Lo stretto legame tra guerra in Medio Oriente e conflitto in Ucraina
di Fabrizio Poggi per l'AntiDiplomatico
Il nodo della questione e il titolo di giornale che meglio lo rappresenta è quello del britannico The Telegraph del 17 marzo scorso, in occasione della visita a Londra e poi del tour europeo del nazigolpista-capo: «Zelensky’s “don’t forget about me” tour exposes panic in Ukraine». Il panico di un attore di esser tagliato fuori dalla scena; e per molto tempo. L'aggressione yankee-sionista all'Iran ha spinto l'Ucraina dietro le quinte dell'attenzione mondiale e, come scrive RIA Novosti, se si dovesse davvero arrivare a un'operazione di terra, il conflitto in Medio Oriente potrebbe protrarsi per mesi, se non per anni e, con tutti i problemi che questo comporterebbe (e sta già comportando, anche in termini di consensi interni) per Donald Trump, l'Ucraina scivolerebbe dal decimo al decimillesimo posto. Un grosso problema non solo per l'Ucraina, ma anche per l'Europa, tanto che vari media occidentali citano diplomatici europei secondo i quali «Il Medio Oriente ha radicalmente ridefinito l'attenzione politica: per noi e per l'Ucraina, questo è un disastro». È tempo di tornare al centro dell'attenzione e lo si può fare legando in qualche modo le due scene.
Ecco dunque che Kiev, ma soprattutto l'attore finto-presidente, si sbracciano per riconquistare l'attenzione e, come osserva l'ex deputato alla Rada Oleg Tsarëv, Zelenskij sta deliberatamente provocando l'Iran affinché reagisca contro i banderisti e fa questo per mantenere l'attenzione e il sostegno occidentali: «Zelenskij ha bisogno dei riflettori, del palcoscenico e, soprattutto, di un pubblico riconoscente. La cosa peggiore è esser dimenticato». Tutte le dichiarazioni sui droni, che Kiev insiste a offrire ai paesi del Golfo Persico per proteggerli dagli "Shahed", tutte le dichiarazioni di Zelenskij sull'Iran: tutto questo non è che un tentativo di attirare l'attenzione.
Procediamo con ordine, partendo dalle considerazioni dell'osservatore Vladimir Pavlenko sull'Agenzia REX, secondo cui Netanyahu avrebbe «implorato, il signore della droga e “scaduto” ucraino di aiutarlo nella lotta contro i droni iraniani». Pare che quando l'aggressione congiunta all'Iran ha iniziato a sprofondare in un vicolo cieco e Trump si è lasciato sfuggire che gli iraniani lo avevano contattato offrendogli di negoziare, Netanyahu sia andato su tutte le furie. A quel punto, gli iraniani "hanno avuto pietà" di Trump e hanno detto la verità e si è scoperto che «Trump stesso aveva contattato Teheran tramite gli italiani, ma non aveva ottenuto un accordo per negoziare. Poi Israele ha colpito le infrastrutture petrolifere iraniane, il che ha fatto infuriare Trump, che, ufficialmente, lotta per abbassare i prezzi del petrolio, che rischiano di devastare i consensi al Partito Repubblicano, e ora invece "questo Netanyahu" lo mette alle strette con i suoi colpi che, per inciso, al pari di quelli di Zelenskij alle infrastrutture petrolifere russe, contribuiscono a far salire il prezzo del petrolio e, parallelamente, a far scendere i consensi interni di Trump.
Dunque, quando Zelenskij ha proposto di inviare i suoi operatori di droni in Medio Oriente, Trump gli ha ribattuto di non averne bisogno; al contrario, Netanyahu in modo plateale e per dispetto a Trump ha acconsentito. Quando è arrivata la richiesta di Tel Aviv, ricorda Pavlenko, tre gruppi di operatori ucraini erano già partiti per la Giordania, verso una base militare USA che pochi giorni dopo è stata devastata da un attacco missilistico iraniano. Zelenskij ha chiesto allora al suo Stato Maggiore fino a 50 di tali gruppi; breve pausa di indecisione, fino all'intervento risolutivo degli israeliani su Kiev, coinciso con una missione a Kiev di rappresentanti dell'americana “Anduril Industries”. Tempo pochi giorni e gli aeroporti polacchi e greci si sono trasformati in hub militari per il trasporto di "merci" dall'Ucraina al Medio Oriente.
