Elezioni in Perù: seggi nel caos, spoglio lentissimo e Fujimori in testa
Solito copione elettorale in Perù: code chilometriche ai seggi, disagi logistici, polemiche incrociate e uno spoglio che procede a passo di lumaca. Ma soprattutto con un risultato parziale che restituisce l'immagine di un paese intrappolato in un loop politico dal quale non riesce a uscire. Con poco più della metà delle schede scrutinate, Keiko Fujimori veleggia in testa con circa il diciassette per cento delle preferenze. Alle sue spalle, a contendersi il secondo posto per il ballottaggio di giugno, ci sono il conservatore Rafael López Aliaga e il centrista Jorge Nieto, entrambi intorno al quindici per cento. Nessuno dei candidati si avvicina lontanamente alla soglia del cinquanta per cento necessaria per vincere al primo turno, rendendo il ballottaggio del sette giugno una certezza quasi matematica.
Il dato che fa riflettere, però, è la povertà dell'offerta politica (nonostante la lunga lista di candidati), figlia diretta del caos istituzionale che ha devastato il paese nell'ultimo decennio. Otto presidenti si sono avvicendati senza completare il mandato costituzionale di cinque anni. L'ultimo a riuscirci fu Ollanta Humala, poi il tracollo: Pedro Pablo Kuczynski si dimise nel 2018 per evitare la destituzione, Martín Vizcarra fu rimosso per "incapacità morale permanente", Manuel Merino durò appena sei giorni, Francisco Sagasti traghettò il paese alle elezioni del 2021. Quelle in cui un maestro rurale di Cajamarca, Pedro Castillo, candidato del partito Perú Libre, sbaragliò tutti con un programma di rottura: nuova Costituzione, rinegoziazione delle concessioni minerarie, riforma agraria.
Durò poco più di un anno. Il 7 dicembre 2022, braccato da un Congresso ostile che aveva già tentato più volte di rimuoverlo, Castillo viene destituito.
Da allora il Perù è scivolato in un regime di fatto parlamentare, con il Congresso che ha fatto e disfatto presidenti a colpi di mozioni di "vacanza per incapacità morale", una clausola costituzionale così vaga da essere diventata un grimaldello politico per abbattere qualsiasi esecutivo sgradito. Dopo Castillo è toccato a Dina Boluarte, poi a José Jerí, durato appena quattro mesi e silurato tra uno scandalo di incontri segreti con imprenditori e presunte visite notturne di giovani donne al palazzo presidenziale. Poi è arrivato José María Balcázar, un ottantatreenne con un passato nella magistratura e dichiarazioni imbarazzanti sulla sessualità adolescenziale.
In questo deserto istituzionale, l'offerta politica per queste elezioni si è ridotta a un menù di destre. Keiko Fujimori, figlia del dittatore Alberto Fujimori che governò il Perù con pugno di ferro negli anni Novanta prima di finire in carcere per violazioni dei diritti umani, si ripresenta con la stessa ricetta di sempre: mano dura contro la criminalità e fedeltà assoluta al dogma neoliberista.
Dall'altro lato c'è López Aliaga, ex sindaco di Lima soprannominato "Porky", volto di una destra ancora più radicale e ultracattolica. Il candidato di Rinnovamento Popolare ha già alzato la voce parlando di possibile "brutale frode", sostenendo che i seggi rimasti chiusi o inattivi si concentravano proprio nelle zone della capitale dove il suo consenso è storicamente più solido. "Andiamo domani, lunedì", ha detto in un video sui social, invitando i suoi a non mollare perché "questo può darci uno o due punti in più".
E poi c'è Nieto, ex ministro di area centrosinistra, che prova a ritagliarsi uno spazio proponendo riforme civili come il matrimonio egualitario e un allentamento delle rigidissime norme sull'aborto. In un Perù dove la finestra di Overton si è spostata così tanto a destra da far sembrare il centrismo una posizione quasi rivoluzionaria, persino Nieto fatica a imporsi come vera alternativa.
Intanto l'autorità elettorale annuncia azioni legali contro l'azienda che ha gestito malissimo la distribuzione del materiale di voto a Lima. Migliaia di persone hanno perso una giornata di lavoro per mettere una croce su una scheda che avrebbero dovuto poter depositare domenica senza ostacoli. "È un'ingiustizia", ha commentato una donna in coda nel distretto di San Juan de Miraflores. "Ieri abbiamo aspettato, oggi dobbiamo lavorare e nessuno ci risarcirà".
E mentre i voti delle aree interne del paese devono ancora essere scrutinati, il terzo produttore mondiale di rame continua a galleggiare nell'incertezza, con l’ombra lunga dell’ingerenza statunitense.

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