C’era una volta il calcio italiano della Lira
Calcium et circenses: il sovradosaggio del calcio moderno è il vero oppio dei popoli
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di Cesare Sacchetti
Il caffè Borghetti, la schedina del Totocalcio e la partita alla radio con Tutto il calcio minuto per minuto. La voce roca di Sandro Ciotti che annunciava “clamoroso al Cibali” e quella pacata e chiara di Nando Martellini che passava il collegamento a Enrico Ameri a Bologna per la cronaca di Bologna - Napoli. Dopo si guardava La Domenica Sportiva per vedere i gol di Pruzzo e Altobelli, e controllare se quel rigore non concesso c’era oppure no. Memorie dal sottosuolo di un calcio italiano dimenticato, sparito nell’era dei diritti televisivi dove un duopolio mediatico, Sky e Mediaset, ha inaugurato l’epoca delle partite a mezzogiorno di domenica quando ci si siede a tavola o si rientra a casa dopo una passeggiata con la famiglia.
Benvenuti nel mondo inverso del calcio schizofrenico, specchio fedele della società senza frontiere, della globalizzazione e dell’euro. No, non siamo monomaniaci contagiati dal romanticismo, anche se il calcio del passato lasciava spazio a qualche sogno in più e a qualche arrabbiatura in meno. La crisi del calcio italiano è diventata il cavallo di battaglia di molti commentatori ed addetti ai lavori, per i quali la spiegazione più ricorrente per giustificare il declino del dominio di un tempo dell’Italia nel calcio si individua in un provincialismo e in una mancanza di rinnovamento, oppure nella corruzione divenuta ormai sistemica dopo i vari scandali del calcio scommesse che si sono susseguiti negli anni. Rinnovamento, corruzione, male endemico, sguardo al futuro. Vi ricorda qualcosa? Se state pensando alle ricette di Bruxelles per risollevare l’economia italiana e al pensiero unico dei mass-media, siete già sulla buona strada.
La storia della corruzione e della questione morale non convince e non spiega perché anche quando c’erano gli scandali il nostro calcio vantava il primato internazionale. Iniziamo dagli anni’80, prima dell’ingresso dell’Italia nell’eurozona e con un’economia italiana in fase discendente dopo il 1981, anno del divorzio Bankitalia-Tesoro, ma ancora tra le più forti e competitive dell’Europa Occidentale. Dal 1982, quando la Champions League si chiamava ancora Coppa dei Campioni e vi si partecipava solamente vincendo lo scudetto, fino al 2002 su 21 finali disputate della massima competizione calcistica europea ben 13 sono state disputate con squadre italiane e 6 vinte da quest’ultime. Il 62% delle finali era partecipato dalle squadre di casa nostra, dominio calcistico assoluto in Europa.
La Germania del marco pesante portò a casa 6 finali, di cui 3 vinte. Malino rispetto a noi, anche se all’epoca non si facevano i compiti a casa e guardare una partita del calcio tedesco era avvincente come guardare la fantozziana corazzata Kotiomkin. L’anno della svolta per il calcio europeo ed italiano è il 1995, quando la Corte di Giustizia delle Comunità Europee, emise la celebre Sentenza Bosman, che consentì ai calciatori comunitari di trasferirsi liberamente sul territorio dell’Unione Europea e non incontrare vincoli di sorta all’ingaggio da parte delle società calcistiche. Il tetto dei tre stranieri presente nella Serie A fino a quel momento sparisce e nasce l’epoca del calcio globalizzato, dove gli interessi delle federazioni nazionali passano in secondo piano per lasciare il posto alla libera circolazione delle merci e dei capitali. Il risultato è stato la perdita d’identità del pallone di casa nostra, dove da due anni a questa parte, più del 50% dei giocatori presenti nella Serie A è straniero, come ha evidenziato Arrigo Sacchi, che ha ricordato che se si continua su questa china si rischia l’estinzione.
