Attacco al college di Starobelsk. Sangue innocente che rivendica giustizia
Il 3 luglio dopo un lungo viaggio, via Rostov-sul-Don, sono riuscito ad arrivare a fino Starobelsk nella Repubblica Popolare di Lugansk (LNR - soggetto federale della Federazione Russa).
Era la notte del 22 maggio quando le Forze Armate ucraine con un attacco a più ondate di droni hanno distrutto il college della facoltà di pedagogia di Lugansk ubicato in questa cittadina.
Starobelsk, quel giorno da cittadina sconosciuta si è vista proiettare a livello mondiale in una dimensione di dolore e sofferenza che non la abbandonerà mai, l’ennesima icona di dolore che insanguina il Donbass dal 2014.
Ricordo di aver seguito con angoscia le immagini che poco dopo l’attacco iniziarono a circolare sui siti russi col relativo bilancio di vittime, sempre in aumento.
Sentii subito il dovere morale di recarmi sul posto per vedere coi miei occhi gli effetti di quella strage terribile e assurda, per raccontare con la mia testimonianza la verità su quanto accaduto.
Non è stato facile, un viaggio lungo, complicato, piuttosto costoso, se come nel mio caso organizzato in maniera autonoma, per di più con un elevato livello di rischio visto la presenza di vari tipi di droni ucraini che battono il cielo di quei territori: da quelli d’attacco pronti a colpire anche le auto private, a quelli che disseminano le strade di mine.
Alla fine ci sono riuscito, tuttavia mi sono avvicinato al college di Starobelsk con lo stesso stato d’animo di un fedele che in pellegrinaggio si avvicina a un santuario, a un suolo sacro, in questo caso un suolo sacralizzato dal sangue di tante vittime innocenti. Sangue che rivendica giustizia davanti a Dio e agli uomini.
Ricordo che nei giorni successivi all’attacco sulla stampa occidentale con cinismo assoluto non si parlò di questa strage, o se ne parlò con un paio di righe concise, giusto per accennare l’accaduto con distacco, quasi con una certa comprensione.
Rimasi sbalordito nel leggere i commenti e le dichiarazioni di certi giornalisti occidentali, tra di loro anche italiani, che subito dopo l’attacco visitarono il luogo della tragedia come membri di una delegazione di 50 giornalisti stranieri provenienti da 19 paesi[1].
Mentre la maggior parte dei giornalisti non esitava a definire ciò che avevano sotto gli occhi “terrorismo”[2], secondo quanto riportato dai media russi i giornalisti italiani presenti davanti alle rovine ancora “fumanti”, invece, reagirono con un certo distacco. Evgenij Murylev, presidente della sezione di Lugansk dell’Unione dei Giornalisti della Russia, ha così riportato:
“C’era un piccolo gruppo di persone che, per usare un eufemismo, erano ciniche riguardo a questa situazione. Non solo con cinismo, ma con un certo sarcasmo. Ad esempio, <...> una giornalista italiana si è comportata in modo estremamente cinico, estremamente sarcastico ed estremamente ipocrita, usando costantemente la parola “Yakoby” (“presumibilmente”, “pare che” ndt.) nei suoi commenti al cameraman”[3].
Ma non tutti gli italiani sono identici, sono giunto sul posto ed ecco la mia testimonianza.
Innanzi tutto va detto che anche gli edifici intorno al college sono stati distrutti. Davanti al college si osserva un profondo cratere, questo da l’idea della potenza distruttiva dei droni utilizzati. Il college è un complesso piuttosto grande a più corpus, tutti distrutti, uno di questi è un edificio a più piani con corridoi e camerette per il convitto degli studenti e aule. La sua parte centrale è stata letteralmente polverizzata non c’è più. Ho avuto la possibilità di muovermi senza alcuna limitazione all’interno del complesso, vedere ciò che rimaneva delle aule e delle camerette distrutte.. Gli ucraini hanno giustificato questo attacco sulla base di eventuale materiale militare russo presente all’interno del college.
Spostandomi all’interno dell’edificio confermo di aver visto solo: pareti distrutte, finestre e porte divelte, calcinacci, vetri infranti e ancora tanti, tanti oggetti abbandonati sul pavimento, sui letti, sui tavoli.. appartenenti agli studenti, più precisamente alle studentesse che vivevano nelle camerette. Quel tipo di oggetti e articoli che ragazzine di 18, 19 anni portano con se nel proprio bagaglio. Immagini decisamente in grado di attanagliare il cuore a qualsiasi persona dotata di un minimo di umanità.
Ho chiesto conferma del bilancio delle vittime: mi hanno confermato le cifre iniziali: 21 morti e circa un’ottantina di feriti.
Qualche giorno fa il capo della LNR, Leonid Pasechnik ha confermato in modo definitivo questo dato, aggiungendo:
“Oggi ricorre il quarantesimo giorno dalla tragedia di Starobelsk. Questo è il crimine più disumano commesso dai neofascisti sul suolo di Lugansk. Cinico e premeditato”[4].
Anna Soroka, commissaria per i diritti umani della LNR ha osservato che tutte le persone uccise nell’attentato terroristico di Starobelsk hanno riportato ferite causate dall’esplosione di mine[5].
