Crimine storico contro l’Islam: l’Iran risponde all’assassinio del Leader della Rivoluzione
L’Iran è sceso in piazza in un’ondata di dolore e rabbia dopo il martirio del Leader della Rivoluzione islamica, Ayatollah Seyyed Ali Khamenei, assassinato in brutali attacchi aerei condotti dall’asse guerrafondaio Stati Uniti–Israele, in aperta violazione del diritto internazionale. A Teheran, decine di migliaia di persone hanno riempito Piazza Enqelab, sventolando bandiere nazionali e ritratti del Leader, scandendo slogan contro Washington e Tel Aviv e riaffermando fedeltà ai principi della Rivoluzione Islamica. Il governo ha proclamato 40 giorni di lutto nazionale e sette giorni di festività pubbliche.
L’aggressione, descritta come un atto terroristico coordinato, ha colpito decine di città iraniane, causando oltre 200 martiri e centinaia di feriti, secondo la Mezzaluna Rossa Iraniana. Un crimine che, secondo Teheran, segna “un nuovo capitolo nella storia islamica e sciita”. La risposta iraniana non si è fatta attendere. Il Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica ha lanciato massicce operazioni di rappresaglia contro obiettivi militari nei territori occupati, inclusi Tel Aviv e Haifa, oltre a basi militari statunitensi nella regione del Golfo.
Il presidente Masoud Pezeshkian ha definito l’assassinio una vera e propria “dichiarazione di guerra aperta” contro l’Islam e in particolare contro il mondo sciita, ribadendo che la vendetta contro i responsabili è un dovere legittimo della Repubblica Islamica. Anche il comandante dell’esercito, Amir Hatami, ha assicurato che le forze armate, unite e determinate, continueranno le operazioni fino a una risposta decisiva.
Il messaggio che arriva dall’Iran è netto: l’arroganza statunitense e il regime sionista non resteranno impuniti, e l’unità nazionale sarà l’arma più potente contro l’aggressione.
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