Quando un nativo è contro gli immigrati. Il paradosso americano della nomina di Markwayne Mullin

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 Quando un nativo è contro gli immigrati. Il paradosso americano della nomina di Markwayne Mullin

 

di Raffaella Milandri

 

Il 5 marzo 2026 Donald Trump ha annunciato la rimozione di Kristi Noem dalla guida del Department of Homeland Security e ha indicato il senatore repubblicano dell’Oklahoma Markwayne Mullin come suo successore. La nomina deve ancora essere confermata dal Senato, ma il significato politico della scelta è già evidente: Trump vuole alla guida di uno degli apparati più sensibili dello Stato federale un alleato solido e perfettamente allineato alla sua linea dura su immigrazione, sicurezza interna e controllo del territorio.

Per capire davvero il peso di questa decisione bisogna ricordare che cosa rappresenti oggi il Department of Homeland Security. Istituito con l’Homeland Security Act del 2002, nel clima politico seguito agli attentati dell’11 settembre, il DHS è diventato uno dei pilastri dell’architettura statale americana. Sotto il suo ombrello operano agenzie come Immigration and Customs Enforcement (ICE), Customs and Border Protection (CBP) e FEMA.

In termini concreti, questo significa che il dipartimento controlla la gestione delle frontiere, le detenzioni amministrative dei migranti, le operazioni di espulsione, il pattugliamento del confine e una parte importante delle politiche di sicurezza interna.

Non è un ministero qualsiasi: è il cuore operativo dell’America securitaria costruita negli ultimi vent’anni. Fin qui la storia potrebbe sembrare un normale episodio della politica americana contemporanea.

Ma la vicenda assume una profondità completamente diversa quando si osserva un dettaglio che raramente compare nei titoli internazionali: Markwayne Mullin è cittadino della Cherokee Nation. Non si tratta di un elemento marginale o folklorico.

Negli Stati Uniti le nazioni native non sono semplici minoranze etniche nel senso europeo del termine: sono comunità politiche riconosciute dal diritto federale, legate allo Stato da trattati storici e da una lunga storia di conflitto, negoziazione e sovranità limitata. La cittadinanza tribale non è quindi un dato simbolico, ma parte di una struttura giuridica e politica molto concreta.

Ed è proprio la storia dei Cherokee a rendere questa nomina così simbolicamente potente. Nel 1838 il governo degli Stati Uniti impose alla nazione Cherokee una deportazione forzata dalle loro terre ancestrali nel Sud-Est verso l’Indian Territory, l’attuale Oklahoma. Più di sedicimila persone furono costrette a marciare per centinaia di chilometri in condizioni estreme. Fame, freddo, malattie e violenze causarono migliaia di morti. Quell’evento è passato alla storia con il nome di Trail of Tears, il “Sentiero delle Lacrime”, e rappresenta una delle pagine più traumatiche della formazione territoriale degli Stati Uniti.

È difficile non cogliere il paradosso storico: un cittadino di una nazione che ha conosciuto sulla propria pelle la deportazione forzata e l’espulsione dalla propria terra potrebbe ora trovarsi a dirigere l’apparato federale che oggi gestisce frontiere, detenzioni e rimpatri.

Naturalmente sarebbe troppo semplice fermarsi a una lettura moralistica. Non basta dire che Mullin è “contro gli immigrati”. Più precisamente, Mullin è stato scelto perché è considerato un interprete affidabile della linea dura trumpiana sull’immigrazione irregolare e sulla sicurezza di frontiera.

Ma proprio questa precisione rende la vicenda ancora più interessante: il cortocircuito storico resta intatto. Per il pubblico europeo vale la pena ricordare anche il profilo personale e politico di Mullin.

Nato in Oklahoma, imprenditore di successo e allevatore, Mullin è diventato una figura riconoscibile del conservatorismo americano. In gioventù è stato anche combattente di arti marziali miste, dettaglio che nella costruzione della sua immagine pubblica ha contribuito a rafforzare l’idea di una personalità politica combattiva e diretta. Prima deputato alla Camera e poi senatore, Mullin non è un tecnico chiamato a “riordinare” il dipartimento: è un politico con un’identità ideologica chiara e con una forte vicinanza al trumpismo. Ed è proprio per questo che la sua cittadinanza cherokee merita di essere letta con attenzione e non con automatismi identitari. Non esiste alcuna legge storica che imponga a un nativo di sostenere determinate posizioni politiche. Sarebbe un essenzialismo tanto ingenuo quanto quello coloniale.

