La geopolitica del tifoso e il pragmatismo chavista
di Geraldina Colotti per l'AntiDiplomatico
CARACAS
Esiste una strana creatura che popola i bar digitali della sinistra occidentale: il tifoso geopolitico. Il tifoso è un individuo affascinante: conosce il regolamento, urla contro l'arbitro e spiega con sprezzante sicurezza che quel rigore lui non l'avrebbe mai sbagliato. Il piccolo dettaglio? Il tifoso non è mai sceso in campo. Non ha mai sentito il sapore del fango in bocca, né ha mai dovuto decidere, sotto assedio, tra una mediazione tattica e l'annientamento totale. Persino uno psichiatra come Crepet, pur con la sua critica soft, riesce a centrare un punto quando parla di una generazione che si accontenta della mediocrità e rifugge il rischio di frantumarsi. Il tifoso vuole giovani startup biotech di rivoluzioni perfette, vuole la rivoluzione estetica, performativa, ma non è mai sceso in campo a farsi spaccare le ossa.
Un tempo esisteva un imperativo: la coerenza fra il dire e il fare. Esistevano i partiti, le grandi agenzie di regolazione di massa che trasformavano le idee in azione, e su questo si confrontavano e si scontravano, in base agli interessi delle classi che rappresentavano. E che avevano la propria linea politica, a livello interno e internazionale. Poi è arrivato il momento dell'associazionismo e del “sostegno” a chi fa politica nei propri paesi, il passaggio dal militante all'”attivista”, e la progressiva perdita di memoria sulla durezza del conflitto e sulla necessità di assumerselo in prima persona, e di sentirsi responsabili del mondo in quanto esseri sociali. Finiti i partiti e i movimenti di classe con carattere internazionalista, il cui primo dovere era quello di “fare la rivoluzione” nel proprio paese, di “sociale” restano le reti, in cui le “opinioni” si equivalgono perché valgono come il due di coppe a briscola. E il fenomeno è esploso. Passiamo dal "tecnico di droni" - che discetta di armi viste solo in mano ai carabinieri - e al distributore di "patenti da traditore", che dal suo divanuccio giudica la purezza di chi governa sotto ricatto e sanzioni criminali. Fino al reduce, che avendo "visto tutto" non approva nulla.
Mentre il tifoso analizza la "performance" della rivoluzione bolivariana come un reality, nuove geometrie imperialiste hanno ridisegnato il mondo. Siamo di fronte a una repressione, alla chiusura degli spazi di agibilità a livello globale basata su un dispositivo che, già Lenin chiamava con ragione “controinsurrezione preventiva”.
Lo Stato-impresa neoliberale, avendo liquidato il Welfare, non può più disciplinare le masse per la guerra con il consenso soltanto nazionale. Deve quindi inventarsi il nemico asimmetrico. Se sei un governo che ostacola i flussi energetici (Venezuela) o un popolo che resiste al colonialismo (Palestina), diventi un "bandito", un “terrorista” fuori dal diritto internazionale. Questa logica, che crea uno stato d'eccezione permanente, permette di calpestare ogni diritto, affidandosi a un poliziotto globale con poteri sovra-nazionali, e usare lo stesso criterio all'interno, dando potere vicario alle forze di repressione interna, con carattere contro-insurrezionale.
Come combatterla in assenza di rapporti di forza complessivi? Qui casca l'asino (e il tifoso). A nessuno piace vedere il Comando Sud sbarcare o le bombe cadere sui bambini. Ma, come suggerisce la dialettica tra tattica e prospettiva, occorre valutare le forze in campo. Il pragmatismo chavista non è un abbandono dei principi, è la gestione della sopravvivenza in una "geometria" in cui l'Occidente usa la fame, il blocco navale, e ora il sequestro, come armi di distruzione di massa.
Il tifoso vuole la rivoluzione "pura", estetica, che non sporchi il suo immaginario umanitario (e soprattutto con cui non debba sporcarsi le mani). Il rivoluzionario chavista sa che, senza una direzione politica unitaria e una rete di resistenza di classe, la "formula propagandistica radicale" (il blocchiamo tutto!) resta un urlo nel vuoto da scimmiottare.
Il tifoso, a fine partita, torna sul divano. Il popolo venezuelano e le sue avanguardie restano sotto le bombe, il ricatto di un inedito sequestro della coppia presidenziale e le “sanzioni”. A 13 anni dalla scomparsa di Hugo Chavez, il 5 marzo del 2013, la sua voce, il suo azzardo e il pragmatismo non riconciliato, sono però tutt'altro che soffocate.
