L'inganno della 'liberazione': perché l'attacco all'Iran di Trump e Netanyahu ci trascina nel caos

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L'inganno della 'liberazione': perché l'attacco all'Iran di Trump e Netanyahu ci trascina nel caos

 

di Michele Blanco*

Da sempre tutti gli interventi militari statunitensi ottengono risultati devastanti, basta guardare cosa è realmente accaduto negli ultimi anni. La guerra in Afghanistan, ai raid su Teheran e l'eliminazione del regime di Gheddafi, hanno ottenuto effetti sempre peggiorativi della situazione, senza contare milioni di morti, feriti e le infinite sofferenze provocate.
 
La storia ci insegna, ma non ci è mai maestra purtroppo, che quando l’eliminazione del nemico viene venduta come inizio della libertà, del rispetto dei diritti umani o della democrazia imminente, apre la porta alla distruzione e al caos.
 
Si è festeggiato, nel corso degli anni nei Paesi occidentali per la morte di Osama bin Laden, di Muammar al-Qaddafi, di Saddam Hussein. In tutti questi casi si parlava di ritorno della giustizia, di missione compiuta per l'affermazione della democrazia, di sicurezza ristabilita. In Afghanistan dopo anni di occupazione militare per “garantire la democrazia”, la NATO e gli Stati Uniti si sono dovuti di corsa ritirare come negli anni Settanta del secolo scorso in Vietnam, con oggi i talebani al potere.
 
Ora si “festeggia” di nuovo, per fortuna solo sui mass media manipolatori della verità. Questa volta per la morte dell’ayatollah Ali Khamenei, ricordiamo che si tratta del massimo leader religioso islamico sciita. Ma a parte la vergogna assoluta di bombardare in modo prestabilito e mirato l'abitazione di Khamenei e l'assassino di lui e della sua famiglia. Ci chiediamo a cosa ci porterà tutto questo?
 
Donald Trump ha autorizzato l’operazione militare insieme al governo di Benjamin Netanyahu mentre la via negoziale non era formalmente chiusa. Sul piano internazionale, non risulta alcun mandato, unico legalmente legittimo, del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ai sensi del Capitolo VII della Carta ONU. Sul piano interno statunitense, gli attacchi sono stati avviati senza una preventiva autorizzazione del Congresso, come richiesto dall’articolo I, sezione 8 della Costituzione americana. Diversi parlamentari, tra cui il senatore Tim Kaine e il leader democratico Chuck Schumer, hanno contestato pubblicamente la legittimità dell’azione, parlando di un atto di guerra deciso dall’esecutivo senza il voto dei rappresentanti eletti democraticamente dal popolo statunitense. Non è soltanto una scelta militare: è una gravissima forzatura istituzionale che concentra nelle mani del presidente un potere che la Costituzione affida solo al Congresso, scavalcando quei passaggi che, in teoria, dovrebbero impedire a un presidente di trascinare un Paese in un’escalation di guerra senza nessun controllo.
 
Eliminare illegalmente un leader di un Paese sovrano non equivale a costruire istituzioni democratiche e leggi a favore della libertà delle donne. Bombardare non equivale a democratizzare, ma si è chiaramente visto ha portato all'assassinio di 200 persone in gran parte bambine che stavano in una scuola. La forza militare può abbattere un bersaglio, ma non crea automaticamente legittimità politica, anzi nasce certamente da illegittimità democratica e politica.
La vera domanda non è se Khamenei fosse un leader repressivo o autoritario. La domanda è se la rimozione violenta dall’esterno produca società più libere o soltanto distruzione, disordine, guerra civile.
 
L’intervento, sempre illegittimo e illegale, militare viene spesso presentato come strumento per rimuovere regimi autoritari e aprire la strada alla libertà. È falsa e manipolatoria narrazione già usata e rivelatasi fallace: Iraq, Afghanistan, Libia. In ogni caso si parlava di stabilità futura, di transizione democratica, di nuovo equilibrio regionale.
 
Ogni volta che un’operazione viene dipinta come necessaria per “difendere la democrazia”, bisognerebbe guardare alle conseguenze distruttive di tutte le volte precedenti. Perché la storia recente insegna una cosa semplice: i vuoti di potere non restano vuoti, ma portato a guerre civili e distruzione.
Israele e gli stati Uniti non sono interessati primariamente ad un cambio di regime, ma al crollo e alla distruzione dello Stato iraniano, rendendolo probabilmente un altro Stato fallito come la Libia e la Siria. In questo modo potranno rubare facilmente le enormi ricchezze petrolifere.
Quindi tutti questo inutile massacro ha a che fare con l’obiettivo primario di Netanyahu e di Trump di distruggere l’indipendenza e la sovranità dell'Iran.
Inoltre gli Usa non vogliono tollerare, in nessun modo, un Iran alleato di Cina e Russia. 
 
