Il capitalismo dei robot (di Alessandro Volpi)
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di Alessandro Volpi*
I robot umanoidi saranno l'oggetto della nuova finanza cinese a cui cercheranno di aggregarsi le Big Three Usa nel tentativo di salvarsi?
La storia di Unitree Robotics, fondata nel 2016 dal visionario Wang Xingxing a Hangzhou, rappresenta un’epopea industriale senza precedenti che ha raggiunto il suo apice nelle ore febbrili del 19 agosto 2026, segnando il passaggio definitivo dalla robotica sperimentale al dominio finanziario globale.
Nata inizialmente per democratizzare i robot quadrupedi con modelli leggendari come l'Aliengo e il Go1, l'azienda ha saputo trasformare l'entusiasmo tecnologico in una macchina di raccolta di capitale diffuso attraverso una strategia di coinvolgimento dei risparmiatori retail mai vista prima nel settore manifatturiero.
Prima di approdare alla quotazione odierna, Unitree ha operato per anni come una sorta di banca ombra tecnologica, finanziando la propria espansione non solo tramite i classici round di venture capital, ma utilizzando il meccanismo dei pre-ordini di massa per il modello umanoide G1 come un immenso prestito infruttifero concesso dai consumatori globali.
Attraverso l'applicazione proprietaria Unitree-Invest, l'azienda ha permesso a centinaia di migliaia di piccoli risparmiatori di acquistare "quote di produttività" dei robot, promettendo rendimenti legati all'efficienza del lavoro automatizzato nei settori della logistica e della consegna dell'ultimo miglio.
Questo coinvolgimento capillare ha creato una base di azionisti fedelissimi che ha spinto la valutazione della società fino a picchi speculativi di 150 miliardi di dollari nei mercati privati all'inizio del 2026, prima che una necessaria correzione tecnica riportasse i parametri verso una realtà più industriale.
Il collocamento in Borsa avvenuto il 19 agosto è stato orchestrato con un prezzo di partenza prudenziale basato su una capitalizzazione di 9 miliardi di dollari, una mossa tattica per ripulire il titolo dagli eccessi speculativi e favorire un nuovo rally alimentato dalle tensioni geopolitiche nello Stretto di Hormuz.
In poche ore, la fame degli investitori per asset capaci di operare in scenari di crisi ha fatto schizzare il valore a 53 miliardi di dollari, ridefinendo la mappa della proprietà che oggi appare come un delicato equilibrio tra blocchi contrapposti.
Attualmente, il controllo rimane saldamente in mani cinesi per circa il 62% del capitale totale, una quota che comprende il 22% detenuto personalmente dal fondatore Wang Xingxing — protetto da azioni a voto plurimo — oltre a un 25% in mano a giganti tecnologici e fondi legati allo Stato come Meituan e il China Internet Investment Fund, e un 15% polverizzato tra i piccoli risparmiatori del mercato interno.
Il blocco statunitense detiene circa il 26% della società, con i colossi BlackRock e Vanguard che hanno rastrellato il 18% delle azioni durante la seduta odierna nel tentativo di mantenere un'influenza su una tecnologia considerata ormai critica per la sicurezza nazionale, mentre l'8% è residuo dei primi investimenti venture capital.
Il restante 12% è distribuito a livello internazionale, con una presenza crescente del fondo sovrano dell'Oman e di altri investitori del Golfo che vedono in Unitree l'unico partner in grado di automatizzare le rotte commerciali alternative messe a rischio dai blocchi navali.
Questa distribuzione rende Unitree una società unica al mondo: una public company di fatto, alimentata dai risparmi dei cittadini comuni e dai grandi fondi d'investimento, ma il cui cuore tecnologico e decisionale resta blindato a Hangzhou, in mani cinesi, che mirano a "governare" gli appetiti dei "padroni del mondo", costretti a sperare nella capacità della Cina di sorreggere un mercato finanziario sempre più sull'orlo del baratro.
*Commento Facebook del 19 agosto 2026


