Chris Hedges - La rottura suicida di Israele con gli Stati Uniti
Rifiutandosi di interrompere gli attacchi in Libano e di ritirarsi dall’occupazione del sud, Israele sta di fatto sabotando i negoziati con l'Iran e alienandosi il suo ultimo, fondamentale alleato. La determinazione nel riaccendere un conflitto regionale rischia di spingere Teheran a chiudere permanentemente lo Stretto di Hormuz, trascinando l'economia globale in una depressione mondiale, mentre prosegue la devastazione a Gaza.
Oggi Israele appare intrappolato in una spirale di violenza e isolamento, forte di un arsenale nucleare che i suoi stessi funzionari hanno più volte minacciato di usare e sostenuto da una fitta rete di finanziatori d'oltreoceano. Una cecità strategica che lo rende una minaccia per la regione, per i suoi stessi alleati e per se stesso.
Il primo round dell'incontro quadrilaterale tra Stati Uniti, Iran e i mediatori di Pakistan e Qatar, svoltosi domenica in Svizzera, si era concentrato sull'attuazione degli impegni previsti dal Memorandum d'intesa (MoU) per un periodo preliminare di 60 giorni. La delegazione iraniana ha palesato la tensione rifiutando la storica stretta di mano e la foto di gruppo con le controparti statunitensi. Tuttavia, a interrompere bruscamente i negoziati è stata proprio la chiusura dello Stretto di Hormuz in seguito ai raid israeliani sul Libano.
Il blocco delle rotte commerciali ha scatenato l'ira di Donald Trump. Secondo il corrispondente di Fox News Trey Yingst, il presidente statunitense avrebbe minacciato i negoziatori iraniani: «Se lo Stretto di Hormuz resta chiuso, non riuscirete nemmeno a tornare nel vostro Paese». Di fronte alle rivendicazioni del presidente iraniano Masoud Pezeshkian sul diritto all'arricchimento dell'uranio — garantito dal Trattato di non proliferazione nucleare —, Trump ha rincarato la dose: «Pezeshkian farebbe meglio a darsi una regolata o prenderemo il controllo del resto del Paese». Su Truth Social, il tycoon ha poi intimato a Teheran di fermare le milizie di Hezbollah: «Se non lo faranno, colpiremo di nuovo l'Iran molto più duramente della settimana scorsa».
Le minacce di Trump hanno spinto la delegazione iraniana ad abbandonare il tavolo svizzero, mentre il presidente del parlamento Mohammad Ghalibaf ha liquidato l'accaduto su X: «Non diamo alcun peso alle invettive degli americani. Se le loro minacce avessero funzionato, non sarebbero arrivati a questa situazione disperata». Nonostante la rottura formale, l’agenzia IRNA ha riferito che l’incontro si è comunque concluso con un accordo di massima su una tabella di marcia di 60 giorni per far progredire i negoziati tecnici.
La visione di una “Grande Israele”, concepita per garantire il dominio militare nella regione, dipende interamente dalle risorse e dalla potenza degli Stati Uniti. Oltre due terzi delle armi importate da Tel Aviv arrivano da Washington. Senza questi rifornimenti, Israele non potrebbe sostenere le operazioni a Gaza, la distruzione del Libano meridionale e i bombardamenti in Siria e Iran. Beneficiando per decenni dell'influenza della propria lobby al Congresso e sui media, i leader israeliani sono diventati ciechi di fronte ai propri limiti, disposti a danneggiare persino la Casa Bianca pur di perseguire i propri scopi.
Ma questa volta il prezzo è troppo alto, e persino l’amministrazione Trump — che ha già speso oltre 34 miliardi di dollari nella guerra con l'Iran (costi che secondo WarCosts superano i 214 miliardi se si calcola l'indotto economico) — sembra averlo capito.
Israele è furioso per un Memorandum d'intesa siglato virtualmente e senza il suo coinvolgimento. L'accordo prevede la cessazione immediata delle ostilità su tutti i fronti, la revoca del blocco navale statunitense, lo sblocco dei beni iraniani congelati, deroghe sul petrolio di Teheran, il ritiro delle forze USA dalla periferia dell'Iran e un fondo di ricostruzione da 300 miliardi di dollari. La reazione della politica e dei media israeliani contro Trump e il suo entourage è stata violentissima. Figure vicine a Netanyahu hanno insultato pesantemente gli inviati speciali Steve Witkoff e Jared Kushner, definendo Trump un "perdente" e il vice JD Vance "feccia". Il quotidiano Israel Hayom, di proprietà della grande finanziatrice di Trump Miriam Adelson, ha accusato apertamente il presidente USA di tradimento. La replica di Vance è stata netta: «Se fossi nel gabinetto israeliano, eviterei di attaccare l'ultimo potente alleato che mi è rimasto al mondo».
L’ironia della storia vuole che sia proprio Israele a spingere Trump a voltargli le spalle. Il sostegno incondizionato a Washington ha trasformato gli Stati Uniti e Israele in paria internazionali agli occhi del Sud del mondo. Tra il 1946 e il 2024, gli USA hanno garantito a Tel Aviv oltre 300 miliardi di dollari in aiuti economici e militari. Ora che il conflitto con l'Iran ha fatto impennare l'inflazione e crollare l'indice di gradimento di Trump, minacciando la tenuta repubblicana al Congresso nelle elezioni di novembre, il tycoon — da sempre mosso dal proprio tornaconto — non intende sacrificarsi.
I leader israeliani appaiono scollegati dalla realtà: minacciano di continuare la guerra da soli, rifiutano di abbandonare il Libano meridionale o il Golan e continuano a occupare il 70% di Gaza, dove si registrano oltre mille vittime dall'inizio del teorico cessate il fuoco di ottobre. Eppure, questa strategia segna l'inizio della fine del progetto sionista. Negli Stati Uniti i Democratici si stanno progressivamente smarcando dall'AIPAC, mentre la destra "America First" flirta con il tradizionale isolazionismo e l'antisemitismo.
Il velo è caduto. La guerra contro l'Iran, che Netanyahu presentava come una facile vittoria, ha mostrato alla comunità internazionale il volto più oscuro del conflitto. Come scrive il giornalista israeliano Gideon Levy: «Basta con gli aiuti insensati senza condizioni. Comportatevi bene o pagatene il prezzo». Le prime crepe nel muro dell'impunità sono evidenti: un accordo siglato dagli Stati Uniti con l'Iran ignorando deliberatamente Tel Aviv. Per uno Stato che si sta autodistruggendo dall'interno e isolando dall'esterno, il gioco sta per finire.
*Giornalista vincitore del Premio Pulitzer, è stato corrispondente estero per quindici anni per il New York Times, dove ha ricoperto il ruolo di redattore capo per il Medio Oriente e per i Balcani. In precedenza, ha lavorato all'estero per The Dallas Morning News, The Christian Science Monitor e NPR. È il conduttore dello Show The Chris Hedges Report.


