Caracas: fiori d'amnistia contro i droni dell'impero

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Caracas: fiori d'amnistia contro i droni dell'impero


di Geraldina Colotti,

Caracas

Esiste una forma di parassitismo intellettuale che fiorisce nei momenti di massima tragedia nazionale. È la postura di chi, protetto da una cattedra o da una vecchia rendita di posizione accademica, si erge ad autorità costituzionale per processare chi, sul campo, deve garantire la sopravvivenza di un popolo. C’è chi ha masticato malamente un po’ di operaismo del secolo scorso, travisandolo, per trasformarlo oggi in un’arma da scagliare contro lo Stato bolivariano proprio mentre questo subisce un’aggressione militare senza precedenti.

Capita, così, di leggere articoli dal sapore surreale ad uso e consumo di chi, nel proprio paese, ha visto passare tutti i treni dal buco della serratura, e oggi si affida a chi, stando fuori dal Venezuela, non ha mai neanche provato a governare la sedia su cui sta ben seduto. Si utilizza per questo una tecnica classica: mescolare dati tecnici decontestualizzati con la voce di una presunta "opposizione di sinistra" per dare una parvenza di oggettività a quello che è, in realtà, un sostegno implicito alla strategia di Washington.

Il grottesco raggiunge l'apice quando questa presunta "critica antiautoritaria" finisce per trovarsi sotto lo stesso tetto di burocrati esautorati che, pur di mantenere il proprio piccolo potere di apparato, hanno scelto di farsi orientare da un cieco dottrinarismo di marca europea. Vedere chi si professa "di sinistra radicale" allearsi, nei fatti e nelle piazze, con il fascismo di Maria Corina Machado e con gli ultraliberisti che hanno benedetto l'invasione militare e il sequestro del Presidente Maduro, non è più un errore di analisi, ma uno schieramento preciso che chiude un circolo vizioso caro alle “piattaforme girevoli” post-novecentesche.

Quali sono, infatti, le “fonti” di cui ci si serve? Spesso si tratta di sigle nate da scissioni o gruppuscoli intellettuali che, pur dichiarandosi di sinistra, hanno assunto posizioni funzionali alla destra nei momenti di massima tensione, puntando sulla critica alla "deriva autoritaria" proprio quando lo Stato è sotto attacco armato, e soprattutto alleandosi con chi è portatore del neoliberismo più sfrenato.

Si citano “esperti” che vivono in Europa, noti per una critica “accademica” che da anni converge con le narrazioni del Dipartimento di Stato USA. La loro "difesa della Costituzione" ignora sistematicamente lo stato di necessità e l'aggressione imperialista, riducendo la lotta geopolitica a una questione di "gestione democratica" interna. In barba al tanto decantato “pluralismo”, ci si riferisce esclusivamente a un cartello – tanto minuscolo quanto eterogeneo - che unisce settori del “sindacalismo critico” e gruppi che, pur condannando formalmente l'imperialismo, di fatto si mobilitano contro il governo in coordinamento con le agende di destabilizzazione, chiedendo "transizioni democratiche" proprio mentre il presidente e una deputata della Repubblica, sua moglie, vengono sequestrati da una potenza straniera.

Si prende per oro colato la posizione di una micro-frazione del Partito comunista venezuelano, ignorando quella della maggioranza di quello stesso partito, che, con i suoi dirigenti storici, continua a difendere la rivoluzione bolivariana. Il fatto che non abbiano per questo più alcuna base popolare – quella base che vede nell'unità del quadro dirigente e nell'unione civico-militare l'unica garanzia di sopravvivenza della nazione – non viene tenuto in conto: così come non viene considerata sospetta l'eco mediatica che essi ricevono a livello internazionale.

Questi critici "critici" non hanno mai accettato nemmeno la Legge Antibloqueo. Ma cosa avrebbero voluto fare? La loro nonviolenza burocratica è solo la maschera di un'impotenza che, incapace di fare la rivoluzione, preferisce consegnare il Paese ai protettorati statunitensi pur di vedere sconfitto il "modello Maduro". Difendono una sovranità di carta mentre il nemico reale calpesta il suolo venezuelano. La realtà è che non esiste sovranità senza produzione, e non esiste produzione senza la capacità tattica di rompere l'assedio.

