Oltre il tecnocapitalismo: l'internazionalismo della terra - Intervista a Giuseppe de Marzo

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Oltre il tecnocapitalismo: l'internazionalismo della terra - Intervista a Giuseppe de Marzo

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di Camilla Costantini



Mentre le tensioni geopolitiche spingono i costi energetici alle stelle e la crisi climatica accelera, il modello ecologico ed economico globale mostra tutti i suoi limiti. In questa intervista, Giuseppe De Marzo — attivista, economista e saggista da anni in prima linea nei movimenti per la giustizia ambientale e sociale — presenta il suo nuovo libro "L'internazionale della Terra" (Minimum Fax). Attraverso un'analisi spietata del tecnocapitalismo estrattivo, De Marzo invita a superare la logica del profitto e della guerra, proponendo un'alleanza radicale tra scienza, etica e diritti della Natura per ridefinire il nostro futuro.


L’INTERNAZIONALE DELLA TERRA – intervista a Giuseppe De Marzo

I prezzi del gas naturale europeo sono saliti sopra i 71 euro/Mwh. È il livello più alto da gennaio 2023. L’impennata del costo del gas, condizionata dalle tensioni geopolitiche e dai blocchi dello stretto di Hormuz che minacciano gli approvvigionamenti di GNL, evidenzia ancora una volta l’instabilità del nostro sistema: per avere l’energia, serve necessariamente la guerra. Ma esiste un’alternativa?

“Se vivere bene (…) è l’obiettivo e allo stesso tempo il fine al quale dovremmo tendere, è necessario essere disposti a lasciarci alle spalle il modello economico e produttivo tecnocapitalista. Partendo dalla consapevolezza che non siamo il centro di tutto, e le altre entità viventi non sono oggetti inanimati a nostra esclusiva disposizione” scrive la casa editrice Minimum Fax per presentare il nuovo libro di Giuseppe De marzo: “L’internazionale della Terra”, pubblicato ad aprile.

“Sentivo l’esigenza come abitante del pianeta Terra di condividere, in particolar modo con le nuove generazioni, i saperi, le speranze e le iniziative sulle quali i movimenti per la giustizia ambientale ed ecologica hanno lavorato e lavorano in questi anni” ci racconta Giuseppe De Marzo.

“Volevo condividere anche le conquiste raggiunte in termini di consapevolezza e, allo stesso tempo, restituire, come mi hanno insegnato le comunità indigene, la meraviglia per quello che di buono e di positivo sta avvenendo. Nel nostro Paese si tende a coprire quella che io chiamo politica delle possibilità: far sapere ai giovani che se decidiamo ad esempio di limitare del 50% il consumo di carne o di carbone riusciremmo a garantire l'accesso ai servizi ambientali a decine di milioni di persone in più, mandando indietro le lancette che misurano il tempo che ci resta prima di aver consumato le risorse che la Terra generosamente mette a disposizione ogni anno. Ne potremmo fare tanti di esempi per dimostrare come dipenda ancora da noi e dalle nostre scelte. Le possibilità per cambiare ci sono, non è vero che non esistono alternative.

La voglia di condividere e cooperare mi ha spinto a scrivere questo libro: le cose si possono cambiare. In tanti e tante nel mondo stanno lottando non solo per resistere ma per affermare un nuovo punto di vista di cui oggi più che mai abbiamo bisogno”.

 

Perché tra tante battaglie hai scelto di portare avanti proprio la battaglia ambientale?

“Per destrutturare l’impostazione contenuta nella tua domanda: non sono questioni verdi. Affrontare la crisi ecologica significa dover fare i conti con il fallimento del paradigma di civiltà fondato sul tecnocapitalismo estrattivo, affrontando complessità e contraddizioni. E non è con la tecnica o con qualche aggiustamento che ne usciamo. Nemmeno inserendo “la questione ambientale” all’interno degli attuali modelli di sviluppo. Serve una nuova cultura per una politica che metta al centro il riconoscimento delle relazioni inseparabili tra noi esseri umani e il resto della comunità vivente. Abbiamo bisogno di una nuova alleanza tra scienza, natura ed etica. Significa cambiare approccio e punto di vista: non siamo il centro, non siamo i proprietari della Terra, la vita non è solo a nostra disposizione. Siamo parte della Terra. E visto che non possiamo essere sani in un pianeta malato, diventa evidente che la liberazione dell’uomo e della donna passa dalla liberazione di Madre Terra.

