Da “Alì Babà” ai 100 milioni spariti: la corruzione dilagante che Kiev non può più nascondere

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Da “Alì Babà” ai 100 milioni spariti: la corruzione dilagante che Kiev non può più nascondere

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Un nuovo terremoto politico scuote il regime di Kiev, e questa volta l’epicentro non è la linea del fronte, ma il cuore stesso del potere ucraino. Le agenzie anticorruzione NABU e SAPO hanno fatto irruzione nell’ufficio e nell’abitazione di Andrey Yermak, capo dello staff di Vladimir Zelensky e figura considerata la “mano destra” del presidente. All’alba, una decina di investigatori ha perquisito i suoi spazi di lavoro, mentre le prime immagini diffuse da Ukrainska Pravda mostravano movimenti intensi nel distretto governativo. Yermak, dopo ore di silenzio, ha dichiarato piena collaborazione, affermando di aver garantito accesso totale agli inquirenti e la presenza dei propri avvocati.

L’operazione arriva in un clima già compromesso dal cosiddetto “caso Midas”, un’indagine colossale che ha fatto emergere un sistema di tangenti multimilionarie nel settore energetico ucraino. Secondo gli investigatori, i fornitori della compagnia nucleare statale Energoatom erano costretti a pagare il 10-15% del valore dei contratti per poter lavorare, un meccanismo che avrebbe generato almeno 100 milioni di dollari di tangenti. Già il 10 e l’11 novembre la NABU aveva effettuato decine di perquisizioni, arrestato cinque persone e individuato altri sette sospetti, tra cui l’influente imprenditore Timur Mindich, scappato in extremis in Israele. È proprio nelle centinaia di ore di intercettazioni registrate nell’appartamento di Mindich che, secondo il deputato Yaroslav Zheleznyak, potrebbe comparire lo stesso Yermak sotto lo pseudonimo “Ali Baba”.

Una rivelazione esplosiva, perché se confermata collegherebbe direttamente il capo dell’Ufficio del Presidente ai vertici di un’organizzazione criminale in grado di condizionare appalti, ministeri e perfino le riforme istituzionali. Alcuni parlamentari accusano infatti Yermak di aver orchestrato la legge che ha indebolito l’indipendenza della stessa NABU e della procura anticorruzione, aprendo la strada a una gestione più centralizzata - e opaca - del potere.

Il Cremlino non ha tardato a intervenire. Dmitrij Peskov ha parlato di “mega-scandalo destinato a destabilizzare completamente il sistema politico ucraino”, sottolineando come questo terremoto interno giunga in un momento critico, mentre Kiev cerca supporto internazionale e tenta di mantenere la propria immagine di Paese impegnato nelle riforme. Gli effetti reali dell’inchiesta sono ancora difficili da prevedere, ma il messaggio è chiaro: il cuore del potere ucraino non è più impermeabile e il cerchio si stringe attorno a figure fino a oggi considerate intoccabili. Se le accuse troveranno conferme, l’Ucraina dovrà affrontare non solo una crisi istituzionale senza precedenti, ma anche un grave danno reputazionale in un momento in cui ogni crepa interna rischia di trasformarsi in una frattura geopolitica.


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