Il punto, piuttosto, è osservare in che modo il potere federale americano sia capace di incorporare nelle proprie strutture figure provenienti da comunità storicamente ferite da quello stesso potere.

Non è nemmeno la prima volta che accade. La storia americana offre un precedente molto significativo: Charles Curtis. Curtis fu vicepresidente degli Stati Uniti dal 1929 al 1933 sotto la presidenza di Herbert Hoover. Aveva origini Kaw e per questo è spesso ricordato come l’unico vicepresidente statunitense con ascendenza nativa significativa. La sua ascesa politica venne presentata all’epoca come la prova dell’integrazione dei popoli indigeni nella società americana. Ma la sua carriera racconta anche una storia molto più complessa.

Curtis fu infatti il principale promotore del Curtis Act del 1898, una legge che smantellò gran parte delle istituzioni tribali nell’Indian Territory, abolendo i governi di diverse nazioni native e favorendo la divisione delle terre collettive in proprietà individuali. Il provvedimento accelerò il processo di assimilazione forzata e aprì milioni di acri di terra ai coloni bianchi. In altre parole, un uomo di origine nativa contribuì a smantellare una parte fondamentale dell’autonomia politica delle nazioni indigene.

Il parallelo con Mullin non deve essere forzato, ma è troppo evidente per essere ignorato. In entrambi i casi emerge una tensione ricorrente nella storia americana: l’inclusione di individui provenienti da comunità storicamente oppresse all’interno delle istituzioni federali può coincidere con politiche che non mettono affatto in discussione il potere centrale dello Stato. Anzi, talvolta lo rafforzano.

Gli Stati Uniti amano raccontarsi come una nazione capace di integrare tutti.

In parte è vero: il sistema politico americano ha spesso incorporato figure provenienti da gruppi un tempo esclusi. Ma questa inclusione non ha necessariamente significato una trasformazione del rapporto tra lo Stato federale e le comunità indigene. Curtis fu il volto nativo di una stagione assimilazionista.

Mullin potrebbe diventare il volto nativo di una nuova stagione securitaria. Ed è proprio questo che rende la sua possibile nomina alla guida del Department of Homeland Security qualcosa di più di un semplice episodio politico. Perché negli Stati Uniti il confine non è mai stato soltanto una linea geografica contro chi arriva da fuori. È stato anche, storicamente, uno strumento attraverso cui lo Stato federale ha definito chi ha diritto alla terra, al movimento, alla cittadinanza e alla sovranità.

In questa prospettiva il nome di Markwayne Mullin non è soltanto il nome di un uomo scelto da Trump per guidare una potente agenzia federale. È il nome di un paradosso americano che ritorna.

 

Raffaella Milandri

Raffaella Milandri

 

Raffaella Milandri è scrittrice, giornalista e antropologa di formazione, impegnata da anni nella difesa dei diritti umani dei Popoli Indigeni. Studia e divulga in Italia la storia, la cultura e la letteratura dei Nativi Americani, con attenzione tanto alla memoria storica quanto alle questioni contemporanee. È membro onorario della Four Winds Cherokee Tribe della Louisiana e della Crow Tribe del Montana. Ha pubblicato oltre dieci libri dedicati ai Nativi Americani e ai Popoli Indigeni, tra cui Nativi americani. Guida alle tribù e riserve indiane degli Stati Uniti, Nativi Americani. Guida a Miti, Leggende e Preghiere e Le scuole residenziali indiane. Le tombe senza nome e le scuse di Papa Francesco. Cura inoltre traduzioni e opere di autori nativi. Conduce il programma radiofonico “Nativi Americani ieri e oggi” e firma la rubrica “Nativi” su L’AntiDiplomatico.

 

 

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