La crisi che viviamo è legata all’insostenibilità del nostro paradigma di civilizzazione. Altrimenti avremmo già risolto il problema con l’utilizzo di nuovi modelli economici. Basti pensare che le Nazioni Unite hanno organizzato 31 conferenze mondiali sul clima e due incontri mondiali per la Terra ma non è cambiato niente. Anzi, le cose sono peggiorate ci dicono i dati dell’IPCC come di qualsiasi altro ente o istituto di ricerca. Il problema è il modello culturale che sostiene il tecnocapitalismo estrattivo. Un approccio specista, patriarcale e razzista che considera la Terra inerme e le altre comunità della vita oggetti a disposizione da cui estrarre plus valore e profitto per alimentare l’accumulazione che il capitale considera infinita, a fronte di un pianeta con risorse finite.

Oggi, mentre facciamo questa chiacchierata, la Terra ha già esaurito da più di un mese le risorse che è in grado di rigenerare: significa che da domani siamo in deficit ecologico. Vuol dire che aumenteranno povertà, disuguaglianze, rifugiati climatici, conflitti e guerre per il controllo delle risorse; mentre diminuiranno biodiversità e salute pubblica. Perché le ingiustizie ambientali ed ecologiche peggiorano sempre la nostra condizione sociale. La giustizia sociale dipende da quella ambientale ed ecologica. Capite da soli la follia di chi butta soldi ancora su fossili e armi, facendoci dipendere da quello che succede a Hormuz. Altro che sovranità e sicurezza.”

“Non possiamo più trattare come oggetti quelli che sono soggetti vivi” scrivi. Molti filosofi contemporanei che si occupano di etica animale e etica ambientale parlano di dare la cittadinanza sia agli animali non umani sia all’ambiente. L’Ecuador, per esempio, lo ha già fatto nel 2008: ha riconosciuto la Natura come soggetto di diritti, non più come un un oggetto, non più come una risorsa da sfruttare.  Credi che estendere il concetto giuridico di cittadinanza sia un primo passo? E la nostra classe politica, secondo te, se ne occuperebbe o è troppo distante da questa visione?

“E’ un primo passo necessario, urgente e indispensabile: riconoscere titolarità e tutela giuridica ai soggetti della vita è fondamentale per ricomporre la frattura tra me, natura umana, e le altre comunità della vita. Riconoscere che anche altri soggetti della vita hanno dignità, sentimenti e diritti ci obbliga a ripensare il modello economico, rendendo così utente e desiderabili gli investimenti per riconvertire in chiave ecologica le attività produttive e la filiera energetica.

Se inserissimo nella Costituzione il riconoscimento dei diritti della natura, una comunità o una persona che vuole difendere un ecosistema aggredito da un progetto sbagliato potrebbe citare in giudizio quell’impresa per crimini contro l’umanità e l’ambiente, contribuendo a promuovere e rendere desiderabile un modello economico che garantisce lavoro e salute senza distruggere, escludere o alienare altre forme di vita. Riconoscere i diritti della natura non è solo un elemento filosofico, etico e politico, ma un aspetto giuridico che velocizzerebbe la riconversione ecologica delle nostre società.

Per quanto riguarda il dibattito In Italia la prima volte se ne è iniziato a parlare nella commissione Rodotà. Grazie al nostro più grande e compianto giurista, Stefano Rodotà, abbiamo potuto nei prima anni duemila introdurre la riflessione sui beni comuni, sulla loro importanza e sulla necessità di come preservarli dalla minaccia di un modello sempre più energivoro ed estrattivo. Abbiamo poi discusso di “commoning” e finalmente il discorso si è spostato sui diritti della Terra. Grazie ai movimenti per la giustizia ambientale ed ecologica, in particolar modo quelli dell’America latina e dell’Asia. Si è andato affermando in molte parte del mondo un “costituzionalismo sperimentale” che ha porta avanti ogni anno centinaia di sperimentazioni e innovazioni giuridiche in cui vengono riconosciuti diritti alla natura, modificando il nostro approccio culturale, ricordandoci che siamo noi a dipendere dalla “natura” e non viceversa. Riconoscere la giurisprudenza della Terra, quindi, serve soprattutto, come sosteneva anche Rodotà, a garantire i diritti umani. C’è una relazione strettissima tra diritti della natura e diritti umani.

