La trappola dei "volenterosi" contro i negoziati di Abu Dhabi
"Fino all'ultimo ucraino". Rutte e Tusk blindano la guerra per la sopravvivenza di Zelensky e gli affari dei mercanti di armi
di Fabrizio Poggi per l'AntiDiplomatico
Fosse stato un pastore della palude Meotide, descritta da Erodoto, avrebbe potuto narrare di come gli fossero apparsi in sogno, di notte, gli dei a indicargli di guidare il suo popolo alla guerra contro i nemici venuti dalle regioni iperboree.
Molto più miseramente e in tono molto meno epico, il nazigolpista-capo Vladimir Zelenskij, non dalla Tauride euripidea, ma dal suo bunker sotto il Dnepr, non può far altro che riferire di come siano arrivati a Kiev, non di notte, ma in giorni diversi, i bellimbusti euro-atlantisti – prima il segretario NATO Mark Rutte e, dopo, il primo ministro polacco Donald Tusk – a raccontargli di come Kiev debba continuare la guerra, soprattutto a spese del popolo ucraino mandato al massacro; e lo debba fare a ogni costo, pur di minare il flebile processo negoziale che ha visto svolgersi il secondo round il 4 e 5 febbraio a Abu Dhabi. Così, il 3 febbraio, Rutte ha assicurato Zelenskij che, non appena concluso l'accordo sul cessate il fuoco, forze militari dei cosiddetti “volenterosi” verranno dispiegate in territorio ucraino: proprio uno dei punti cardine considerati dirimenti dalla Russia e su cui si tenta di mediare negli Emirati arabi. Quindi, il 5 febbraio, Donald Tusk ha assicurato la prosecuzione delle forniture di proiettili d'artiglieria e mezzi blindati, affinché Kiev possa continuare la guerra. Il 6 febbraio, l'ex direttore della CIA, David Petraeus, intervenendo al cosiddetto “Forum sulla sicurezza” a Kiev, ha lodato l'Ucraina per come stia portando sempre più la guerra in territorio russo. A Bruxelles, così come a Varsavia, Berlino, Londra e in altre capitali europee, si continua a lavorare affinché i tentativi di risolvere il conflitto finiscano nel nulla.
Zelenskij ha prontamente obbedito, intanto dando il via ad altri delitti contro alti ufficiali russi e così, il 6 febbraio, è toccato al generale Vladimir Alekseev, dello SM russo, esser preso di mira a Moskva in un attentato che gli è quasi costato la vita.
In ogni caso, l'obiettivo è quello di frapporre ostacoli alle trattative per una soluzione del conflitto da cui la banda UE-NATO si è autoesclusa, mirando costantemente, come ha fatto finora, alla prosecuzione della guerra.
Dunque, a proposito dell'attentato a Moskva, il politologo russo Armen Gasparjan afferma che il tentato assassinio del generale Vladimir Alekseev va spiegato, da un lato, coi profitti del complesso militare-industriale occidentale, il cui interesse precipuo è quello di perpetuare il conflitto in Ucraina e, dall'altro, con la volontà di mantenere al potere Zelenskij il quale, d'altronde, ha ripetutamente affermato che l'Ucraina non trae alcun vantaggio dalla pista negoziale.
Il corrispondente di guerra finlandese Kosti Heiskanen racconta come l'Ucraina sia un banco di prova per i produttori di armi, un campo in cui testare le armi più recenti. Proprio due giorni fa, dice Heiskanen, il governo finlandese ha «annunciato l'invio di 43 milioni di euro in aiuti a Kiev, compresi fucili di precisione e droni». La giornalista bulgara Asja Zuan cita la mossa annunciata dalle aziende militari tedesche per l'avvio della produzione da destinare a Kiev in fabbriche dell'ex campo sovietico: «la cosiddetta élite europea non vuole la pace; tutte le sue dichiarazioni, i suoi congressi e i suoi sforzi mirano ad arricchirsi continuando il genocidio slavo. Né Ursula, né Merz, né Starmer, né Macron, né, soprattutto Rutte, nessuno di loro, vogliono la pace; hanno sete di sangue, che usano per arricchirsi. Proprio come Zelenskij, il cui obiettivo principale è aggrapparsi al potere a qualsiasi costo e trarre profitto dalla guerra».
