Quando la disinformazione diventa un’arma: il caso Iran
Dopo la cosiddetta “guerra dei 12 giorni”, l’Iran è stato bersaglio di una vasta operazione di destabilizzazione coordinata dall’estero. Secondo una dichiarazione dell’Organizzazione di Intelligence dei Guardiani della Rivoluzione (IRGC), un “centro di comando nemico” composto da servizi segreti di dieci Paesi ha pianificato attentati, rivolte interne e pressioni mediatiche con l’obiettivo di minare l’integrità geografica e l’identità nazionale della Repubblica Islamica.
Le proteste, iniziate a fine dicembre con rivendicazioni economiche legate alla svalutazione del rial, sono poi state progressivamente infiltrate da gruppi armati e reti terroristiche, sostenute - come denunciato da Teheran - da Stati Uniti e Israele. L’IRGC afferma di aver sventato il piano grazie all’azione congiunta delle forze di sicurezza e alla collaborazione popolare: 735 arresti, oltre 11.000 persone convocate, centinaia di armi sequestrate e decine di soggetti collegati a servizi stranieri identificati. Un ruolo centrale, secondo le autorità iraniane, lo avrebbe avuto anche la guerra dell’informazione.
Emblematico il caso di Noya Zion, cittadina israeliana che ha scoperto di essere stata presentata da Channel 12 come presunta vittima ebrea uccisa durante i disordini in Iran, mentre era tranquillamente a casa sua. Un episodio che ha smascherato la diffusione di notizie false e immagini manipolate per alimentare l’indignazione internazionale.
La Fondazione iraniana per i Martiri e i Veterani parla di 3.117 morti, distinguendo tra civili, forze di sicurezza e terroristi armati, mentre accusa i media occidentali e sionisti di gonfiare e distorcere i dati per trasformare gruppi violenti in “manifestanti pacifici”. Sullo sfondo, emerge un conflitto che va oltre le proteste di piazza: una battaglia per il controllo della narrazione, dove informazione e disinformazione diventano armi strategiche in uno scontro geopolitico sempre più aperto.
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