Questo dibattito purtroppo nel nostro paese è fermo. Sia per i ritardi di un’accademia spesso pigra e impaurita nella ricerca di nuovi saperi che cancellerebbero vecchie rendite di posizione, sia per responsabilità della classe politica italiana che ignora o non vuole interessarsi all’argomento. Infatti siamo uno dei pochi Paesi nel mondo in cui il governo nega ancora la crisi climatica. Del resto se non negassero dovrebbero riconoscere di esserne i responsabili, visto che fanno politiche ad esclusivo vantaggio dei grandi inquinatori dei comparti delle armi e dei combustibili fossili. Attenzione però, non devono preoccuparci solo i partiti di destra ma anche quelli che si autodefiniscono alternativi alle destre. Come il PD, per esempio, che continua a sostenere la presidente della CE, Von Der Leyen, nonostante si sia rimangiata il “green deal” per sostituirlo con un piano di riarmo! Altro che riconversione ecologica ed equità sociale come ci avevano promosso dopo le centinaia di migliaia di morti per il Covid. I soldi che dovevano servire per lavoro, salute e riconversione stanno andando al settore delle armi. In Europa stanno riconvertendo l’industria per la guerra, questa è la realtà che non può essere più nascosta! La realtà dei fatti descrive una situazione in cui le elite fanno enormi guadagni mentre noi ci impoveriscono e stiamo sempre peggio. Siamo sudditi di un’oligarchia molto più che cittadini e cittadine di una democrazia.

Così mentre noi qui discutiamo della necessità di riconoscere diritti alla natura, prende invece piede nel nostro Paese come in tutta Europa il partito unico della crescita economica e della guerra. Non è possibile continuare a dire che la crescita economica è la priorità come fa anche il centrosinistra. È suicida, perchè significa far aumentare la povertà, le ingiustizie sociali, i problemi ambientali e i problemi di salute. La crescita in regime capitalista non si traduce in vantaggi per il popolo ma nell’esatto opposto come ci dicono i dati e le inchieste. Dovremmo parlare di quali politiche mettere in campo e quali investimenti per far “crescere” la salute, il reddito, il tempo libero, la partecipazione, la cultura, la biodiversità.”

 

La retorica che viene portata avanti sul cambiamento climatico è quella della colpa collettiva, mettendo sullo stesso piano il cittadino che usa una cannuccia di plastica e il multi-miliardario che usa il jet privato anche per fare tratte di pochi minuti. Alla luce di questo ha ancora senso parlare di antropocene, colpevolizzando l’umanità in generale, o sarebbe più corretto parlare di capitalocene, spostando, quindi, la responsabilità sulle èlite economiche?

“Il primo capitolo del mio libro si intitola uscire dal capitalocene: ci ha pensato la scienza a raccontare che l’1% più ricco dell’umanità inquina per il 50% di tutta la popolazione. Non ha più senso continuare a parlare di responsabilità individuale, quando siamo dinanzi ad una gigantesca ingiustizia perpetrata dalle èlite. Il discorso sull’antropocene è servito a distogliere l’attenzione, in particolar modo in occidente, dalle responsabilità di un modello economico criminale che oggi sta liquidando la democrazia per garantirsi profitti e rendite. Dobbiamo essere chiari e netti su questo se vogliamo ridemocratizzare la democrazia: il diritto rivendicato dai super-ricchi a inquinare di più rispetto al resto della popolazione mondiale non è un diritto acquisito, ma un privilegio di classe da condannare ed impedire. Le responsabilità della crisi sistemica e strutturale non sono nel cittadino medio, figurarsi dei poveri colpiti due volte, ma sono delle élite, che fanno di tutto per mantenere i loro privilegi. Spalleggiati e difesi da governi come quello Meloni che, come abbiamo visto in questi 4 anni, servono a garantire profitti alle élite. Altro che sovranità e “prima gli italiani”. È stata la prima a genuflettersi a Trump ed alle élite mondiali, la prima ad applicare la famosa agenda Draghi, la prima a favorire guadagni osceni alle multinazionali dei fossili. Mentre non ha mosso un dito per impedire che i poveri e i precari aumentassero, che non ci prendessero i soldi dalle tasche come hanno fatto e stanno rifacendo con la scusa dell’aumento dei prezzi dei combustibili fossili causati dalla guerra che loro promuovono. Come non ha fatto niente quest’estate mentre eravamo afflitti dal lockdown climatico, rinunciando a qualsiasi politica di adattamento e mitigazione, esponendoci a enormi rischi per la nostra sicurezza e salute. Del resto il presidente del senato prendendosi beffa di milioni di poveri, dinanzi alle domande dei cronisti ha ricordato al paese come ai caraibi di caldo non è mai morto nessuno e l’estate si sa c’è il sole. Forse era meglio proporci di comprare una villa in montagna..