Certi “articoli” andrebbero visti per quello che sono: un esempio di guerra cognitiva, che impiega termini cari alla sinistra ("sovranità", "diritti dei lavoratori", persino "comunismo") per giustificare il ritorno della Doctrina Monroe. Il fatto che Rubio minacci Delcy Rodríguez di fare “la fine di Maduro” dimostra che la riforma non è un cedimento, ma una mossa tattica che l'impero teme, perché permette a Caracas di avere ossigeno finanziario (i 300 milioni già destinati ai salari) nonostante il sequestro dei suoi leader.

L'argomento principale usato dai detrattori della riforma è che essa rappresenti lo smantellamento del modello di sovranità petrolifera di Hugo Chávez. Questa è una lettura superficiale e decontestualizzata, già viziata in partenza al momento dell'approvazione della Legge anti-bloqueo, varata per uscire dall'angolo mefitico in cui era stata chiusa l'economia venezuelana con le “sanzioni”. In realtà, la riforma istituzionalizza i Contratti di Partecipazione Progettuale (Cpp) come risposta pragmatica e necessaria a un regime di sanzioni che impedisce allo Stato di investire direttamente miliardi di dollari.

Una porta stretta, certo, un braccio di ferro ingaggiato con la prima potenza mondiale, ma non una svendita. Non è , infatti, un ritorno alla privatizzazione, ma una delega operativa controllata: lo Stato mantiene la proprietà delle riserve e la direzione strategica, mentre il partner privato si assume il rischio e i costi in un momento in cui le casse pubbliche sono colpite dal blocco finanziario.

Come prevede la costituzione bolivariana, le leggi non possono essere retroattive e, com'è avvenuto in questo caso con le consultazioni che si sono tenute in tutte le strutture dei lavoratori, è stata approvata da loro, è passata in prima battuta in parlamento, e tornerà di nuovo alle istanze popolari.

Per quanto riguarda il cosiddetto modello Chevron e il potere di commercializzazione concesso ai privati, bisogna sottolineare che non si tratta di una rinuncia alla sovranità, ma di un meccanismo di difesa. Consentire ai partner di vendere direttamente la loro quota di produzione, a patto che il prezzo sia superiore a quello ottenuto dalle imprese statali e che i proventi passino per la Banca Centrale del Venezuela, è l'unico modo per rompere l'assedio.

Washington può sanzionare l'azienda di Stato Pdvsa, ma ha più difficoltà a bloccare ogni singola transazione di partner internazionali. È una tattica di diversificazione delle rotte commerciali per garantire che il petrolio arrivi sul mercato e i dollari arrivino ai lavoratori venezuelani.

Sulla questione della riduzione delle royalties dal 30% al 20% o 15%, certi “articoli” omettono di spiegare che si tratta di una misura flessibile e reversibile. Viene applicata solo quando la redditività di un progetto è messa a rischio dalle condizioni eccezionali imposte dal blocco. È uno strumento di incentivazione per attrarre capitali in aree ad alto rischio geopolitico.

Appena le condizioni migliorano, lo Stato ha il potere di ripristinare l'aliquota piena. Definire questo un cedimento significa ignorare che un campo petrolifero fermo per mancanza di investimenti produce zero entrate, mentre un campo attivo con royalties ridotte garantisce comunque risorse per la spesa sociale e il salario minimo.

L'inserimento di meccanismi di arbitrato indipendente non è un indebolimento della sovranità giuridica, ma una necessità tecnica nel nuovo ordine multipolare. Per lavorare con i partner dei Brics+ e con altre potenze non occidentali, è necessario offrire una cornice di sicurezza che non dipenda dagli umori politici di Washington.