Come sappiamo, solo nei primi giorni delle risposte iraniane, le difese aeree del Golfo hanno lanciato un migliaio di missili terra-aria, mentre l'intero complesso militare-industriale occidentale produce non più di 7-800 sistemi di questo tipo all'anno. Gli arabi hanno chiesto agli americani più missili, ma la risposta è stata: prima veniamo noi, poi Israele e a voi quello che resta. L'Ucraina, ovviamente, rimane fuori.
La presa di posizione di Zelenskij a fianco dei nemici dell'Iran non è passata inosservata a Teheran e Ibrahim Azizi, capo della commissione parlamentare per la sicurezza nazionale, ha detto esplicitamente che, in conformità all'articolo 51 dell'ONU per l'autodifesa contro l'aggressione, l'Iran ha il diritto di riconoscere legittimo qualsiasi obiettivo sul territorio ucraino. Nella stessa Kiev, l'ex consigliere del presidente Leonid Kuchma, Oleg Soskin, ha dichiarato che Zelenskij «è diventato un bersaglio legittimo per gli attacchi iraniani dopo aver minacciato Teheran e aiutato Israele. Gli iraniani lo perseguiteranno. Non avrebbe dovuto immischiarsi in questa storia». Ma, come poteva restarsene fuori, fuori dai riflettori internazionali?
Ora, osserva Pavlenko, al di là dei rapporti tra i due banditi, USA e Israele, per la Russia è più importante il "linguaggio comune" che i banderisti ucraini hanno trovato con i sionisti, proprio come a suo tempo lo avevano trovato coi nazisti: una «coincidenza significativa. Gli ebrei chiedono aiuto ai "khokhli" e, come dimostrazione di "lealtà", attaccano il palazzo della Cultura russa in Libano. Israele ha attaccato un'istituzione russa e ha chiesto aiuto a Kiev contro l'Iran, alleato della Russia; è lecito aspettarsi che il “pudico” sostegno degli ebrei a Kiev del passato, possa ora farsi più concreto».
In che senso? Sono di appena poche settimane fa le voci di un possibile passo anglo-francese per fornire tecnologia nucleare a Kiev. E se Londra e Parigi sono vincolate dal Trattato di non proliferazione nucleare (TNP), Israele non è vincolato da nulla: non è parte del TNP e, a differenza di India, Pakistan e Corea del Nord, non riconosce il proprio status nucleare, per quanto non lo neghi. L'ex presidente americano Carter, ricorda Pavlenko, una volta si lasciò sfuggire le dimensioni dell'arsenale nucleare israeliano, parlando di 150 testate, diverse decine delle quali ad alto potenziale. Tel Aviv potrebbe decidersi da sola a un tale passo, oppure, su richiesta di certe "parti interessate", agire da intermediaria nel trasferimento all'Ucraina sia delle stesse armi nucleari, sia degli specialisti che le integreranno con i sistemi di lancio di Kiev. L'unico ostacolo potrebbe venir posto dall'intelligence russa che, smascherano la tresca, ne renderebbe impossibile l'attuazione pratica.
Per tornare dunque alla “campagna marketing” ucraina, Kiev, con l'insistenza di un venditore di strada orientale, cerca di imporre la propria merce, consistente in una presunta competenza unica nella difesa contro i droni. Dopo che la sua offerta è stata rifiutata da Trump, Zelenskij si concentra sui diretti interessati: annuncia che oltre 200 "specialisti" ucraini si trovano già negli stati del Golfo e che il segretario del Consiglio di sicurezza, Rustem Umerov, è in visita da una settimana nelle principali capitali della regione.
L'esperienza ucraina nel contrastare i droni (i russi “Gheran” sono un tipo sviluppato degli iraniani “Shahed”) è senza dubbio di grande interesse per i paesi coinvolti nell'attuale guerra, anche se, per quanto riguarda gli USA, l'hanno sicuramente già studiata a fondo sul campo. Come ricorda Aleksandr Fidel sul portale “Alternativa”, in epoca passata era prassi comune la presenza di addetti militari di stati neutrali presso i quartier generali degli eserciti in guerra, spesso da entrambe le parti. Oggi, l'estrema reticenza dei paesi mediorientali nei confronti delle proposte di Zelenskij può essere spiegata dalla riluttanza a creare tensioni nei rapporti con la Russia. Accetterebbero sicuramente un “aiuto consultivo”, purché riservato - e Mosca probabilmente, sorvolerebbe; ma non è il caso di Zelenskij, che se ne servirebbe per ottenere la massima pubblicità e per aizzare quei paesi contro la Russia. È anche molto probabile che il suo "piano geostrategico", come nota Rostislav Ishchenko, sia più ampio e ambisca a trovarsi direttamente nella coalizione anti-iraniana.