Di chi sono le responsabilità dunque dell’impoverimento e delle nostre malattie? Sicuramente non di chi si è dimenticata di chiudere l’acqua del lavandino. Ma di chi si continua ad arricchire vendendo fossili e armi mentre noi stiamo peggio. Corresponsabili tutti quei governi, come quello italiano, che ritardano la riconversione ecologica per difendere gli interessi delle élite. “

 

Margaret Thatcher, nei primi anni Ottanta, ripeteva lo slogan: “there is no alternative”, intendendo che non c’è alternativa al capitalismo. Nel terzo capitolo del tuo libro scrivi che: “chi avrebbe dovuto rappresentare l’alternativa agli interessi delle destre si è dimostrato inadeguato o colluso”. Perché la classe politica di sinistra non riesce più a darci un’alternativa?

“Secondo Gramsci, i dirigenti della sinistra dovevano essere capaci di risolvere i problemi delle persone, organizzare comunità, essere a disposizione dei lavoratori e delle famiglie, costruire relazioni. Oggi il sistema ha preferito premiare una classe dirigente capace di auto narrarsi (non a caso i politici generalmente passano ormai più tempo sui social che sui territori). Il fatto che la maggior parte degli attivisti per la giustizia ambientale, sociale ed ecologica siano fuori dai partiti è preoccupante. Ma è ancora più preoccupante la tendenza degli ultimi anni che vede addirittura i partiti sempre più incapaci di aprirsi ai movimenti. Quasi come non vogliano essere attraversati da pensieri, proposte e facce che possono scalfirne la comoda rendita interna sulla quale da anni sono state costruite carriere personali e non cambiamenti collettivi. La sinistra è utile se cambia la nostra condizione materiale, se costruisce alternative o se sostiene chi quest’alternativa vuole portarla avanti. Nel nostro Paese, invece, è stata spesso la sinistra a dirci che non ci sono alternative e che non possiamo più costruire una società che superi capitalismo, patriarcato e colonialismo. La sinistra istituzionale oggi non solo non indica più un’alternativa, ma spesso confligge con quella che io chiamo “geografia della speranza”, le nuove soggettività nate nel vuoto della politica per dare risposte al peggioramento delle nostre condizioni materiali. Potremmo farne centinaia di esempi, dai cittadini liberi e pensanti di Taranto, al movimento NoTav in Val Di Susa, passando per l’assemblea dei cittadini del Bosco Ospizio di Reggio Emilia, per arrivare ai comitati e territori contro inceneritori e grandi navi. Oggi la sinistra è spesso nemica di queste realtà, creando un enorme cortocircuito. Dovrebbe invece ripartire proprio da qui, dai conflitti ecologico distributivi e da quella cittadinanza attiva che non ha piegato la testa.

Avremmo bisogno di partiti-movimento, perché la crisi della democrazia rappresentativa non la risolviamo se non siamo presenti anche nella democrazia partecipativa e deliberativa. Se non stiamo sui territori, se non siamo capaci di creare comunità, se non siamo capaci di fermare il riarmo e investire centinaia di miliardi di euro per la riconversione ecologica delle attività produttive, se non siamo capaci di ritornare a un fisco progressivo e migliorare la condizione delle famiglie impoverite, allora, a che serve la sinistra? La politica di cui abbiamo bisogno non sta sui social e non vive di pubblicità, ma dovrebbe agire nei territori per cambiare le relazioni di forza, riconoscendo il legame tra giustizia sociale e ambientale, mettendo al centro la solidarietà che sta alla base dell’umanità.”

 

“Tecnocapitalismo ed economia estrattiva investono enormi risorse per programmare l’ignoranza, con l’obiettivo di farci dimenticare tutto quello che può infastidire o incrinare il sistema. Per questo, oggi, pensare equivale al rischio di essere ammazzati o suicidarsi” scrivi. Cosa intendi quando affermi che il sistema punta a programmare l’ignoranza collettiva? E come si esprime questo rischio per chi prova a pensare in modo critico?

“questo sistema punta da decenni a idiotizzarci, a semplificare la realtà trasformandola in bianco o nero: è un sistema che non vuole competenza e non vuole complessità, che premia la superficialità e l’auto narrazione. Punta alla disumanizzazione, perchè se svuotano i nostri cervelli diventa più facile far accettare collasso climatico, disuguaglianze e guerre. Trent’anni fa il sistema tecno-capitalista estrattivo non avrebbe potuto fare quello che oggi sta facendo senza una mobilitazione di massa. ”

 

Nelle prime pagine del libro spieghi che c’è una relazione diretta tra i processi di alterazione e trasmissione delle malattie infettive e l’aumento della temperatura della Terra. Puoi spiegare il perché di questo legame?