Ho letto i nomi e l’età dei 21 che hanno perso la vita: 18 ragazze e 3 ragazzi quasi tutti classe 2007, 2006. Questi i loro nomi per non dimenticare[6]:
- Pogribnichenko Anna Andreevna, nata il 1 novembre 2006,
- Serdyuk Daria Sergeevna, nata il 18 aprile 2007,
- Prudnikova Yana Vladimirovna, nata l’11 dicembre 2006,
- Zhivotikova Irina Denisovna, nata il 3 dicembre 2006,
- Martimyanova Elena Vladimirovna, nata il 06 settembre 2006,
- Berezhnaya Tatyana Sergeevna, nata il 15 luglio 2006,
- Kovtun Artyom Sergeevich, nato il 02 febbraio 2006,
- Bugakov Maksim Viktorovich, nato il 3 dicembre 2005,
- Postovets Aleksander Aleksandrovich, nato il 18 dicembre 2004,
- Fen Sofiya Olegovna, nata il 30 marzo 2007,
- Chekrygina Alina Aleksandrovna, nata il 27 aprile 2007,
- Dashchenko Veronika Aleksandrovna, nata il 15 settembre 2006,
- Zaratujchenko Victoriya Olegovna, nata il 21 settembre 2007,
- Vasilenko Anastasiya Alekseevna, nata il 18 luglio 2007,
- Butkova Aleksandra Vyacheslavovna, nata il 17 gennaio 2007,
- Protasova Aleksandra Alekseevna, nata l’11 novembre 2007,
- Tereshchenko Oksana Alekseevna, nata il 14 settembre 2003,
- Bryukhovetskaya Alisa Vladimirovna, nata il 16 gennaio 2007,
- Kovalenko Anastasiya Andreevna, nata l’8 maggio 2007,
- Gerasimenko Taisiya Pavlovna, nata il 18 maggio 2008,
- Kovpak Aleksandra Aleksandrovna, nata il 3 giugno 2007.
Qui si arriva alla questione cruciale: quale il senso di questi attacchi diretti su civili, in questo caso addirittura di notte cogliendo vigliaccamente delle ragazzine nel sonno.
Yana Lantratova, commissaria russa per i diritti umani, giunta di proposito nella LNR ha definito le azioni delle Forze Armate ucraine “ciniche e ipocrite”. Ha sottolineato che i droni hanno effettuato gli attacchi nonostante le vittime venissero estratte dalle macerie e i genitori fossero sul posto, in attesa di vedere i propri figli sopravissuti.
“La parte ucraina ha attaccato ripetutamente questo luogo”, ha osservato il difensore civico. “Lo hanno attaccato così tanto che è stato semplicemente impossibile continuare le operazioni di soccorso”[7].
Sempre Anna Soroka, ha affermato:
“Ora vorrei dire che questo ha già oltrepassato non solo i confini dell’umanità, - non si tratta nemmeno di crimini di guerra. È qualcosa di talmente cinico e sprezzante della vita umana”[8].
Secondo lei, il bombardamento della città è continuato per diverse ore colpendo varie zone di Starobelsk. La difensore civico ha puntualizzato che nell’attacco sono stati utilizzati diversi tipi di droni e che gli specialisti continuano ad esaminare i detriti e i pezzi di velivolo rinvenuti sul luogo dell’attentato.
Soroka è dell’opinione che l’attacco sia stato deliberato e portato da un massiccio utilizzo di droni. Ha inoltre affermato che, a suo parere, i paesi occidentali sono coinvolti nella fornitura di componenti per i droni.
Quale beneficio da un punto di vista militare ne può trarre l’esercito ucraino? Questa non è più guerra questo è autentico terrorismo!
Come affermato da Rodion Miroshnik, ambasciatore plenipotenziario del Ministero degli Esteri russo per i crimini del regime di Kiev:
“Possiamo confermare che la guerra terroristica è entrata in una nuova fase. Kiev, insieme ai suoi sostenitori europei, sta cercando di dimostrare che il terrorismo contro i civili e i crimini di guerra sono la norma per condurre un conflitto, negando di fatto le norme e i principi fondamentali del diritto internazionale umanitario”[9].
L’Occidente collettivo che fa? Non solo chiude gli occhi e tace vergognosamente davanti a questi atti disumani e spietati, ma ne è complice, di fatto, continua a supportare, a consegnare armamenti a Kiev. Come ha sottolineato Anna Soroka l’Occidente collettivo è “coinvolto” nella fornitura di componenti per i droni, gli stessi che poi, non solo nell’attacco sul college di Starobelsk, ma quasi ogni giorno vengono utilizzati per colpire obiettivi civili sui territori russi.
L’Occidente, Italia compresa, si è gettato a capofitto, quasi dogmaticamente in una complicità sempre più pesante e colposa con gli atti del regime di Kiev, voltando le spalle a qualsiasi soluzione diplomatica del conflitto.
Dimenticando che la Russia è una superpotenza militare nucleare sta optando per un’escalation dai possibili esiti apocalittici.
Fonti
[1] https://tass.ru/proisshestviya/27513503
[2] https://tass.ru/obschestvo/27515529
[3]https://news.ru/regions/italyanskie-zhurnalisty-cinichno-otneslis-k-tragedii-v-starobelske
[4] https://tass.ru/politika/27870869
[5] https://tass.ru/obschestvo/27514695
[7] https://tass.ru/proisshestviya/27513637
Foto di Eliseo Bertolasi