Lo ha spiegato Tania Diaz, la rettrice dell'Università internazionale della comunicazione (Lauicom) in una cattedra dedicata a Comandante quando, alla presenza della delegazione cubana e degli invitati internazionali, ha ripercorso le tappe dell'unità Cuba-Venezuela: fin dal tempo in cui Chavez, appena uscito dal carcere di Yare dopo la fallita ribellione civico-militare del 4 febbraio 1992, venne ricevuto a Cuba da Fidel, come un capo di stato. Lo ha ricordato con un lucido ma appassionato discorso il deputato Nicolas Maduro Guerra, figlio del presidente venezuelano sequestrato, nel corso dell'incontro settimanale dell'Internazionale antifascista. La storia, ha detto, è fatta di corsi e ricorsi, avanzate e ritirate durante le quali, come i gatti, tocca leccarsi le ferite per avanzare di nuovo.
L'importante – ha aggiunto – è non spezzare il filo della continuità che va da Bolivar a Chavez, passando per Maduro, e per Delcy Rodriguez, l'attuale presidenta incaricata oggi bersaglio di accese critiche per aver stretto la mano ai sequestratori del presidente e di Cilia Flores, e accusata di “svendere” il paese e le conquista di Chavez. “Lei e il fratello Jorge hanno perso il padre, un dirigente rivoluzionario, morto sotto tortura per mano di un governo “progressista”, ma comandato dalla Cia. Credete – ha chiesto Nicolas Guerra - che le faccia piacere oggi stringere la mano a un rappresentante della Cia? Non le fa piacere, ma lo sta facendo perché, mantenendo il potere, mantenendo il potere nelle mani del popolo, sta proseguendo la lunga marcia della rivoluzione di cui parlava Mao Tze Tung”.
Per il deputato, nonostante il ricatto e la necessità di aprire spazi in condizioni difficilissime, è un fatto che l'imperialismo ha dovuto venire a negoziare con il potere legittimo, quello bolivariano, ben deciso a difendere la pace del popolo e a rafforzarne il potere. L'8 marzo, vi sarà per questo una consultazione popolare in cui all'immagine di Delcy Rodriguez che stringe la mano al nemico, farà da contrasto quella della presidenta incaricata, in dialogo con comunueros e comuneras.
Per rafforzare il concetto, Nicolas Guerra ha ricordato per l'8 marzo una dirigente dei collettivi, Lina Ron, morta prima di Chavez di cui era grande estimatrice. All'incontro, diretto dal viceministro degli Esteri per la comunicazione, Rander Peña e coadiuvato da una figura storica del femminismo chavista, Blanca Eeckout e del sindacalismo rivoluzionario, Alexis Corredor, sono intervenuti, tra gli altri, da remoto, il premio Nobel Argentino, Adolfo Pérez Esquivel, il semiologo Fernando Buen Abad e l'internazionalista uruguayana, Gabriella Cultelli: tutti impegnati nella campagna per il ritorno a casa dei due prigionieri di guerra, Nicolas Maduro e Cilia Flores, che ha preso avvio il giorno dopo il loro cruento sequestro, il 3 gennaio. Tutti convinti della necessità di trasformare l'indignazione in coscienza antimperialista socialmente radicata.
Tutti hanno ribadito la fiducia nella maturità di un popolo consapevole che la lotta di classe non è un evento performativo da postare sui social, ma una guerra lunga, asimmetrica e complicata, soprattutto in un contesto in cui l'imperialismo cerca di dominare il mondo con ferocia. Il pragmatismo chavista non è abbandono, rassegnazione e resa, ma tattica di resistenza attiva. Per ora, si tratta di minimizzare i danni per assicurare la sopravvivenza dello Stato, mantenere il timone, raccogliere le forze per la prossima mossa, ed evitare il massacro.
Ecco il punto che il commentatore da divano non capisce: la protezione della popolazione. Se, per esempio, le forze armate bolivariane avessero abbattuto ogni aereo nemico, in quella zona a così alta densità abitativa, i detriti sarebbero piovuti sulle case, sulle scuole, sui bambini. Piaccia o meno, il pragmatismo chavista è l'etica della responsabilità: Delcy Rodríguez non sta negoziando in un salotto diplomatico, sta negoziando con dei sequestratori dotati di armi nucleari, assassini di bambini in Palestina e di bambine in Iran.
La sfida non è dare voti di "coerenza" agli altri, ma capire che la battaglia per Gaza e quella per Caracas sono lo stesso fronte di una guerra civile globale contro lo stato d'assedio imperialista. Il prossimo momento della lotta ci sarà. E quel giorno, speriamo che i tifosi abbiano finalmente imparato a toccare palla.

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