Due pesi e due misure: in Bolivia torturano un cronista ma i riflettori sono spenti

L'aggressione al giornalista F. Jesús Z.S. arriva in un paese che, dopo essersi allineato a Washington, è sparito dai radar dell'informazione globale. Lo stesso accanimento con cui si raccontava ogni tensione ai tempi dei governi socialisti oggi lascia spazio al vuoto

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Due pesi e due misure: in Bolivia torturano un cronista ma i riflettori sono spenti

Un reporter è stato sequestrato, aggredito e gli hanno reciso la lingua con un'arma da taglio. È successo in Bolivia, a El Alto, la seconda città del paese andino. La vittima, F. Jesús Z.S. la cui identità è stata tenuta riservata per motivi di sicurezza, stava rientrando a casa dopo aver coperto un comizio elettorale quando è stata intercettata da sconosciuti.

Secondo quanto denunciato dalle principali associazioni di categoria boliviane, l'Associazione Nazionale dei Giornalisti (ANPB) e la Confederazione dei Lavoratori della Stampa (Cstpb), l'aggressione è avvenuta giovedì scorso. Il cronista è stato immobilizzato con la forza, costretto a salire su un veicolo e trasportato per circa quindici chilometri fino a un terreno abbandonato. Qui, i suoi aguzzini lo hanno aggredito con estrema violenza, fino a spinegersi al taglio della lingua.

Durante il pestaggio, gli aggressori hanno rivolto alla vittima frasi minacciose: "Ora, pezzo di merda di un giornalista, morirai… ora parlerai, vediamo se puoi". Dichiarazioni che, come sottolineano le associazioni in una nota, dimostrano come gli aggressori fossero perfettamente a conoscenza dell'attività professionale della vittima e come l'obiettivo dell'aggressione fosse chiaramente quello di ridurla al silenzio.

I medici che hanno visitato il giornalista hanno escluso che le ferite possano essere state accidentali, parlando invece di tagli netti e intenzionali. L'uomo è stato curato in un ospedale di El Alto e sabato ha formalmente sporto denuncia presso la Forza Speciale di Lotta alla Criminalità. È stato inoltre sottoposto a una perizia forense.

ANPB e Cstpb hanno lanciato un allarme chiaro: l'accaduto non può essere liquidato come un semplice episodio di insicurezza cittadina. Le minacce dirette ricevute, la violenza sproporzionata e il furto degli strumenti di lavoro del giornalista configurano, a loro avviso, un atto premeditato volto a intimidire e a bloccare l'attività di informazione.

Le organizzazioni hanno inoltre denunciato un contesto più ampio di violenza contro chi informa, un clima reso possibile da anni di impunità. L'assenza di indagini rapide, trasparenti e indipendenti, così come la mancanza di condanne per i responsabili di precedenti aggressioni, hanno di fatto creato un terreno fertile per nuovi attacchi. Per questo, i sindacati di categoria chiedono ora allo Stato boliviano un'indagine immediata e approfondita che porti all'identificazione e alla punizione sia dei mandanti che degli esecutori materiali, oltre a misure concrete per proteggere la vita del giornalista ferito e della sua famiglia.

Eppure, di questa vicenda clamorosa, sui media internazionali si parla poco. Marginalmente. Quasi nulla. Un silenzio che stride con il clamore con cui, solo mesi fa, venivano raccontate le cronache boliviane. Allora il governo era socialista, o quanto meno erede di quello socialista guidato da Evo Morales, non allineato alle direttive di Washington, e ogni tensione sociale, ogni critica all'esecutivo, ogni episodio di conflitto veniva amplificato, commentato, e come sempre strumentalizzato. Oggi che a La Paz si è insediato un governo asservito agli interessi della Casa Bianca, quello di Rodrigo Paz, la Bolivia sembra magicamente scomparsa dai radar dell'informazione mainstream. 

La Redazione de l'AntiDiplomatico

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