L’ingresso dell’Italia nell’euro nel 2002 è la seconda data da annotare. Esiste una famosa teoria di un economista argentino, Roberto Frenkel, per spiegare le ragioni della crisi dell’Eurozona, detta Ciclo di Frenkel, con cui probabilmente molti avranno già familiarità. In soldoni, la teoria del Ciclo di Frenkel applicata alle unioni monetarie, prevede che il centro (Germania) presti alla periferia (Italia) grandi quantità di capitali. In unione di cambi fissi come l’euro, il rischio di cambio per i paesi forti è annullato e quindi agendo in questo modo, questi stanno drogando con la pioggia del credito i paesi periferici per vendere le proprie merci e danneggiare le economie degli stati vicini, arrecando squilibri alle loro bilance dei pagamenti, così da applicare la politica del beggar thy neighbour, ovvero ammazza il tuo vicino. Il credito drogato aumenta senz’altro la domanda dei paesi debitori, ma qualora si verifichi un evento destabilizzante (crisi finanziaria del 2008) , i paesi del centro rivorranno indietro tutti i capitali con gli interessi e questi per farlo saranno costretti a privarsi dei gioielli di famiglia, della loro industria migliore per ripagare il debito.
Un meccanismo che si vede anche nell’ingresso sempre più massiccio di capitali stranieri nella Serie A, dove la Roma è stata rilevata da investitori americani, l’Inter di Moratti venduta al magnate indonesiano Thohir, e il Bari acquisito da un’altra cordata straniera. La perdita degli asset italiani tocca da vicino anche il mondo calcistico. Il fascino del presidente vulcanico tifoso della sua squadra in maniera viscerale, ha lasciato il posto ai consigli di amministrazione dove si parla inglese e si analizzano i grafici del rendimento azionario delle società. Il mercato borsistico è entrato anche nel calcio, contano più gli azionisti dei tifosi, e chi avesse detto in tempi non sospetti che una squadra di calcio si sarebbe quotata in borsa e trovarsi al centro di speculazioni finanziarie, come hanno dimostrato i numerosi casi di aggiotaggio, sarebbe stato preso per un folle.
A questo si aggiunga l’austerity praticata da Bruxelles e imposta da Berlino, che sanziona qualsiasi sforamento di deficit sopra il 3%, quando è a farlo l’Italia ovviamente, e l’impossibilità di espandere la spesa pubblica che permetterebbe alle economie dei paesi periferici di stimolare la domanda interna. Il fine ultimo dell’economia è il consumo, insegnava Keynes, ma asserire questo ormai è eretico. Tutto questo ha avuto i suoi effetti corrosivi anche sul calcio di casa nostra a tutto vantaggio di quello teutonico, che da quando è entrato nell’eurozona ha conosciuto un rafforzamento senza pari.
Dal 2002 al 2006, anni in cui ancora non si era verificato l’evento destabilizzante della crisi finanziaria, l’Italia ha disputato 3 finali di Champions League, vincendone una e conquistando un campionato del mondo nel 2006. Nel periodo che va dal 2008 al 2014, l’Italia partecipa a una sola finale di Champions vincendola, mentre la Germania partecipa a 3 finali, ne vince una e per la prima volta nella storia della competizione europea porta a casa la finale tra due squadre tedesche.
Primato morale oppure c’è qualcosa di nuovo sotto il profilo economico che può spiegare questo inedito? Secondo Fabio Caressa, colto da germanite acuta durante il commento di Brasile - Germania degli ultimi mondiali brasiliani, il merito è da individuarsi nelle politiche della federazione tedesca che avrebbe puntato sui vivai e impedito il fenomeno delle corruttele. Se diamo a uno sguardo alla formazione della Germania di quella partita, ci sono Mesut Özil, turco con passaporto tedesco di terza generazione, Samir Khedira, tedesco con padre tunisino, Jerome Boateng, padre ghanese e madre tedesca, il cui fratello invece gioca nella nazionale ghanese e Miroslav Klose, nato in Polonia e trasferitosi in Germania all’età di 8 anni. Estendere i diritti della cittadinanza agli stranieri è un diritto che spetta allo stato sovrano, il quale può regolare la concessione della cittadinanza come meglio crede. Nel mondo del calcio spesso si è assistito al fenomeno dell’estensione della cittadinanza agli stranieri per allargare e potenziare le nazionali, su tutti il caso della Francia, anche se non sembra centrare granché in questo caso specifico la politica dei vivai.