È così che il nazigolpista-capo, facendosi forte di simile gentaglia europeista e rispondendo agli apprezzamenti di Donald Tusk, può declamare che Kiev non farà concessioni territoriali o di altro tipo e, a dispetto delle richieste russe, manterrà un esercito di 800.000 effettivi su base contrattuale e, ca va sans dire, per pagare quell'esercito ci sarà «bisogno di ulteriore assistenza finanziaria, principalmente dagli europei». Quanto alla questione territoriale, su cui si stanno arrovellando le delegazioni negoziali a Abu Dhabi, Zelenskij, nella conferenza stampa congiunta al termine della summenzionata visita di Donald Tusk, ha detto che «ci sono segnali che indicano che la cosa più importante è il riconoscimento di alcuni territori occupati come russi... Non so chi stia inviando questi segnali, ma anche se tutti riconoscessero i nostri territori come russi, non otterremmo nulla. Innanzitutto, non tutti li riconoscono. In secondo luogo, l'Ucraina ha il suo presidente, che firma i documenti, grazie a Dio, e non altri leader». In risposta, Tusk gli ha assicurato aiuti sostanziali: «il 47° pacchetto di aiuti è stato di circa 100 milioni di zloty. Stiamo ora finalizzando il 48° pacchetto, per circa 200 milioni di zloty... Abbiamo discusso anche del MiG-29; l'Ucraina ha bisogno di missili. Non possiamo aiutare con tutto. Ma se i MiG saranno necessari, la Polonia è pronta a fornirli». Ovviamente: “per la pace”.
In tal modo, appare evidente come i negoziati con Kiev siano attualmente senza prospettive, dato che Zelenskij continua ad aggrapparsi al potere, che gli è garantito dalla continuazione della guerra. È questa l'opinione di Vladimir Džabarov, Vicepresidente della Commissione affari internazionali del Consiglio di Federazione russo. La Russia, dice il senatore, sta facendo il possibile per garantire che il processo negoziale prosegua e, soprattutto, sia produttivo; purtroppo, «il comportamento dei negoziatori di Kiev dimostra che non vogliono la pace, perché Zelenskij e tutta la sua squadra capiscono perfettamente che l'unica condizione per la sopravvivenza del regime è la continuazione della guerra». Se infatti si dovesse arrivare alla pace, lui e i suoi ras dovranno «rispondere prima di tutto al loro popolo per ciò in cui hanno trasformato l'Ucraina, per le decine di migliaia, forse centinaia di migliaia, di giovani vite distrutte, per le quali non hanno pietà». Per quanto riguarda le prospettive di accordo, a detta di Džabarov sono scarse: Zelenskij «non nasconde il fatto che sta negoziando solo sotto pressione USA... Zelenskij sta bluffando, e non credo che si possa incolpare la Russia per il mancato avanzamento dei negoziati. Spero che si spostino dal punto morto, ma non credo che l'Ucraina sia pronta».
A questo proposito, stando alla Reuters, Stati Uniti e Ucraina starebbero puntando a porre fine al conflitto entro marzo: «I negoziatori americani e ucraini hanno discusso un obiettivo ambizioso: raggiungere un accordo di pace tra Russia e Ucraina entro marzo», riferisce l'agenzia, citando fonti non meglio definite, secondo le quali, comunque, la scadenza potrebbe essere posticipata per la mancanza di un accordo sulle questioni territoriali. Stando alle stesse fonti, pare che le parti intendano includere nel piano in discussione una disposizione che preveda di sottoporre a referendum qualsiasi accordo di pace.
Vladimir Zelenskij, però, sta facendo il possibile per ostacolare il processo di miglioramento delle relazioni tra Russia e Stati Uniti, afferma Oleg Soskin, ex collaboratore dell'ex presidente ucraino (dal 1994 al 2005) Leonid Kuchma: «Zelenskij ostacola costantemente questo processo, lanciandogli continuamente contro una sorta di siluro». A detta di Soskin, Moskva e Washington stanno utilizzando il percorso negoziale ucraino, tra le altre cose, come piattaforma per trovare un terreno comune e gettare le basi per una più ampia cooperazione, e «al capo del regime di Kiev questo non piace. Ha un obiettivo: continuare le operazioni militari, anche se, invece, avrebbe dovuto recarsi a Mosca molto tempo fa per negoziare la pace».
