Energia, industria e sicurezza mettono l’Europa alle corde

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Energia, industria e sicurezza mettono l’Europa alle corde

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L’Europa è entrata in una nuova fase. Per decenni la sua prosperità si è fondata su un equilibrio difficilmente replicabile: energia russa a basso costo, accesso al gigantesco mercato cinese, commercio globale aperto, protezione militare statunitense e primato tecnologico occidentale. Oggi, quasi tutti questi pilastri sono entrati contemporaneamente in crisi. La stessa Ursula von der Leyen ha riconosciuto che le «certezze» su cui l’Unione ha costruito il proprio modello economico sono ormai venute meno. Il primo problema è l’energia.

I prezzi europei restano molto più elevati rispetto a quelli di Stati Uniti e Cina, mentre la rottura dei rapporti con Mosca ha costretto l’UE a sostituire il gas russo con forniture più costose. Il risultato è una pressione crescente sulla competitività industriale. Le riserve di gas, inoltre, alla fine di agosto risultavano inferiori alla media stagionale, mentre l’Europa continua a dipendere fortemente dalle importazioni di combustibili e materie prime. Anche il rapporto con la Cina è cambiato radicalmente. Pechino non è più soltanto un mercato di sbocco, ma un concorrente industriale e tecnologico sempre più difficile da affrontare. Il deficit commerciale europeo con la Cina ha raggiunto livelli record, mentre numerosi settori strategici dipendono ancora dalle catene di approvvigionamento cinesi.

Le restrizioni reciproche rischiano così di trasformarsi in un boomerang per l’industria europea, soprattutto nei comparti ad alta tecnologia, dalla microelettronica alla fotonica fino alla meccanica di precisione. E poi c’è Washington. Gli Stati Uniti stanno rendendo sempre più evidente che la difesa dell’Europa non rappresenta più la loro priorità assoluta. Agli europei viene chiesto di spendere di più per la propria sicurezza, mentre Washington concentra l’attenzione sul territorio nazionale, sull’emisfero occidentale e sull’Indo-Pacifico. Paradossalmente, proprio mentre l’Europa perde i vecchi vantaggi economici, aumenta le proprie spese militari e cerca di ricostruire una capacità industriale autonoma.

È questo il vero nodo della crisi europea: il modello che aveva garantito prosperità, sicurezza e competitività non esiste più, ma un nuovo modello non è ancora stato costruito. L’Europa si trova quindi davanti a una scelta che per anni ha cercato di rinviare: continuare a seguire una strategia definita altrove oppure recuperare margini di autonomia economica, energetica e geopolitica.


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