"La nostra guerra contro la Russia" . Il titolo (ammissione) nell'anniversario dell'Operazione Barbarossa

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"La nostra guerra contro la Russia" . Il titolo (ammissione) nell'anniversario dell'Operazione Barbarossa

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di Fabrizio Poggi per l'AntiDiplomatico

 

22 giugno. Oggi, nel lugubre 85° anniversario dell'aggressione nazista all'Unione Sovietica, appare quantomeno curioso osservare come da alcune dispute giornalistiche tedesche scaturisca, involontariamente, la realtà di un'Europa che, ancora una volta, è impegnata militarmente sul “fronte orientale”. Nel suo ultimo numero, scrive la Frankfurter Allgemeine Zeitung (FAZ), la rivista "Der Spiegel" si propone di informare i lettori sui crimini commessi dai tedeschi nell'Europa orientale durante la Seconda Guerra Mondiale. Purtroppo, si rammarica il quotidiano conservatore, il titolo della rivista «si rivela una manna dal cielo per la propaganda russa». Il titolo incriminato dice infatti “La nostra guerra contro la Russia” e pare aver buon gioco la FAZ a constatare come, nel 1941, la Germania nazista non avesse intrapreso una guerra contro la “Russia”, bensì contro l'URSS, così che equiparare la Russia all'Unione Sovietica «distorce la realtà storica». Ma, soprattutto, e qui sta il “peccato mortale” commesso da Der Spiegel, ai fini della narrazione europeista, quel titolo rischia di di compromettere «la percezione dell'attuale guerra che il Cremlino sta conducendo contro l'Ucraina da dodici anni». Scrivere di una “nostra guerra contro la Russia” significa quasi ammettere che la “nostra Europa” è oggi in guerra contro la Russia. Perché, sia chiaro: le coordinate esatte dettate dalle cancellerie europee e a cui devono attenersi le sacrestie editoriali sono, da una parte, che c'è un “aggredito” e un “aggressore” e, dall'altra, per spiegare ai lettori la ragione per cui si è passati dal parlare di “attacco improvviso e immotivato” del secondo nel 2022, a un conflitto che va avanti dal 2014, si deve dire non che i golpisti che presero il potere a Kiev nel febbraio di dodici anni fa scatenarono un'aggressione con carri armati e bombardieri contro la propria popolazione del Donbass, ma che invece furono “i russi” a muovere guerra all'Ucraina nel 2014. È per questo che oggi l'intera Europa “democratica e libera” è dalla parte di Kiev e “lavora per la pace”, anche se, per diretta ammissione della ex cancelliera tedesca Angela Merkel e dell'ex presidente francese Francois Hollande, “mediatori” ai due colloqui di Minsk del 2014 e 2015, il loro obiettivo non era altro che quello di guadagnare tempo per consentire all'esercito di Kiev di riarmarsi dopo le batoste di Ilovajsk e Debaltsevo inflittegli dalle milizie di DNR e LNR.

D'altronde, il ruolo di “mediatore”, l'Europa lo ha volontariamente perso nel momento in cui ha convalidato il colpo di stato violento del 2013-2014 e, del resto, come ha detto proprio in questi giorni il “consigliori” golpista Mikhail Podoljak intervistato dal Corriere della Sera, l'Europa «non può essere un mediatore neutrale: la guerra si combatte contro un Paese europeo, sul continente europeo, e pone una sfida diretta alla sicurezza dell’Europa». Da questo punto di vista, dunque, il titolo di Der Spiegel può davvero considerarsi un'aperta ammissione, per quanto quasi certamente involontaria e casuale, della guerra che l'Europa delle cancellerie liberali, schierate a difesa degli interessi del capitale finanziario e del complesso militare-industriale, sta conducendo contro la Russia e di cui Moskva è da tempo più che consapevole, tanto che ormai apertamente editorialisti e alti esponenti politici ammettono che l'Operazione militare speciale in Ucraina è finita e al suo posto è in corso una guerra voluta e condotta dalla UE e dalla NATO contro la Russia.