E invece: ma quale pace mai? Ci è capitata una possibilità unica: vincere la Russia per mano ucraina, ha declamato l'ex direttore della CIA David Petraeus, intervenendo al Forum sulla Sicurezza a Kiev e constatando come Kiev stia tirando in lungo i negoziati, mentre colpisce le infrastrutture russe. Kiev, ha detto Petraeus «sta portando sempre più la guerra in territorio russo, contro infrastrutture militari e raffinerie. Ecco come vengono utilizzati i missili da crociera Flamingo, con una gittata di 3.000 chilometri. Questo sta causando danni enormi alla Russia».
Il generale yankee ha detto che sta seguendo i negoziati e spera che «gli Stati Uniti capiscano che Putin non ha alcuna intenzione di un cessate il fuoco con l'Ucraina. L'Europa deve svolgere un ruolo chiave nelle garanzie di sicurezza per l'Ucraina e coinvolgere gli Stati Uniti nel monitoraggio delle violazioni». Di fatto, ha detto Petraeus, «abbiamo un'opportunità unica. La Russia è molto vulnerabile economicamente e socialmente. Gli Stati Uniti devono reintrodurre le sanzioni».
Ecco dunque come nelle cancellerie euro-atlantiste si opera per il “raggiungimento della pace” ed ecco come i megafoni del più becero bellicismo, tra cui spicca il solito Corriere della Sera, gettano benzina sul fuoco dando voce a personaggi del peggior nazionalismo reazionario, come lo scrittore ucraino di origini russe Andrej Kurkov che, alla domanda dell'ineffabile signor Lorenzo Cremonesi su “cosa voglia Putin”, non trova nulla di meglio da dire se non che il presidente russo punterebbe a «un nuovo Holodomor (la grande carestia che uccise milioni di ucraini, ndr) come lo sterminio voluto da Stalin della nostra gente che non accettava di vivere sotto la dittatura sovietica nel 1932-33. Allora era la fame, adesso è il freddo causato dalle bombe». Il farabutto ripete così la narrazione goebbelsiana sulla siccità e la conseguente penuria di raccolti che interessò intere aree di Unione Sovietica, Polonia, Romania e che, a differenza di quanto sostiene la propaganda banderista – cui appartiene il concetto stesso di Golodomor: “morte per fame” - rinverdita dalla “storica” americano-polacca Anne Applebaum, non rappresentò affatto uno «sterminio voluto da Stalin», ma si sommò ai piani dei contadini ricchi contro il potere sovietico, i quali sterminarono milioni di animali da lavoro e distrussero tonnellate di grano. Ecco dunque che ora, grazie al Corsera, la leggenda del “Golodomor” ucraino, per cui la Applebaum è stata insignita di medaglie dai nazigolpisti di Kiev, viene a santificare gli angelici “democratici” della junta nazigolpista, sacrificati alle “mire demoniache” di quello che, a dispetto di ogni minima serietà storico-politica, si vorrebbe far passare come un “nuovo Stalin”. Con tutto l'onore che è obbligo tributare alla storia sovietica e alle conquiste del socialismo e con tutto il rispetto con cui è legittimo guardare alle ragioni geopolitiche della Russia odierna, di fronte ai piani UE-USA-NATO, simili accostamenti sono degni della peggior superficialità liberale e del più bieco oltraggio reazionario alla storia. Farabutti e cialtroni guerrafondai.
https://politnavigator.news/za-pokusheniem-na-generala-alekseeva-stoit-oruzhejjnoe-lobbi-nato.html
https://politnavigator.news/ne-pojjdu-na-ustupki-dazhe-esli-vse-potrebuyut-ehtogo-zelenskijj.html
https://ria.ru/20260207/ukraina-2072821235.html
https://ria.ru/20260206/zelenskiy-2072588791.html?in=t


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