Didier Raoult annuncia: "L’epidemia Covid sta terminando"
D. A che punto siamo, professor Didier Raoult con l’epidemia?
R. Noi qui a Marsiglia vediamo che sta scomparendo. Ieri un solo caso individuato, malgrado abbiamo testato oltre 2200 casi. La curva è a campana. E questa campana a Marsiglia, forse per il fatto che sistematicamente abbiamo diagnosticato e trattato le persone – e sappiamo che il trattamento diminuisce la durata della carica virale – è durata in media metà di quello che si vede nella maggior parte dei paesi, considerando il fatto che Francia e Italia hanno una durata media piuttosto più lunga della media dei paesi. Ma c’è la stessa tendenza e si vede che un po’ dappertutto le cose si stanno fermando, si tratti dei casi individuati (abbiamo tutti i casi individuati), dei casi ospedalizzati, dei casi in rianimazione; purtroppo alcune delle persone in rianimazione moriranno probabilmente.
Dunque questo episodio si sta risolvendo. Non si può parlare di seconda ondata, è solo la curva banale, con casi sporadici che appariranno qui e là, se c’è qualcuno che è supercontagioso ci saranno casi intorno a queste persone, ma tutto questo non traduce più una dinamica epidemica. L’epidemia sta terminando.
D. E sulle scelte terapeutiche?
R. Quello che si vede è che in una epidemia come questa ci sono cose che non vanno dimenticate. In particolare si tratta di un virus che non si conosceva, quindi la maggior parte delle speculazioni fatte su questo virus erano false. E’ una malattia diversa, pur essendo una malattia respiratoria, colpisce ila profondità dei polmoni anziché la superficie, il che significa che i segni respiratori sono molto tardivi, giusto prima della rianimazione.
In secondo luogo, non bisogna che la paura di quest’epidemia che sembra avere invaso tutto finisca per sostituire la medicina abituale. Occorre curare le persone, non lasciarle a casa e del resto è una lezione che viene da Islanda e Svezia dove hanno tassi di mortalità molto bassi: se si curano le persone, anche se non c’è il farmaco preciso che permette di uccidere il virus, ci saranno meno morti. Il tasso di mortalità delle persone ospedalizzate al Dhu a Marsiglia è dello 0,8%. Se poi si usa il farmaco che si pensa funzioni meglio, si diminuisce ancora la mortalità, soprattutto dei soggetti più vulnerabili. Ma già il fatto di occuparsi delle persone, trattarle, dare loro ossigeno, monitorarle – a volte occorreva dare anticoagulanti visto che la malattia dà disturbi della coagulazione –, osservare man mano, curare le persone. In un’epidemia non si può dire “non si curano le persone”. E’ stato messo su un sistema stupefacente: non si curano le persone, si vieta ai medici di prescrivere farmaci che potrebbero funzionare. Dopodiché i più ricchi e fortunati, quelli riuscivano a trovare il modo di curarsi. Ma i più poveri, senza reti di collegamento, non potevano avere i farmaci.
Queste epidemie non devono far perdere la testa al punto di dimenticare la medicina stessa, che è occuparsi dei malati, curarli, ospedalizzarli quando stanno male, correggere l’ossigeno, e man mano che la conoscenza procede, migliorare la qualità delle cure. Per le strategie terapeutiche, tutto è stato reso confuso perché un grande progetto di valutazione scientifica, che è del resto forse la ragione per la quale non si è voluto curare le persone aspettando uno studio i cui risultati arriveranno quando non ci saranno più malati... con molecole fra le quali una che aveva pochissime chance, il Ritonavir , e del resto si è visto rapidamente che non funzionava; e poi un’altra che non avrebbe mai potuto essere utilizzata perché non è sul mercato e non si poteva produrre in Francia, il Redemsivir di Gilead, e comunque ha una tale tossicità che nel 10% dei casi si è obbligati di fermarla. Non c’è alcuna prova pubblicata che il Redemsivir abbia salvato una sola vita. Bisogna fare attenzione prima di gettarsi in cose simili. In compenso, ci sono molti lavori che vengono dalla Cina, che con noi è la sola ad aver pubblicato serie molto lunghe, che mostrano che l’idrossiclorochina permette di ridurre la carica virale, di evitare il passaggio alla rianimazione e di aumentare le speranze di vita. In uno studio si salva il 50% delle persone nella situazione osservata. Quindi l’unico farmaco per il quale ci siano evidenze pubblicate è l’idrossiclorochina.
Quello che la crisi ha mostrato è che in questo paese nell’organizzazione delle cure – e forse è una delle ragioni di queste decisioni – si è stati incapaci di sviluppare le strategie di test sistematici che sono stati messe in essere nella maggior parte dei paesi, Eppure è banale. Ci sono molti volontari a disposizione. Ma c’è stato un tentativo di monopolizzare la capacità di diagnosticare le persone che è profondamente anti-medico. Ci sarà da riflettere molto in futuro. Non si può dire: “non si curano le persone”, non si può impedire ai medici di curare, non si può impedire di fare diagnosi quando si può fare.
Ma infine, la vera lezione è che per le nuove malattie occorre essere pronti, rapidi, organizzati, e avere uno spirito aperto. Questa malattia ci ha insegnato molto sulla compromissione respiratoria, sulla coagulazione... Ora ci chiediamo se occorrerà organizzarci rispetto all’esistenza di sequele, in particolare fibrosi, che non sono affatto trascurabili. Stiamo facendo un piano per individuare in modo più rapido possibile chi sta sviluppando fibrosi, perché a uno stadio precoce si possono fare protocolli terapeutici e tenuto conto della popolazione considerevole di chi è stato infettato ma non diagnosticato, non so come si potrà avere accesso alle persone non diagnosticate, che hanno fatto la malattia e che possono evolvere nella fibrosi. Dunque , un altro punto sul quale occorrerà certamente una riflessione per sapere qual è la strategia migliore e spero che sarà più vicino al modo migliore di agire rispetto a quello che abbiamo visto finora, perché i miei primi consigli non sono stati seguiti
Traduzione di Mar. Cor.
NdT: Mi piace segnalare il commento di un lettore, sotto l’intervista che appare sul video postato anche sull’account Twitter del professore “La mia collega docente di infettivologia a Casablanca mi dice: ma che fate in Francia? In Marocco tutti utilizzano la bi-terapia del professor Raoult e siamo contentissimi, si salvano tutti.

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