Il politologo e direttore del portale “La Russia nella politica globale”, Fëdor Luk'janov scrive sostanzialmente che Europa e Ucraina, sotto molti aspetti, si sono in gran parte fuse, sia politicamente che nel complesso militare-industriale. L'Ucraina è diventata un banco di prova per le armi occidentali e l'Europa punta sul suo successo, agendo in solidarietà con Kiev. Oggi, dice «si stanno sviluppando progetti congiunti e vengono creati impianti di produzione, trasformando l'Europa in una retrovia dell'Ucraina. Al tempo stesso, si sta sviluppando anche una nuova produzione ucraina». L'Europa, afferma Luk'janov «sostiene pienamente l'Ucraina, punta sul suo successo e ha già iniziato a discutere una posizione negoziale unitaria. L'Europa e gli Stati Uniti hanno seguito strade diverse, ma ora l'Europa è unita all'Ucraina... Proporrei di considerare l'Europa e l'Ucraina come un unico soggetto, o oggetto, a seconda della prospettiva».

E ora, dice il politologo, l'obiettivo di Bruxelles e di Zelenskij è quello di convincere Donald Trump che l'Ucraina «non stia perdendo»: hanno cercato di farlo anche al vertice del G7, volendo dimostrare a Trump l'erroneità della sua precedente visione, secondo cui «la Russia sta vincendo la guerra e l'Ucraina perderà comunque, quindi è meglio raggiungere un accordo ora piuttosto che aspettare il peggio». Ora, dunque, Kiev e i suoi sostenitori devono dimostrare che l'Ucraina non stia perdendo e che le sue possibilità stiano migliorando e che, quindi, si debba aiutare l'Ucraina a rafforzare le proprie posizioni, in modo che «la situazione penda ancora di più a favore di Kiev. Solo allora potremo parlare di un qualche tipo di accordo di pace».

D qui, il fervore con cui sia Kiev che i media europeisti si danno a “dimostrare” che l'Ucraina è in grado di assestare colpi sempre micidiali alla Russia, le cui difese non riescono a intercettare l'enorme quantità di droni che l'Europa riesce a sfornare e fornire ai nazigolpisti e che, dunque, la situazione si è decisamente e definitivamente capovolta a favore del “paese aggredito” e occorre ancora solo qualche ulteriore sforzo da parte dei paesi europei a sostegno di Kiev e la guerra si concluderà con la vittoria certa dei nazisti, difensori dei “valori e delle libertà” europeiste. Tutti coloro che si azzardano a mettere in dubbio tale “verità” meritano la gogna mediatica, quali negazionisti del “verbo divino”. Si arriva al punto, come è il caso del signor Roberto Gressi sul Corriere della Sera del 21 giugno, di sforzarsi di essere “più ucraini degli ucraini”, tentando di eguagliare il famigerato sito nazista ucraino “Mirotvorets” e condannando al “pubblico scherno” tutti quei “disfattisti” che, in Italia, osano proclamare che «l’Ucraina ha già perso». Vade retro. Tra una declamazione e l'altra su «Putin, il suprematista bianco che somma su di sé il peggio dell’imperialismo zarista e di quello sovietico, annaspa» ed è ormai sul punto di affogare; un ave maria per «l’idea che popoli liberi possano essere schiacciati sotto il tallone del più forte», dove non ci si dà pena di specificare in cosa e da chi siano “liberi” quei popoli soggiogati dal profitto capitalista, ecco allora che si fanno nomi e cognomi - per eguagliare “Mirotvorets” mancano gli indirizzi di casa – di coloro che, direttamente o indirettamente, gettano “discredito” sulla verità rivelata della “autocrazia che aggredisce” e la “libera democrazia che si difende” e, con ciò stesso, difende l'intera Europa dalle “mire imperialiste” dei barbari iperborei. Da Gianfranco Pagliarulo, a Vito Petrocelli, a Lucio Caracciolo, fino ai disfattisti Marco Tarquinio e Cecilia Strada che «sono critici sulle armi». Non possono ovviamente mancare Marco Travaglio e Tomaso Montanari, che mettono in dubbio la vittoria ucraina, fino ai rei intenzionali di recarsi in Russia, come Pupo, Francesco Totti o Al Bano. Per essere al passo coi tempi e uguagliare in tutto “Mirotvorets” manca solo lo spazio in cui mettere, al momento dovuto, la spunta “Eliminato”.