Il calcio tedesco è dunque senza macchia e senza paura? Secondo l’indagine avviata da Europol ( fonte al di sopra di ogni sospetto) , l’Agenzia dell’Unione Europea per l’applicazione della legge, su 380 partite truccate dei campionati europei, la Germania si colloca al primo posto per il numero di combine. Il carrozzone dei diritti televisivi la fa da padrone in questo contesto, costringendo i giocatori a veri e propri tour de force per disputare un numero di partite sempre più numerose, dove la devozione al business comanda su ogni interesse che sia quello della salute o quello dello spettatore, che non può più andare allo stadio per paura di finire scannato da qualche rissa di ultràs rivali. Calcium et circenses, ed ecco che il sovradosaggio del calcio diviene la chiave per distrarre e divertire(?) l’opinione pubblica. Non è forse il calcio moderno l’oppio dei popoli?
Benvenuti nel mondo inverso del calcio schizofrenico, specchio fedele della società senza frontiere, della globalizzazione e dell’euro. No, non siamo monomaniaci contagiati dal romanticismo, anche se il calcio del passato lasciava spazio a qualche sogno in più e a qualche arrabbiatura in meno. La crisi del calcio italiano è diventata il cavallo di battaglia di molti commentatori ed addetti ai lavori, per i quali la spiegazione più ricorrente per giustificare il declino del dominio di un tempo dell’Italia nel calcio si individua in un provincialismo e in una mancanza di rinnovamento, oppure nella corruzione divenuta ormai sistemica dopo i vari scandali del calcio scommesse che si sono susseguiti negli anni. Rinnovamento, corruzione, male endemico, sguardo al futuro. Vi ricorda qualcosa? Se state pensando alle ricette di Bruxelles per risollevare l’economia italiana e al pensiero unico dei mass-media, siete già sulla buona strada.
La storia della corruzione e della questione morale non convince e non spiega perché anche quando c’erano gli scandali il nostro calcio vantava il primato internazionale. Iniziamo dagli anni’80, prima dell’ingresso dell’Italia nell’eurozona e con un’economia italiana in fase discendente dopo il 1981, anno del divorzio Bankitalia-Tesoro, ma ancora tra le più forti e competitive dell’Europa Occidentale. Dal 1982, quando la Champions League si chiamava ancora Coppa dei Campioni e vi si partecipava solamente vincendo lo scudetto, fino al 2002 su 21 finali disputate della massima competizione calcistica europea ben 13 sono state disputate con squadre italiane e 6 vinte da quest’ultime. Il 62% delle finali era partecipato dalle squadre di casa nostra, dominio calcistico assoluto in Europa.
La Germania del marco pesante portò a casa 6 finali, di cui 3 vinte. Malino rispetto a noi, anche se all’epoca non si facevano i compiti a casa e guardare una partita del calcio tedesco era avvincente come guardare la fantozziana corazzata Kotiomkin. L’anno della svolta per il calcio europeo ed italiano è il 1995, quando la Corte di Giustizia delle Comunità Europee, emise la celebre Sentenza Bosman, che consentì ai calciatori comunitari di trasferirsi liberamente sul territorio dell’Unione Europea e non incontrare vincoli di sorta all’ingaggio da parte delle società calcistiche. Il tetto dei tre stranieri presente nella Serie A fino a quel momento sparisce e nasce l’epoca del calcio globalizzato, dove gli interessi delle federazioni nazionali passano in secondo piano per lasciare il posto alla libera circolazione delle merci e dei capitali. Il risultato è stato la perdita d’identità del pallone di casa nostra, dove da due anni a questa parte, più del 50% dei giocatori presenti nella Serie A è straniero, come ha evidenziato Arrigo Sacchi, che ha ricordato che se si continua su questa china si rischia l’estinzione.
L’ingresso dell’Italia nell’euro nel 2002 è la seconda data da annotare. Esiste una famosa teoria di un economista argentino, Roberto Frenkel, per spiegare le ragioni della crisi dell’Eurozona, detta Ciclo di Frenkel, con cui probabilmente molti avranno già familiarità. In soldoni, la teoria del Ciclo di Frenkel applicata alle unioni monetarie, prevede che il centro (Germania) presti alla periferia (Italia) grandi quantità di capitali. In unione di cambi fissi come l’euro, il rischio di cambio per i paesi forti è annullato e quindi agendo in questo modo, questi stanno drogando con la pioggia del credito i paesi periferici per vendere le proprie merci e danneggiare le economie degli stati vicini, arrecando squilibri alle loro bilance dei pagamenti, così da applicare la politica del beggar thy neighbour, ovvero ammazza il tuo vicino. Il credito drogato aumenta senz’altro la domanda dei paesi debitori, ma qualora si verifichi un evento destabilizzante (crisi finanziaria del 2008) , i paesi del centro rivorranno indietro tutti i capitali con gli interessi e questi per farlo saranno costretti a privarsi dei gioielli di famiglia, della loro industria migliore per ripagare il debito.
