno dei pilastri storici del movimento operaio argentino, organizzato per ramo e non per singola azienda. Non a caso, molti osservatori richiamano il precedente cileno.
Il Codice del lavoro imposto dalla dittatura fascista di Augusto Pinochet, con l’architetto neoliberale José Piñera, ha frammentato i sindacati, limitato il diritto di sciopero e rafforzato il potere datoriale. La proposta di Milei appare, per alcuni aspetti, persino più radicale, e viene letta come un possibile laboratorio regionale, soprattutto ora che in Cile governa un nostalgico di Pinochet come José Antonio Kast. Le conseguenze sociali non sono neutre. Le donne, già penalizzate da un divario salariale superiore al 29% e da un carico triplo di lavoro non retribuito, rischiano di essere ulteriormente espulse dal lavoro formale. I settori più femminilizzati - servizi, commercio, cura e lavoro domestico - sono anche quelli con i tassi più alti di informalità.
Sul fronte della risposta sociale, le mobilitazioni di base crescono, ma le principali centrali sindacali, CGT e CTA, vengono accusate di passività. L’opposizione parlamentare del Fronte de Izquierda Unidad chiede una mobilitazione nazionale e il blocco della riforma. Il quadro che emerge è chiaro: dietro la retorica della libertà individuale, la riforma riduce il lavoratore a soggetto isolato, più debole e ricattabile. Un cambio di paradigma che non promette crescita inclusiva, ma un ritorno a modelli di sviluppo già sperimentati - e falliti - nel Cono Sud.
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