La verità della fede è dunque che Kiev “vince e vincerà” e chi lo mette in dubbio è un traditore dell'Europa. Ora, scrive Elena Karaeva su RIA Novosti, con l'attentato terroristico di Brjansk contro i bambini bielorussi, dopo l'attacco di centinaia di droni su Moskva, è risultato chiaro che i russi dispongano di contromisure contro i droni ucraini. Mentre Kiev non ne ha contro i missili balistici russi. The New York Times, non certo simpatizzante della Russia, ha scritto che in un conflitto reale, la superiorità militare e la vittoria incondizionata sono garantite da un arsenale di missili balistici e da una difesa aerea che funzioni come un orologio. Agli incontri di Evian, Ramstein o Bruxelles, tale constatazione è stata oscurato «da uno spesso strato di trucco mediatico... per trasformare la guerra contro la Russia, che la NATO sta perdendo, in un nuovo Blitzkrieg vittorioso... mentre il presidente del Consiglio europeo, il portoghese dai capelli grigi Costa, veniva afferrato per i risvolti e scosso, nel tentativo di costringerlo a confessare di “aver chiamato Moskva” e di essere un "agente di Moskva"».

Questo, da un lato. Dall'altro, è facile ricordare come, negli ultimi trent'anni, il Cremlino non abbia fatto altro che cercare di negoziare con Europa, Occidente e NATO, mentre questi interlocutori non hanno fatto altro che mentire e violare gli accordi, a cominciare dalla riunificazione delle due Germanie, quando fu pubblicamente giurato che la NATO non si sarebbe spostata "di un pollice verso est". Poi, invece, venne l'annuncio, al vertice NATO di Bucarest del 2008, dell'adesione dell'Ucraina all'Alleanza, con Moskva che reagì immediatamente alla possibilità di tale associazione, avvertendo che le "linee rosse" non dovevano essere oltrepassate. Ma a Ovest hanno sempre finto di non sentire, dato che l'obiettivo non era quello di recepire le preoccupazioni russe sulla minaccia esistenziale al paese, bensì quello di sferrare un colpo preventivo e fatale. E per tale attacco, ricorda Karaeva, è stato stanziato un budget stratosferico di oltre mezzo trilione di dollari, mentre si blaterava di "negoziati" al solo scopo di prendere tempo, finanziare la distruzione della Russia, uccidere quanti più russi possibile durante il periodo di “cessate il fuoco”.

Perché, come ha scritto il Ministro degli esteri russo Serghej Lavrov, in un articolo inizialmente destinato a Politico Europa, ma poi pubblicato (Politico lo ha ignorato) sul sito del Ministero degli esteri) l'intera «esperienza dei negoziati con l'Europa, in quanto parte del "Occidente collettivo", negli ultimi 20 anni indica una sola cosa: i negoziati con la Russia sono una tattica ingannevole, una copertura diplomatica per l'espansione geopolitica dell'Occidente e delle sue istituzioni, principalmente la NATO e l'Unione Europea, verso est, in direzione dei confini della Russia.

L'unione Sovietica non c'è più da oltre trent'anni. Al posto della Germania nazista e del Blitzkrieg tedesco, sostenuto da eserciti regolari e volontari provenienti da quasi tutti i paesi europei, c'è però oggi una volontà di guerra che avvolge l'intera Europa dei monopoli, in cerca di una via d'uscita militare dalla crisi sempre più profonda. E, al posto di un singolo ministero della propaganda nazista, c'è un intero apparato mediatico impegnato a convincere le masse popolari della necessità, per il “loro stesso bene”, di essere militarizzate, soggiogate ancora di più agli interessi del capitale e, al momento decisivo, essere vestite dell'uniforme per marciare contro “il nemico”, asiatico, barbaro o iperboreo che sia.

Fabrizio Poggi

Fabrizio Poggi

Ha collaborato con “Novoe Vremja” (“Tempi nuovi”), Radio Mosca, “il manifesto”, “Avvenimenti”, “Liberazione”. Oggi scrive per L’Antidiplomatico, Contropiano e la rivista Nuova Unità.  Autore di "Falsi storici" (L.A.D Gruppo editoriale)

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