La solita e rozza propaganda manipolatrice parla di “guerra di liberazione”, ma non ci dice che le donne in Arabia Saudita sono trattate molto peggio che in Iran, non ci dice che i diritti umani fondamentali sono meno rispettati in Arabia Saudita e Emirati Arabi Uniti, alleati dell'occidente, che in Iran. 
 La propaganda non ci dice che meno di un anno fa l’Intelligence americana aveva detto che non esistevano prove dello sviluppo di un armamento atomico in Iran. La posta in gioco è ben superiore a tutte le ragioni che vengono falsamente sbandierate in questi giorni. Agli israeliani e statunitensi non interessa il rispetto dei diritti umani del popolo iraniano. 
 
Il disordine globale degli ultimi anni sta via via condensandosi intorno ad alcuni nodi fondamentali, si tratta delle questioni ultime sulle quali o si determinerà un nuovo Patto tra i grandi spazi imperiali, analogo a quello stabilito dopo la Seconda Grande Guerra, o non vi sarà alternativa alla catastrofe. In questo pericoloso "gioco", dove le attuali potenze cercano di posizionarsi nelle condizioni migliori in vista sia della prima che della seconda possibilità, l’Iran, con le sue attuali alleanze, gioca un ruolo essenziale.
 
L’Iran non è l’Iraq, non è paragonabile a altri Stati medio-orientali, è una nazione importante, con una storia millenaria, determinante per gli equilibri dell’intera area. Ma non solo, le sue alleanze sono di peso strategico per il complesso delle relazioni geo-politiche mondiali. Questo è il vero punto: abbattere la potenza dell’Iran significa assestare un colpo determinante all’intesa, che andava maturando, sul piano di una cooperazione a tutto campo, tra Iran, Cina e Russia. Intesa che avrebbe potuto allargarsi, oltre la dimensione economico-commerciale, ad altre potenze regionali, come il Pakistan.
In un mondo dove i conflitti dilagano, in cui a un ritmo insostenibile per l’Occidente si affermano nuove potenze economiche che danno vita a intese e alleanze tra loro, come la forte alleanza Brics, gli Stati Uniti d'America non vogliono accettare un Iran forte e strategicamente alleato a Cina e Russia, e quindi a un controllo ferreo e reale di tutti i flussi e rotte energetiche da parte di una tale alleanza. 
 
Oggi le leadership mondiali o riconoscono le rispettive ragioni e trovano intorno a esse un patto-compromesso, oppure i rischi saranno tragici per l'intera umanità dove la guerra le falsificazioni e la propaganda la fanno da padroni.  
 
In questo contesto assistiamo al possibile crollo di una cultura di pace che aveva cercato di segnare il secondo dopoguerra e l’avvio dell’Unione europea.
Infatti nessun leader europeo sembra capace di raccogliere l'eredità del Manifesto di Ventotene, dove si pensava a un ordine internazionale federale, in nessun modo si voleva «un impero che riduca gli altri Stati a suoi vassalli», un ordine «che sottragga alla sovranità di tutti gli stati associati i mezzi con cui possono far valere i loro particolarismi egoistici», un ordine democratico dotato di un corpo di leggi «al quale tutti egualmente debbono essere sottomessi».
Ai laici del Manifesto di Ventotene rispondevano allora i cristiani-cattolici di Camaldoli: con l'appello a non dimenticate la persona! La persona viene prima dello Stato, e lo Stato la riconosce attraverso la sua azione vòlta a liberarla da tutti gli ostacoli che ne impediscono il pieno sviluppo e la piena partecipazione alla vita politica.
 
Sia a Ventotene che a Camaldoli invocavano insieme il bene assoluto che è rappresentato dalla “pace”; scrivevano: «ripudiamo la guerra come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali».  
 
Nell'attuale mondo siamo passati dal ripudio all’accettazione della guerra, fino al ritenerla infine una situazione normale, un mezzo con cui si risolvono i conflitti. 
 
In questo contesto vediamo tutti i giorni lo Stato più potente di turno che interviene dove ritiene minacciati i propri interessi. 
Un ritorno vergognoso allo Stato di natura e alla "legge" del più forte. Tutto ciò rappresenta la fine della possibilità di un sistema politico che possa essere democratico, la fine di ogni possibilità di pensare con la propria testa, usando la propria intelligenza senza essere manipolati.

*Pubblicato in “La Fonte, periodico dei terremotati o di resistenza umana”, 2026, ANNO 23, n. 4, p. 20. 

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