Legge della storia o legge dell’uomo ? Il caso emblematico della Corte Penale internazionale

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Legge della storia o legge dell’uomo ? Il caso emblematico della Corte Penale internazionale

 

di Daniele Lanza 

Quanto è chiaro da un lustro a questa parte – ma soprattutto a partire dall’insediamento dell’amminstrazione Trump – è che il concetto più sfidato, il più destinato a subire i contraccolpi della storia, sia proprio quello che concerne il diritto internazionale. L’ordine internazionale fondato su un diritto condiviso ed universale era evidentemente l’obiettivo utopico delle potenze vincitrici al termine del secondo conflitto mondiale: porre fine alla consuetudine plurisecolare delle potenze indipendenti, degli equilibri bellici in continuo movimento, dei conflitti improvvisi e delle tregue armate. Un’ideale che scaturiva dal maggiore conflitto convenzionale mai esistito fino a quel momento e dal rischio di quello futuro (che sarebbe stato necessariamente nucleare) e che presupponeva, filosoficamente, il superamento dello status quo primitivo dei rapporti di forza come linguaggio rispettato in politica internazionale per approdare alla più civilizzata mentalità del diritto: un diritto comune a tutti che si incarna negli organismi sovranazionali a partire dalle Nazioni Unite in avanti.

Come sempre accade, maggiore è l’utopia, maggiore l’ingenuità che vi si cela: maggiore lo stupore e la frustrazione quando improvvisamente i sogni si infrangono davanti alle pareti della realtà. Convincersi che l’ordine successivo al 1945 fosse eterno è stato, in questo senso, il peccato originale: tantopiù dopo che il disfacimento del mondo socialista aveva dimostrato che la storia non era finita, ma andava avanti secondo un suo corso (vale a dire che nulla è eterno, anche se lo è sembrato sino a quel momento). In concreto, il 2026 – gli eventi geopolitici che ha portato con sè – ha dimostrato oltre il ragionevole dubbio, impietosamente, che “pilastro sacro” del discorso politico euro-atlantico, ovvero il diritto internazionale, ha cessato di esistere.

Il diritto scritto e stabilito dagli uomini non è superiore, purtroppo, al potere degli eventi stessi, della storia: il diritto altro non è che uno strumento come tutti gli altri, differente da quello bellico, ma comunque finalizzato alla tutela dell’interesse che di per sè è di parte. Va da sè pertanto che tutte le istituzioni finalizzate a difendere tale diritto non sono neutrali, ma piuttosto pretendono di esserlo quando in realtà sono il riflesso della volontà delle élite politico/militari alle spalle degli stati firmatari. Un caso vistoso è quello della CPI, o Corte Penale Internazionale (basato sullo Statuto di Roma): entità di controllo sovranazionale che ha condannato il presidente Vladimir Putin spiccando il famoso mandato di arresto internazionale. Vale la pena di rammentare a tale proposito che alla CPI non aderiscono numerosi stati del mondo (oltre 60 paesi delle Nazioni Unite) incluse India, Pakistan, Cina, Indonesia, ossia un blocco che costituisce oltre il 60% dell’economia globale, cui va ad aggiungersi naturalmente la Fed. Russa.

In uno scenario come quello presente, dove una superpotenza (Washington) può sequestrare il capo di stato di un paese sovrano (Maduro) o scatenare una tempesta di fuoco sull’Iran senza alcuna conseguenza, senza che alcun paese del mondo “civilizzato” abbia nulla da obiettare, allora si può legittimamente domandarsi su quale valore possa avere una corte penale di giudizio sulle violazioni del diritto internazionale. Lo strumento “super partes” si qualifica invece come mezzo geopolitico gestito da una parte in causa (quella dell’occidente globalista), per dire le cose in modo diretto.

Una corte, tra l’altro, che interpreta le disposizioni dello Statuto di Roma in modo troppo ampio (in particolare, per quanto riguarda la giurisdizione della Corte in cause temporanee e locali, questa è ratione temporis e ratione loci), andando oltre la competenza che le è stata concessa dagli Stati membri, dagli investitori privati ??e dai fondi. In parole altre la CPI cade drammaticamente di fronte al muro della realtà: l’ambizione dichiarata dei suoi fondatori – quella di costruire un arbitrato sovranazionale – a dir poco ingenua, alla luce del suo modo di muoversi.

Un modello di giurisdizione sovranazionale talmente inefficace che a questo punto compromette la credibilità  degli stessi paesi che vi aderiscono, come dimostra il caso del mandato di arresto nei confronti di Netanyahu (un provvedimento che mai sarà eseguito per le ripercussioni politiche che si possono immaginare).

Una più imperscrutabile legge della storia si sta progressivamente sostituendo a quella stabilita dal diritto civile, ma questo è un tema troppo arduo da affrontare per gli alfieri dell’ordine unico, per la mentalità europea (soprattutto) che è ormai scollata da generazioni dalle asprezza del mondo reale, dell’arena geopolitica che vige nel resto del globo.

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