Al contrario, la nuova piattaforma tecnologica annunciata da Jorge Rodríguez per l'audit in tempo reale rappresenta un aumento della sovranità digitale e della trasparenza: per la prima volta, ogni centesimo che entra potrà essere monitorato dai cittadini, contrastando la burocrazia e la corruzione.

Per fare di meglio, i critici-critici che vivono comodamente in Europa, dovrebbero mobilitarsi non contro chi cerca di aprire brecce in un sistema capitalistico globale partendo da una situazione svantaggiata per essere un paese del sud, ma per cercare di non finire in ginocchio come la Grecia di Tsipras, e aprire brecce di vera democrazia anche in Europa: perché, com'è ormai evidente, di fronte all'arroganza imperialista che non conosce freni, nessuno si salva da solo.

C'è inoltre da chiedersi come reagiranno ora i critici-critici, sempre pronti a parlare di autoritarismo, davanti all'annuncio di amnistia fatto da Delcy Rodríguez presso il Tribunale Supremo di Giustizia. Per anni hanno alimentato la narrazione dell'estrema destra sui presunti prigionieri politici: in realtà politici prigionieri, figure che in paesi come l'Italia – dove il Partito Democratico e i suoi alleati hanno reso quasi impossibile concedere amnistie e considerano normale la tortura del 41 bis – marcirebbero all'ergastolo per i crimini commessi.

La decisione di trasformare l'Elicoide (che non è certo nato con il chavismo) in un grande centro culturale è la risposta definitiva di chi, pur sotto il ricatto di avere un presidente sequestrato, non ha avuto e non ha paura della democrazia. In Venezuela, il socialismo bolivariano ha sempre fatto affidamento sul consenso, limitando al minimo il momento della coercizione.

Eppure, c'è da scommettere che questi burocrati del pensiero, pur di non ammettere la lungimiranza del quadro dirigente bolivariano, troveranno il modo di criticare anche questo atto di pacificazione, confermando la loro alleanza oggettiva con chi vuole solo il sangue e la restaurazione neoliberista.

Invece, l'atmosfera che si respirava ieri nell'aula del Tribunale Supremo di Giustizia non era quella di un paese in ginocchio, ma di una nazione che ha trasformato il dolore in orgoglio combattente. C'era un'elettricità emotiva densa, un senso di comunione profonda, manifestato con un crescendo di applausi. Lungo, interminabile, quello tributato al capitano Diosdado Cabello: un riconoscimento spontaneo a chi, insieme al popolo, sta tenendo la barra dritta nella tempesta.

Il ricordo dei caduti cubani e venezuelani del 3 gennaio è stato il momento del silenzio che parla. I nomi di chi ha dato la vita per difendere il suolo patrio dall'invasione mercenaria sono stati evocati non come ombre, ma come radici. In quel solenne omaggio, la fratellanza tra Cuba e Venezuela è apparsa più forte di qualsiasi bloqueo, cementata dal sangue versato contro lo stesso aggressore.

E quelle “femministe nonviolente” che plaudono al premio Nobel per la pace riscosso dalla trumpista Machado, avrebbero dovuto ascoltare la relazione tenuta dalla presidenta del Tribunal Supremo de Justicia, Caryslia Rodríguez. Una magistrata che ha parlato non solo come giurista, ma come figlia di una rivoluzione che ha femminilizzato il potere.

Mentre i "critici-critici" si perdono in cavilli maschilisti sulla purezza della norma, lei ha contrapposto la concretezza della giustizia riparativa. È un femminismo che non chiede il permesso a Washington, ma che si impone con la forza della Costituzione e con la sensibilità di chi sa che la pace si costruisce curando le ferite della guerra militare e di quella cognitiva.

Il discorso della magistrata Caryslia Beatriz Rodríguez non è stato solo un atto formale, ma una riaffermazione del femminismo popolare e istituzionale che caratterizza la Rivoluzione Bolivariana, specialmente in questo momento di emergenza nazionale dopo il 3 gennaio. Caryslia ha proiettato l'immagine di un potere giudiziario che non è più una torre d'avorio maschile e fredda, ma uno scudo per la nazione.