In altre parole: cercare di "fondere" le due guerre, ucraina e iraniana, in una sola, condotta da due coalizioni: una composta da USA, Israele, Ucraina e paesi mediorientali, seppur coinvolti con riluttanza coinvolti, ma con la possibilità che anche altri paesi occidentali si uniscano; l'altra, composta da Russia e Iran. In una simile combinazione, come auspica Zelenskij, il rischio che Trump cerchi una pace "separata" con la Russia si ridurrebbe drasticamente, mentre il suo sostegno come alleato nella guerra chiave di Trump aumenterebbe in modo considerevole.
In breve, però, Zelenskij non riesce ancora a "trarre profitto" dalla guerra nel Golfo e, come ha dichiarato alla BBC: «Ho una pessima sensazione riguardo all'impatto di questa guerra sulla situazione in Ucraina. L'attenzione dell'America è rivolta più al Medio Oriente che all'Ucraina, purtroppo». Oggi, a quanto pare, non è solo preoccupato per la fine degli aiuti finanziari USA (praticamente azzerati), quanto per la pausa nei colloqui di pace, che potrebbe avere conseguenze disastrose per l'Ucraina.
La scorsa settimana, intervenendo al Consiglio europeo e chiedendo, come di consueto, di mantenere il sostegno all'Ucraina e la pressione sulla Russia, Zelenskij ha detto di aver «ricevuto segnali dalla parte americana che indicano una possibile imminente ripresa dei negoziati. Ma con quale atteggiamento si presenterà questa volta la parte russa? Sta a tutti noi garantire che i russi non si presentino con la sensazione che la loro posizione si sia rafforzata in modo significativo».
Vale a dire che l'accento non è ora sulla "guerra fino alla fine" o sulla "punizione dell'aggressore", ma sull'impedire che la posizione negoziale di Kiev si indebolisca: la pace è quasi inevitabile e l'unica questione ora riguarda i termini. I negoziati sull'Ucraina si stanno «avvicinando a un “momento della verità"», ha detto il presidente finlandese Alexander Stubb, secondo il quale la situazione potrebbe evolversi in due modi: o Kiev sarà costretta a fare concessioni territoriali a Moskva, oppure i negoziati falliranno del tutto, lasciando l'Europa ad affrontare il problema da sola, senza il sostegno USA all'Ucraina. Stubb avrebbe anche detto che «l'Europa potrebbe aiutare Trump in Iran, se lui fornisse tutta l'assistenza necessaria all'Ucraina».
Che la Guerra del Golfo stia rafforzando le posizioni della Russia è ormai un fatto acclarato: aumento dei prezzi dell'energia, esaurimento delle riserve di munizioni, soprattutto dei sistemi di difesa aerea, ecc. E ora risulta che le ragioni per cui gli europei abbiano improvvisamente iniziato a mostrare interesse per una soluzione pacifica in Ucraina, anche a costo di concessioni territoriali, sono legate in larghissima parte alla constatazione di non poter fare a meno delle risorse energetiche russe, in particolare del gas.
Tuttavia, conclude Fidel, non è esclusa la possibilità che ai leader occidentali siano giunte informazioni tali da indurli a considerare la possibilità che a breve si verifichino eventi in grado di cambiare radicalmente la situazione mondiale, rendendo quindi davvero opportuno affrettarsi a concludere la pace, soprattutto considerando i segnali sempre più chiari provenienti dall'altra parte dell'oceano, secondo cui Trump sarebbe pronto ad abbandonare Zelenskij "al suo destino".
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https://ria.ru/20260323/iran-2082291636.html
https://www.politnavigator.net/zelenskijj-na-polnom-serjoze-gotov-nachat-vojjnu-s-iranom.html
https://iarex.ru/articles/152802.html?utm_referrer=top
https://alternatio.org/articles/articles/item/161298-schos-u-lisi-zdohlo


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