“Lo hanno spiegato l’organizzazione mondiale della sanità e molti studi scientifici: la maggior parte delle pandemie degli ultimi anni sono legate a virus di natura zoonotica ( virus trasmessi dagli animali selvatici all’uomo, ndr). Questo significa che se gli animali selvatici sono costretti a migrare, perché i loro ecosistemi sono distrutti, portano il virus con loro. Le pandemie degli ultimi anni, in particolar modo il covid, confermano la relazione tra collasso climatico e diffusione di nuove patologie. Se vogliamo risolvere le pandemie dobbiamo affrontare la crisi climatica e garantire agli animali selvatici lo spazio per vivere la loro vita. Torniamo alla necessità di riconoscere diritti alla natura per garantire i nostri stessi diritti, vista la relazione inseparabile tra natura umana e comunità della vita. Se vogliamo parlare di salute dobbiamo mettere in discussione il modello produttivo. “

 

Mario Draghi, durante una conferenza a Palazzo Chigi nel 2022, chiese provocatoriamente: “Preferite la pace o il condizionatore acceso tutta l’estate?” La dipendenza dei governi occidentali dai combustibili fossili è causa dei conflitti geopolitici e del deterioramento della salute pubblica. Cosa risponderesti a chi giustifica tutto questo usando il classico ricatto occupazionale, dicendo cioè che “queste industrie danno lavoro a un sacco di persone”? E come si può scardinare un sistema che monetizza la crisi climatica a spese della vita e della salute umana?

“Innanzitutto dobbiamo specificare che investire nelle rinnovabili crea molto più lavoro che investire nei combustibili. I posti creati dall’industria fossile sono sempre meno. Se facessimo un’analisi su quelli creati dall’industria fossile e su quelli distrutti dalle conseguenze e dagli impatti di un settore così inquinante e invasivo, capiremmo come il saldo sia negativo. Investire nelle fonti rinnovabili in maniera co-programmata, distribuita e con la fiscalità generale coinvolgendo le comunità locali e i lavoratori produrrebbe un numero enormemente maggiore di posti di lavoro, senza i costi sociali, ambientali e sanitari del modello estrattivo.

Per quanto riguarda la frase di Draghi, quello che ci stava dicendo in modo molto chiaro è che se vogliamo il fresco la guerra è la condizione. Ma non solo: afferma che l’unico modo per continuare ad avere l’aria condizionata è attraverso la guerra. Una frase aberrante. Draghi ci chiede di rinunciare al principio di solidarietà presente in ogni comunità vivente, ignorando la relazionalità, la corrispondenza, la reciprocità e l’interdipendenza tra tutte le forme di vita. Fa leva esclusivamente sull’Io, ignorando completamente l’importanza del Noi”.

 

 Cos’è, quindi, l’internazionale della Terra?

“Un insieme di movimenti, soggetti istituzionali, comunitari, popoli indigeni, governi che stanno agendo a livello globale per creare una nuova alleanza tra scienza, natura ed etica, portando avanti obiettivi comuni indispensabili per tornare a vivere bene. L’abbiamo visto a Santa Marta in Colombia dove per la prima volta si sono riuniti decine di governi, ong, movimenti, popoli indigeni, accademie, per promuovere un Trattato di non proliferazione sui combustibili fossili che sarà giuridicamente vincolante dal prossimo anno. Pensiamo alla Flotilla che attraverso il principio di solidarietà ha messo in crisi la narrazione di Israele mostrando al mondo la vera natura oppressiva di uno Stato genocida e razzista, come le complicità statunitensi ed europee. Pensiamo ai movimenti femministi, ai movimenti dei popoli indigeni, ai movimenti contadini che ovunque lottano per l’agroecologia, al costituzionalismo sperimentale ed ai movimenti per i diritti della Terra. Soggetti che mettono in campo iniziative globali che contribuiscono a ridemocratizzare la democrazia, ridefinendo multilateralismo e cooperazione, per rispondere all’aggressione delle elitè al diritto internazionale, visto come un freno per la crescita e la guerra. Sono tutti quei soggetti che agendo a livello internazionale ci ricordano che il nostro futuro dipende dalla capacità di curare le forze vive della vita che ci hanno messo al mondo e che garantiscono i nostri bisogni. 

Camilla Costantini

Camilla Costantini

Studio filosofia all' Università "La Sapienza" di Roma. Una grande passione per il giornalismo. Per l'Antidiplomatico mi occupo di politica internazionale e di cinema
 

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