Economie in crisi, competizione, debito

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Economie in crisi, competizione, debito

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di Giuseppe Giannini

All’interno del circuito globale dell’economia, improntata sul modello del mercato e della moneta[1], quali fattori decisivi del sistema capitalistico fondato sul valore di scambio, tutti gli Stati, sono, in qualche misura interdipendenti. Nessuno è veramente in grado di essere autarchico.

La ricchezza generata all’interno ed i proventi delle produzioni, anche nel caso di surplus da esportare, non sono sufficienti a soddisfare i trasferimenti che il governo centrale dovrebbe assicurare alla popolazione in termini di servizi e stipendi (costi infrastrutturali e del comparto pubblico).

Vi sono fabbisogni così eterogenei (la differenza della capacità di spesa dovuta alla divisione in classi della società) e crescenti (l’induzione al consumo, la necessità di possedere sempre più beni) per far fronte ai quali Paesi e cittadini ricorrono a sovvenzioni esterne. Il punto è che, al di là di ipotizzare sistemi di gestione diversa e dal basso (autogoverno ed economia circolare), e quindi, difficilmente riproducibili su grande scala, occorre tenere presente che siffatto paradigma crea cattiva distribuzione della ricchezza, aumenta le diseguaglianze e produce ogni sorta di dipendenza. Pertanto, una volta accettato questo schema, diventa difficile, soprattutto da quando si è imposto il pensiero unico liberista (la dittatura dell’ideologia liberal) provare soluzioni differenti. Anche perché il compromesso tra capitale e lavoro, sottoscritto in tante Costituzioni novecentesche, è costantemente sotto attacco.

Gli Stati, dunque, incardinati all’interno di una struttura priva di equilibri, esautorati dai reali processi decisionali, e con risorse insufficienti, cercano di finanziare le loro innumerevoli attività ricorrendo a prestiti. Questo meccanismo dà vita alla spirale perversa del debito. Un processo, che viene costantemente alimentato ed accettato, e che, a causa di mancanza di solvibilità vede scaricare le colpe di scelte improvvide sui sudditi.

A pagare saranno sempre i sottoposti, accusati dalla narrazione mainstream, funzionale al modello stesso (il dominio dello sfruttamento capitalistico) di voler condurre una vita superiore alle proprie possibilità materiali. Quindi, la soluzione è l’austerità. Un concetto diventato dogma. E seguono politiche di rinuncia: ridimensionamento del welfare, tagli ai salari, precarizzazione del lavoro, svendita del patrimonio pubblico.

Un blocco, che determina conseguenze sulle entità statali (stagnazione, recessione) e sui salariati (inflazione e perdita del potere d’acquisto) fino al gioco perfido legato alle speculazioni. In questi anni di guerre “interessate”, con l’aumento dei prezzi delle materie prime e dei costi energetici, ne vediamo gli effetti sulla nostra pelle. Allora, per risanare i conti, anche in nome di inadeguate valutazioni, di meccanismi che ci siamo auto imposti - è il caso dei vincoli economici e fiscali dal Trattato di Maastricht in poi - in quanto sudditi, dobbiamo accettare il sacrificio. Il disavanzo pubblico va ripianato emettendo obbligazioni, attraverso la svendita di titoli del debito.

Questo fenomeno chiama in causa diversi soggetti, pubblici e privati: le banche centrali, i possessori dei titoli, i grossi fondi di investimento, il ruolo dei mercati (regolamentati e non). Ed è un aspetto che ha assunto un ruolo predominante nell’ultimo trentennio. Agevolato dal fatto che gli Stati hanno oramai un ruolo residuale in conseguenza della finanziarizzazione delle economie. Un capitalismo di tipo classico affiancato dal capitalismo finanziario, che si avvale di strumenti e dispositivi creati ad hoc (hedge fund, mutui sub prime, derivati, cartolarizzazioni). Pensati per drenare risorse, disancorati dalle realtà produttive, e che, attraverso un infinito processo di accumulazione, generano false aspettative e drogano i mercati. Destabilizzando le economie, inasprendo le diseguaglianze. Ed è lo stesso meccanismo alla base delle speculazioni e delle cd. bolle. Oggi, i Paesi sono sudditi dei grossi fondi (BlackRock, Vanguard ecc.) detentori, in misura sempre maggiore, dei titoli di un debito pubblico in costante ascesa.

Decenni di "ristrutturazioni" (liberalizzazioni, privatizzazioni, taglio della spesa pubblica), politiche austeritarie (parametri fiscali ed economici da rispettare, vincoli di bilancio), finanziarizzazione dell'economia, attaccando il welfare per risanare un debito, che vede crescere la spesa per gli interessi. Giocando con i risparmi privati. Misure dove i redditi reali (quelli prodotti dal lavoro e dallo stesso quantificati – i salari) vengono soppiantati da ricavi virtuali e rendite finanziarie. Il debito rimane lo scopo principale dell’attività dei governi e dei fondi. Vi è poi la guerra tra un capitalismo de-globalizzato, nella versione trumpiana - una lotta interna al sistema americano, che poggia sulle criptovalute, il gas, il petrolio, l’intelligenza artificiale per fare concorrenza ai grandi fondi - e il modello europeo della commissione von der Leyen, ispirata da Draghi, che vorrebbe dirottare i risparmi privati in funzione del debito per dar luogo ad un tipo di gestione continentale e concorrenziale a quella americana, ma che, nei fatti, si traduce in nuove politiche di austerità. Far ripartire l’Europa con un innesto massiccio di liquidità.[2] In verità, è da prima dello scoppio della sindemia da covid che sentiamo parlare di shock economico e di bazooka. Centinaia di miliardi di euro spesi e ora da recuperare per stimolare l’economia della UE, che paga le conseguenze di decisioni affrettate.

La riconversione bellica funge da traino di una ripresa, che riguarda l’ambito delle armi e le industrie co-interessate (le valutazioni in corso nel settore automobilistico), i lobbisti. Giunti a questo punto, anche in considerazione dell’eccessivo aumento degli oneri per il riarmo (“il debito buono”), degli ingenti investimenti dietro all'intelligenza artificiale, con i loro distorti impatti sui pil e la crescita, e delle impellenti necessità legate alle migrazioni ed ai mutamenti climatici, saremo in grado di ottemperare agli impegni economici sottoscritti?

[1] Intesi in senso generale. Sulla libera concorrenza, la regolamentazione dei mercati, e sull’uso della moneta come strumento per lo scambio e le nuove valute digitali si potrebbe aprire un capitolo a parte.

[2] Vedi anche Alessandro Volpi  -  La guerra della finanza – Trump e la fine del capitalismo globale - 2025

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