Eduardo Galeano, undici anni dopo: la sua voce contro la dottrina Monroe

Il grande scrittore uruguaiano ci lasciò il 13 aprile 2015. Oggi il continente che amava è di nuovo sotto assedio. Ma la sua parola non ha smesso di camminare

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Eduardo Galeano, undici anni dopo: la sua voce contro la dottrina Monroe


di Fabrizio Verde

Sono passati undici anni. Undici lunghi anni da quando Eduardo Galeano lasciò fisicamente questa terra a Montevideo, il 13 aprile 2015, piegato da un cancro ai polmoni che non era riuscito a fermare la sua lingua e la sua prolifica penna. Lui, che aveva passato la vita a dire che la morte non è un addio ma un passaggio, che uno si muore molte volte e poi rinasce, forse in quel momento stava già rinascendo da qualche parte. Forse in un bambino che per strada, a L’Avana o a Caracas o a El Alto, chiede perché i poveri non hanno niente e i ricchi hanno tutto. In tutti quelli che ancora si emozionano guardando una partita di ‘futbol’.

Ma undici anni dopo, bisogna dirlo chiaro: il mondo di cui Galeano scriveva versa in gravi problemi. È peggiorato. È diventato più cinico, più spudorato. E quello che lui definiva “il sistema” - quel meccanismo dove i politici parlano ma non dicono, i giudici condannano le vittime, i soldati fanno la guerra ai loro stessi connazionali e la gente è al servizio delle cose - quel sistema oggi ha trovato nuovi interpreti, nuove bandiere, nuove dottrine. Ancora più ingiuste, violente, aggressive e classiste.

La più vecchia e la più feroce è tornata in scena. Si chiama dottrina Monroe, ma basterebbe chiamarla con il suo vero nome: “l’America agli americani”, e gli “americani” sono solo quelli del Nord, quelli che hanno le portaerei e le basi militari e si arrogano diritto di dire agli altri, cioè al resto del mondo, come vivere, cosa mangiare, chi votare. L’amministrazione Trump l’ha tirata fuori come si tira fuori una scure arrugginita. E l’ha affilata. Resa un’arma ancora più letale.

Guardate il Venezuela. Hanno cercato di strangolarlo con sanzioni che sono solo un’altra parola per dire fame. Hanno preso il presidente bolivariano Nicolás Maduro - lo hanno sequestrato, non c’è altro termine - come se fosse un ostaggio, non un presidente. Lo hanno portato via, esibito, processato in un tribunale farsa che non rappresenta nessuno se non la volontà di chi comanda. E mentre lo facevano, parlavano di libertà. Galeano avrebbe sorriso, quel sorriso amaro che conosceva bene: “La carità è umiliante”, diceva. Ma la giustizia dei potenti è ancora peggio: è una farsa insanguinata.

Guardate Cuba. L’isola che da sessant’anni resiste stoicamente nel mezzo di un uragano. Hanno inasprito il blocco - che significa assedio – l’hanno reso asfissiante, totale. Hanno imposto un blocco energetico per far mancare la luce, l’acqua, i medicinali. Poi hanno minacciato l’invasione. Aperta. Senza vergogna. E mentre lo facevano, parlavano di democrazia e diritti umani. La stessa parola che hanno usato per giustificare lo sterminio degli indios, la schiavitù degli africani, le dittature degli anni Settanta. La storia cambia secondo la voce che la racconta, scriveva Galeano. Ma qui la voce è sempre la stessa: quella di chi ha le armi e impone la propria verità. Quella del criminale imperialismo a stelle e strisce.

E allora, a undici anni dalla sua morte, perché continuiamo a leggere Eduardo Galeano? Perché ci serve. Perché quando tutto sembra perduto, quando il silenzio sembra l’unica scelta ragionevole, lui ci ricorda che il silenzio non è mai vuoto. Che a volte la miglior maniera di comunicare è tacere, sì, ma un tacere carico di significato, un tacere che ascolta, che non si arrende. Ci ricorda che l’utopia non serve per essere raggiunta, ma per camminare. Due passi avanti, il sole si sposta, e tu continui. Serve per continuare ad avanzare.

Lui ha scritto pagine che oggi sembrano cronaca. Quando diceva che “los nadies cuestan menos que la bala que los mata”, stava descrivendo le periferie di Buenos Aires, le favelas di Rio, i campi profughi di tutto il mondo. Quando diceva che “los funcionarios no funcionan”, stava anticipando la politica spettacolo del XXI secolo, quella dove l’indignazione è merce e la promessa è fumo. Quando parlava del futbol come di una religione pagana, dove i tifosi sono moltitudine e abbracciano gli sconosciuti, ci stava insegnando che la gioia collettiva è l’unica vera ricchezza. E quando parlava della natura ci stava avvertendo, trent’anni fa, che questo modello di civiltà (l’inciviltà capitalistica basata sul profitto) avrebbe bruciato e devastato il mondo.

Ma Galeano non era un profeta cupo. Era uno che amava ridere. Amava le storie assurde, le contraddizioni, gli amori impossibili. Raccontava che da bambino, a scuola, alzò la mano per chiedere alla maestra: “Se Balboa fu il primo uomo a vedere i due oceani, gli indios erano ciechi?”. Lo cacciarono. Ma quella domanda non l’hanno mai potuta cancellare dalla storia. Perché è la domanda che rompe la narrazione ufficiale. È la domanda che restituisce dignità a chi è stato chiamato “barbaro”, “selvaggio”, “ignorante”.

Oggi, mentre il continente americano trema di nuovo sotto il peso della dottrina Monroe, mentre le navi da guerra si avvicinano alle coste e i comunicati ufficiali parlano di “ordine” e “diritto internazionale”, noi abbiamo bisogno di qualcuno che ci dica: non abbiate paura. O meglio, pur se avete paura, camminate lo stesso. Perché camminare vale la pena, anche se si cade. Galeano è caduto molte volte. È stato esiliato, imprigionato, censurato. I suoi libri sono stati bruciati dalle dittature di Uruguay, Argentina e Cile. Eppure ha continuato. Ha scritto ‘Memoria del fuoco’ mentre andava da un paese all’altro, con una valigia di cartone. Ha scritto ‘Il libro degli abbracci’ per dire che siamo fatti di gesti, non di discorsi.

Undici anni senza di lui. Ma non è vero. Lui è qui, in ogni ragazzo che in America Latina spegne la televisione e apre un libro. In tutti quelli che affrontano il blocco a Cuba con forza e dignità incredibili. In ogni indigeno che continua a parlare la sua lingua, quella lingua che i conquistadores volevano cancellare. Galeano non è morto. È diventato orizzonte. E l’orizzonte, si sa, serve solo a una cosa: a farti camminare.

Quindi bisogna continuare a cammnare. In ogni circostanza. Senza aspettare che la buona sorte piova dal cielo, perché la buona sorte non piove mai. Camminiamo con la rabbia e con la tenerezza, come insegnava lui. Perché la storia non è finita. Si può ancora raccontare con un’altra voce. La voce di chi non è mai stato ascoltato. Di chi viene silenziato o denigrato dall’imperialismo mediatico. La voce di Galeano, che è anche la nostra ed è più attuale che mai. In America Latina così come in Europa.

 

Fabrizio Verde

Fabrizio Verde

Direttore de l'AntiDiplomatico. Napoletano classe '80

Giornalista di stretta osservanza maradoniana

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