Ubriaco dopo aver smarrito documenti segreti: il generale Usa che mise in imbarazzo Blinken a Kiev
La carriera di un alto ufficiale degli Stati Uniti può deragliare in molti modi. Per il maggior generale Antonio Aguto, il punto di non ritorno è stato un combinazione letale di negligenza burocratica e di un eccesso di entusiasmo etilico - una sbronza - durante una cena a Kiev. Un rapporto dell’ispettore generale del Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti ha messo nero su bianco i dettagli di una vicenda che ha macchiato la reputazione del coordinatore del supporto militare a Kiev, trasformando un professionista navigato in un caso disciplinare.
Fino alla primavera del 2024, Aguto era al comando del Gruppo di Assistenza per la Sicurezza in Ucraina, con base a Wiesbaden, in Germania. Un ruolo delicato, che comportava la gestione di informazioni sensibili e contatti al massimo livello. Ma la sua stella ha iniziato a offuscarsi all’inizio di aprile, durante un viaggio di ritorno dall’Ucraina. Il generale e il suo staff presero un treno da Kiev diretto in Germania. Nella fretta o nella routine, Aguto commise il primo, grave errore: portò con sé documenti classificati, una serie di mappe segrete, senza rispettare le direttive. Niente personale diplomatico specializzato, niente imballaggio a norma. Solo un tubo di cartone, dimenticato sul convoglio al momento dello sbarco in Polonia.
Quando il generale mise piede a Wiesbaden e realizzò di aver perso il materiale, scattò il panico. La perdita di documenti segreti è l’incubo di ogni ufficiale. La macchina burocratica si mise in moto: il suo team contattò l’ambasciata USA a Kiev, che a sua volta rintracciò il treno. Il tubo con le mappe era ancora lì, a viaggiare avanti e indietro per l’Europa. Venne recuperato solo quando il convoglio fece ritorno in Ucraina, circa ventiquattr’ore dopo. Un lasso di tempo infinito, durante il quale quelle informazioni riservate erano fuori controllo, in mani ignote. Aguto assunse le sue responsabilità, ma la macchia era ormai impressa sul suo fascicolo personale.
Se quello fosse stato l’unico episodio, forse la faccenda si sarebbe risolta con una reprimenda. Ma il destino, o la sventatezza, vollero che a distanza di poche settimane si verificasse il secondo atto. Il 13 maggio, a Kiev, il generale partecipò a una cena di rappresentanza, un evento di socializzazione militare durato quasi sei ore. Sulla tavola, insieme ai piatti locali, non mancava la chacha, l’acquavite georgiana ricavata dall’uva, una bevanda dalla gradazione alcolica importante. Aguto ne consumò due bottiglie - come hanno reso noto alcuni testimoni - nel corso della serata.
I testimoni lo descrissero visibilmente alterato, con l’andatura barcollante a tradire un’ebbrezza che lo stesso generale non negò, parlando di un "certo livello di intossicazione". La serata proseguì nella sua camera d’albergo, dove si era riunito con i collaboratori per definire l’agenda del giorno successivo. Fu lì che avvenne il primo incidente: Aguto perse l’equilibrio, cadde all’indietro e batté la testa contro il muro. Lui stesso raccontò di essersi sentito "stordito", con la vista offuscata. Nella notte ci fu un secondo capitombolo, di cui non serbava memoria, ma che lasciò un segno evidente sulla fronte.
Il giorno dopo, il 14 maggio, la situazione precipitò. La giornata era densa di impegni cruciali, con un’agenda che prevedeva incontri con il Segretario di Stato USA Antony Blinken. Ma il generale Aguto non era in sé. I suoi collaboratori lo trovarono letargico, confuso, irriconoscibile. Gli suggerirono di disdire tutti gli appuntamenti, ma lui insistette. Durante il tragitto verso l’ambasciata, sceso dall’auto, cadde nuovamente in avanti, rialzandosi e assicurando a tutti di stare "bene". In realtà non stava affatto bene.
La visita medica successiva diagnosticò una commozione cerebrale, che richiese il ricovero in un ospedale locale. Il rapporto del Pentagono non ha usato giri di parole: le cadute e lo stato confusionale erano direttamente collegati "all’eccesso di alcol". Ad Aguto è stato contestato di non aver valutato le conseguenze del suo comportamento prima di mettersi a bere.
Lui, dal canto suo, ha respinto in parte le conclusioni, offrendo una giustificazione che sa tanto di rituale antico: quella sera, ha spiegato, aveva bevuto "in buona fede", forte di un permesso verbale ricevuto per brindare in contesti cerimoniali, e ha invocato la "rilevanza culturale" del brindisi in certi ambienti. Un tentativo di difesa che, davanti a due bottiglie di chacha e a tre cadute, suona più come una giustificazione abbastanza debole e risibile.

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