Un meccanismo che si vede anche nell’ingresso sempre più massiccio di capitali stranieri nella Serie A, dove la Roma è stata rilevata da investitori americani, l’Inter di Moratti venduta al magnate indonesiano Thohir, e il Bari acquisito da un’altra cordata straniera. La perdita degli asset italiani tocca da vicino anche il mondo calcistico. Il fascino del presidente vulcanico tifoso della sua squadra in maniera viscerale, ha lasciato il posto ai consigli di amministrazione dove si parla inglese e si analizzano i grafici del rendimento azionario delle società. Il mercato borsistico è entrato anche nel calcio, contano più gli azionisti dei tifosi, e chi avesse detto in tempi non sospetti che una squadra di calcio si sarebbe quotata in borsa e trovarsi al centro di speculazioni finanziarie, come hanno dimostrato i numerosi casi di aggiotaggio, sarebbe stato preso per un folle.
A questo si aggiunga l’austerity praticata da Bruxelles e imposta da Berlino, che sanziona qualsiasi sforamento di deficit sopra il 3%, quando è a farlo l’Italia ovviamente, e l’impossibilità di espandere la spesa pubblica che permetterebbe alle economie dei paesi periferici di stimolare la domanda interna. Il fine ultimo dell’economia è il consumo, insegnava Keynes, ma asserire questo ormai è eretico. Tutto questo ha avuto i suoi effetti corrosivi anche sul calcio di casa nostra a tutto vantaggio di quello teutonico, che da quando è entrato nell’eurozona ha conosciuto un rafforzamento senza pari.
Dal 2002 al 2006, anni in cui ancora non si era verificato l’evento destabilizzante della crisi finanziaria, l’Italia ha disputato 3 finali di Champions League, vincendone una e conquistando un campionato del mondo nel 2006. Nel periodo che va dal 2008 al 2014, l’Italia partecipa a una sola finale di Champions vincendola, mentre la Germania partecipa a 3 finali, ne vince una e per la prima volta nella storia della competizione europea porta a casa la finale tra due squadre tedesche.
Primato morale oppure c’è qualcosa di nuovo sotto il profilo economico che può spiegare questo inedito? Secondo Fabio Caressa, colto da germanite acuta durante il commento di Brasile - Germania degli ultimi mondiali brasiliani, il merito è da individuarsi nelle politiche della federazione tedesca che avrebbe puntato sui vivai e impedito il fenomeno delle corruttele. Se diamo a uno sguardo alla formazione della Germania di quella partita, ci sono Mesut Özil, turco con passaporto tedesco di terza generazione, Samir Khedira, tedesco con padre tunisino, Jerome Boateng, padre ghanese e madre tedesca, il cui fratello invece gioca nella nazionale ghanese e Miroslav Klose, nato in Polonia e trasferitosi in Germania all’età di 8 anni. Estendere i diritti della cittadinanza agli stranieri è un diritto che spetta allo stato sovrano, il quale può regolare la concessione della cittadinanza come meglio crede. Nel mondo del calcio spesso si è assistito al fenomeno dell’estensione della cittadinanza agli stranieri per allargare e potenziare le nazionali, su tutti il caso della Francia, anche se non sembra centrare granché in questo caso specifico la politica dei vivai.
Il calcio tedesco è dunque senza macchia e senza paura? Secondo l’indagine avviata da Europol ( fonte al di sopra di ogni sospetto) , l’Agenzia dell’Unione Europea per l’applicazione della legge, su 380 partite truccate dei campionati europei, la Germania si colloca al primo posto per il numero di combine. Il carrozzone dei diritti televisivi la fa da padrone in questo contesto, costringendo i giocatori a veri e propri tour de force per disputare un numero di partite sempre più numerose, dove la devozione al business comanda su ogni interesse che sia quello della salute o quello dello spettatore, che non può più andare allo stadio per paura di finire scannato da qualche rissa di ultràs rivali. Calcium et circenses, ed ecco che il sovradosaggio del calcio diviene la chiave per distrarre e divertire(?) l’opinione pubblica. Non è forse il calcio moderno l’oppio dei popoli?

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