L'agenda del secondo mandato Obama

Tre priorità di politica estera: Corea del Nord, Iran e ritiro delle truppe. Con il nodo Hagel da sciogliere

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Nel discorso sullo stato dell'Unione del 12 febbraio scorso, il presidente americano Barack Obama ha confermato quanto gli esperti scrivono da tempo: le priorità del suo secondo mandato saranno principalmente interne, mentre la politica internazionale vedrà un progressivo ridimensionamento della  presenza americana. Dopo un elenco di risultati raggiunti nei primi cinque anni – ritiro dei soldati dai teatri di guerra, salvataggio del settore auto, ripresa del settore immobiliare, finanziario e dei consumi -  Obama ha ribadito come vorrà passare alla storia per un nuovo piano di spesa pubblica in infrastrutture in grado di rilanciare definitivamente l'economia, per la riforma sull'immigrazione e per una nuova legge sul possesso delle armi. 
Sulla politica estera, il presidente americano Barack Obama ha fatto alcuni riferimenti precisi: in particolare, la promessa di una "azione ferma" contro le "provocazioni" della Corea del Nord, l'annuncio del ritiro dall'Afghanistan di 34.000 soldati nel 2013 - la metà del contingente Usa - e l'esortazione all'Iran a scegliere un compromesso diplomatico, a due settimane dal nuovo incontro tra Teheran e i paesi del '5+1' (Usa, Russia, Cina, Gran Bretagna, Francia e Germania). Obama ha anche annunciato che lavorerà con il Cremlino per ridurre ulteriormente il numero delle testate nucleari di entrambi i paesi; infine, di essere pronto a ricorrere agli ordini esecutivi, se il Congresso non interverrà per contrastare i cambiamenti climatici e sostenere il ricorso a fonti di energia sostenibili. Un'agenda poco ambiziosa, ma in linea con quanto annunciato dal presidente da mesi.
Il nodo più complesso da sciogliere al momento è la conferma della sua nomina al Pentagono di Chuck Hagel - ex senatore Republicano inviso al suo partito per aver assunto una posizione estremamente critica della politica di Bush in Medio Oriente. Dopo l'appassionato appello di Harry Reid, leader della maggioranza democratica al Senato, giovedì non è stata raggiunta la maggioranza qualificata necessaria per procedere alla votazione, per l'utilizzo da parte dei repubblicani del "filibustering", una forma di ostruzionismo regolamentare mai usato prima in un caso simile. Il partito democratico controlla 55 dei 110 seggi al Senato, sufficienti per confermare la scelta di Obama alla Difesa in sostituzione di Leon Panetta. Ma è richiesta la votazione di almeno 60 senatori per eliminare tutti gli ostacoli procedurali e permettere il voto. I democratici proveranno a riproporre la sua candidatura quando il Senato tornerà a riunirsi tra dieci giorni. Il Pentagono rischia di rimanere tuttavia in un pericoloso vuoto di potere, proprio mentre si avvicina la scadenza di "tagli automatici" al suo budget. Obama ha definito "senza coscienza” l'atteggiamento repubblicano, che manda un pessimo segnale agli alleati americani ed alle truppe statunitensi. 

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