Ha sottolineato come l'aggressione imperiale, il sequestro e il blocco siano forme di violenza patriarcale che colpiscono in primis le donne, pilastri dell'economia familiare. La sua stessa presenza come Presidenta, insieme alle altre magistrate, è la prova che in Venezuela le donne non sono "vittime", ma soggetti politici che amministrano la legge in nome della pace con giustizia sociale.

Il femminismo del TSJ si è manifestato nel sostegno totale all'amnistia e alla trasformazione dell'Elicoide, proposte dalla presidenta incaricata. Caryslia ha declinato la giustizia non come vendetta (tipica del modello patriarcale-punitivo), ma come riparazione e trasformazione culturale. Decidere di sostituire le sbarre con la cultura è un atto di "politica della cura" verso il tessuto sociale lacerato dalla destra. Caryslia ha espresso una solidarietà di genere profonda verso la Vicepresidenta Delcy Rodríguez e verso Cilia Flores, definendo il sequestro di quest'ultima un attacco alla dignità di tutte le donne venezuelane.

Ha ribadito che il comando del paese, in questo momento nelle mani di una donna come Delcy, è la garanzia che la rivoluzione non vacillerà, perché le donne venezuelane sono abituate a resistere nei momenti di massima pressione. Nel suo discorso ha evocato una giustizia che difende la "Pachamama" dalle grinfie delle transnazionali. Il suo femminismo è ecologista e sovrano: proteggere le risorse energetiche significa proteggere il futuro delle figlie e dei figli del Venezuela.

Ma è stato l'intervento di Delcy Rodríguez a dare la dimensione universale della battaglia che si sta svolgendo in Venezuela. Con voce ferma, ma con gli occhi pieni di dolore, ha elevato un omaggio vibrante alla Palestina. Ricordando il genocidio a Gaza, la presidenta incaricata ha tracciato una linea diretta tra le macerie della terra palestinese e le “sanzioni” criminali contro il Venezuela: è lo stesso imperialismo che calpesta il diritto internazionale, che usa la forza bruta per ignorare la sovranità dei popoli. In quell'aula, la causa palestinese e quella venezuelana si sono fuse in un unico grido contro l'impunità di Washington.

Delcy ha ricordato di essere diventata avvocata per ottenere giustizia per la morte del padre, Jorge Antonio, morto sotto tortura nelle carceri della “democrazia camuffata” della IV Repubblica. Un'eredità che, orgogliosamente, ogni anno celebra insieme al fratello, Jorge Rodriguez, oggi presidente del Parlamento, e che indica la continuità di ideali del socialismo del XXI Secolo con quello del Novecento, il secolo delle rivoluzioni.

L'annuncio della trasformazione dell'Elicoide, da centro di detenzione a polo di irradiazione culturale, ha chiuso il cerchio di una giornata storica. Mentre Rubio minaccia, e il suo modello capitalista in crisi strutturale che non ha più nulla da offrire cerca di divorare le risorse del paese, Caracas resiste e risponde con i libri, la musica, l'elaborazione collettiva della ferita sociale, e con la clemenza verso chi è stato usato come carne da cannone dall'ultradestra. È la vittoria della vita sulla necropolitica imperiale.

Geraldina Colotti

Geraldina Colotti

Giornalista e scrittrice, cura la versione italiana del mensile di politica internazionale Le Monde diplomatique. Esperta di America Latina, scrive per diversi quotidiani e riviste internazionali. È corrispondente per l’Europa di Resumen Latinoamericano e del Cuatro F, la rivista del Partito Socialista Unito del Venezuela (PSUV). Fa parte della segreteria internazionale del Consejo Nacional y Internacional de la comunicación Popular (CONAICOP), delle Brigate Internazionali della Comunicazione Solidale (BRICS-PSUV), della Rete Europea di Solidarietà con la Rivoluzione Bolivariana e della Rete degli Intellettuali in difesa dell’Umanità.

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