A Doral si riscrive la dottrina Monroe: lo "Scudo delle Americhe" è la nuova frontiera dell'interventismo

Il presidente USA riunisce una dozzina di leader sudditi a Miami e, dietro la facciata della lotta ai cartelli, rispolvera il vecchio vizio del controllo sull'emisfero occidentale. Con una punta di disprezzo: "Non imparerò la loro dannata lingua"

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A Doral si riscrive la dottrina Monroe: lo "Scudo delle Americhe" è la nuova frontiera dell'interventismo


di Fabrizio Verde

Doral, Florida. La cornice non potrebbe essere più eloquente: un campo da golf di lusso, simbolo di quel presunto 'sogno americano' - in realtà un vero e proprio incubo - che per decenni ha attirato milioni di latinoamericani verso nord. Ed è qui, in questo scenario patinato e lontano dalle contraddizioni del continente, che Donald Trump ha riunito una dozzina di leader a lui vicini, eufemismo per non dire vassalli, con l'obiettivo di lanciare quella che è stata ribattezzata la "coalizione anticartel". Ma sotto la superficie scintillante dell'iniziativa "Scudo delle Americhe", ciò che emerge è la sagoma inquietante di una dottrina Monroe 2.0, rinfrescata con una patina di lessico securitario.

Ascoltando le parole del presidente nordamericano, sembra di assistere a un film già visto, con il copione riscritto per i tempi moderni. Un tempo si parlava di "destino manifesto" e di lotta al comunismo. Oggi si parla di "eradicare i cartelli" e di "terrorismo". La sostanza, tuttavia, appare immutata: Washington torna a rivendicare il ruolo di gendarme del continente, pronta a usare i suoi missili e le sue forze armate per piegare la realtà latinoamericana ai propri interessi strategici.

La scelta delle parole di Trump è stata, come suo solito, chirurgica nella sua brutale chiarezza. Ai leader riuniti ha detto senza troppi giri di parole che "alcuni di loro sono in pericolo", come a voler ribadire che senza lo zio Sam sarebbero perduti. Poi, l'offerta che sa tanto di minaccia: "Useremo missili, se volete. Sono estremamente precisi. Pum, dritti nella stanza!". Un linguaggio che riduce la complessa questione della violenza endemica in America Latina a un problema da risolvere con un videogioco bellico, cancellando decenni di fallimenti delle politiche proibizioniste e di complicità strutturali tra apparati statali e narcotraffico.

Quello che irrita maggiormente, di questo nuovo corso, è l'ipocrisia di fondo. La stessa amministrazione che oggi tuona contro i "cartelli sanguinari" ha alle spalle una storia fatta di laissez-faire verso il traffico di armi che dagli Stati Uniti alimenta proprio quelle organizzazioni criminali. E mentre Trump promette aiuti militari, il suo stesso comportamento durante l'incontro rivela un atteggiamento di superiorità che non può passare inosservato. La battuta rivolta al segretario di Stato Marco Rubio, in cui il presidente ha dichiarato di non voler "imparare la loro dannata lingua", è la spia di un approccio culturale: l'America Latina è come sempre vista alla stregua di un cortile di casa, un luogo dove si interviene senza la necessità di comprenderne a fondo le dinamiche sociali, la storia o la lingua.

La lista degli invitati parla chiaro. Accanto a fedelissimi vassalli come Javier Milei, che deve a Trump parte della sua ascesa politica, o a Nayib Bukele, celebrato per la sua guerra alle pandillas (spesso frutto di accordi sottobanco) che ha trasformato El Salvador in una prigione a cielo aperto, siede una schiera di leader accomunati da una visione securitaria e spesso punitiva del governo. Una visione punitiva solo verso i poveri e le fasce deboli, in classico stile neoliberista. Noboa, Kast, e gli altri rappresentanti di quella destra dura solo contro i deboli che vede negli Stati Uniti non solo un alleato, ma un modello. Il sequestro illegale di Nicolás Maduro a Caracas all'inizio di gennaio dopo un vile bombardamento, è stato solo l'antipasto di questa nuova stagione interventista: un'operazione militare straniera in territorio sovrano, giustificata con la lotta al narcotraffico.

Dietro la facciata della cooperazione contro un nemico comune, ciò che si profila è la riaffermazione della supremazia statunitense nell'emisfero occidentale. La "dottrina Donroe", come Trump stesso l'ha chiamata, è un omaggio malcelato alla storica dottrina Monroe, ma con un'aggravante: oggi i nemici da arginare non sono solo le potenze straniere come la Cina, ma anche quei governi latinoamericani che osano sfidare l'egemonia di Washington. Il blocco delle forniture di petrolio a Cuba è lì a ricordarlo.

In questo scenario, la lotta ai cartelli diventa il pretesto perfetto per una nuova forma di neocolonialismo. Si interviene militarmente, si impongono alleanze, si decide chi è amico e chi è nemico. E mentre Trump parla di proteggere i leader latinoamericani, in realtà sta dettando loro le condizioni. Perché l'offerta di missili "precisi" non è solo una promessa di aiuto, ma anche un monito: da soli non ce la fate, e noi interverremo, con o senza il vostro permesso. Venezuela docet.

Il nuovo "Scudo delle Americhe" assomiglia pericolosamente a una spada di Damocle sospesa su un intero continente.

Fabrizio Verde

Fabrizio Verde

Direttore de l'AntiDiplomatico. Napoletano classe '80

Giornalista di stretta osservanza maradoniana

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