Come l'Iran sta vincendo la terza guerra del Golfo: difesa a "mosaico" e strategie missilistiche

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Come l'Iran sta vincendo la terza guerra del Golfo: difesa a "mosaico" e strategie missilistiche


di Alessandro Bartoloni

Analisti di tutto il mondo e ormai anche giornali di analisi strategica filostatunitensi come Foreign Affairs sottolineano come Stati Uniti e Israele, nonostante gli incessanti bombardamenti e l’uccisione di migliaia di persone, abbiano mancato gli obiettivi iniziali con i quali erano entrati in guerra. Ritrovandosi così a combattere esattamente il tipo di conflitto per il quale Teheran si stava preparando da più di 30 anni.

La strategia con cui Trump e Netanyahu sono entrati in guerra il 28 febbraio scorso è quella nota come “shock and awe” (“colpisci e terrorizza”), utilizzata con successo in Iraq nel 2003 e che ha portato, solo nelle prime 24 ore, a lanciare sull’Iran oltre 800 missili da crociera, munizioni stealth e attacchi informatici al fine di decapitare la leadership iraniana e compromettere il sistema missilistico controaereo del paese.

Un mix che avrebbe dovuto portare, secondo i piani, al collasso della catena di comando e a un cambio di regime in favore di un governo filo-occidentale; o, quanto meno, a una nuova leadership della Repubblica che firmasse una resa di fatto e ponesse il sigillo sull’egemonia di Washington e Tel Aviv sul Medio Oriente.

Nel suo primo discorso di guerra Trump aveva parlato di una guerra di pochi giorni. Il ministro della guerra Hegseth di schiacciante superiorità militare. Ma le cose sono andate molto diversamente. Il volume di missili e droni con cui Teheran ha contrattaccato non è mai diminuito, ed è riuscito a neutralizzare le batterie chiave della difesa aerea USA e israeliane, danneggiato gravemente le basi militari statunitensi nel Golfo Persico, colpito la raffineria israeliana di Haifa e, soprattutto, mantenuto il controllo militare dello stretto di Hormuz, dove colpisce tutte le navi che provano a passare senza il suo permesso.

Ma non è tanto con i parametri della guerra convenzionale che bisogna giudicare la strategia iraniana: è naturale che in termini di danni subiti dai mezzi e dalle infrastrutture militari l’Iran sia stata colpita molto di più dei suoi avversari. Ma per vincere la guerra l’Iran non ha bisogno di affondare una portaerei o respingere una campagna aerea. Ciò che deve fare è aumentare il costo del conflitto più velocemente di quanto i suoi avversari potessero assorbirlo. L’obiettivo non era sconfiggere gli Stati Uniti o Israele in alcun senso convenzionale, ma allungare il conflitto trasformandolo in una guerra di attrito e logoramento, e dimostrando ai propri nemici che il costo di affrontare l’Iran è militarmente, economicamente e politicamente insostenibile.

Arrivati a questo punto, saltato il regime change con la strategia shock and awe, frutto probabilmente di una valutazione sbagliata della tenuta interna della Repubblica e delle sue capacità militari, per piegare la resistenza iraniana agli Stati Uniti non rimarrebbe che l’opzione di un’improbabile invasione di terra su larga scala con almeno un milione di uomini… impossibile anche solo a pensarci. E ogni giorno che passa, invece, aumentano i danni che gli USA subiscono ad alcuni pilastri della loro egemonia: dalla loro capacità di garantire la libera circolazione nei mari, alla sicurezza dei propri alleati nel Golfo, all’immagine della propria presunta indiscussa superiorità tecnologica e militare. Danni che hanno portato gli USA al tavolo dei negoziati di questi giorni.

Per non sacrificare nulla dell’analisi di questa guerra che, in un modo o nell’altro, rimarrà nella storia, abbiamo deciso di dividere questo articolo in 2 parti. In questa prima parte vedremo come e da quanto tempo l’Iran stesse lavorando a questa precisa strategia bellica e come funziona la macchina militare iraniana, definita “a mosaico”, che ha reso possibile implementarla. Analizzeremo poi le tattiche utilizzate per massimizzare le sue capacità missilistiche e, infine, mostreremo come i pianificatori iraniani avessero studiato dalle precedenti sconfitte americane contro i Viet-Cong in Vietnam e contro i talebani in Afghanistan.

LA DIFESA A MOSAICO

“Abbiamo avuto due decenni per studiare le sconfitte dell’esercito americano a est e ovest dei nostri confini e ne abbiamo tratto delle lezioni. I bombardamenti sulla nostra capitale non hanno alcun impatto sulla nostra capacità di fare la guerra. La nostra dottrina di difesa decentralizzata a mosaico ci permette di decidere quando – e come – la guerra finirà”. (Dichiarazione su X del ministro degli Esteri iraniano Seyed Abbas Araghchi, 1° marzo 2026).

L’Iran si stava preparando a questa guerra da almeno 30 anni. Ossia da quando il nuovo governo rivoluzionario aveva affrontato il suo primo grande test militare nella guerra contro l’Iraq (1980-1988). Teheran interpretò quella guerra come una guerra per procura: una campagna in cui gli Stati Uniti e gran parte del mondo arabo sostenevano l’Iraq di Saddam Hussein con armi, intelligence e copertura diplomatica, mentre l’Iran, fresco della sua rivoluzione del 1979, combatteva in gran parte da solo e con una chiara inferiorità tecnologica e di potenza convenzionale.

La generazione di comandanti militari che prese parte a quel conflitto tornò a casa con l’idea che, finché l’Iran avesse insistito sulla strategia della sovranità e dell’indipendenza dall’Occidente, avrebbe dovuto affrontare una pressione costante sostenuta e coordinata dagli Stati Uniti che in qualsiasi momento avrebbe potuto trasformarsi in una guerra di aggressione. Lo stesso Khamenei, ucciso nei bombardamenti israelo-americani il 28 febbraio scorso, nel 1989 non era stato scelto come successore dell’ayatollah Khomeini per le sue credenziali clericali (piuttosto modeste se paragonate a coetanei come Mohammad-Reza Golpayegani o Hossein-Ali Montazeri), quanto per il suo servizio come presidente nella guerra con l’Iraq che gli aveva dato un'educazione politica e strategica che si sarebbe rivelata più utile di qualsiasi autorevolezza religiosa.

Quando gli Stati Uniti entrano in guerra, preferiscono la rapidità: dall’intervento a Panama nel 1989 alla campagna aerea di apertura della Guerra del Golfo del 1991 e alle prime settimane dell’invasione dell’Iraq del 2003, gli Stati Uniti avevano dimostrato di preferire operazioni rapide e concentrate sfruttando la propria superiorità tecnologica. In tutti questi casi, si era assistito a una tattica simile: rapido dominio aereo, cyber attacchi per paralizzare la catena di comando, decapitazione della leadership nelle primissime fasi della guerra. La shock and awe, che per certi aspetti abbiamo visto utilizzare anche nell’attacco al Venezuela con il rapimento di Maduro.

Il presupposto alla base di questo modello è che la forza concentrata e applicata contro i vertici di sistemi di comando centralizzati produca una sorta di collasso di tutta la struttura e quindi una facile vittoria. Ecco, la dottrina di difesa iraniana è stata progettata specificatamente per infrangere questo modello e protrarre il conflitto il più a lungo possibile. Ciò che i pianificatori iraniani descrivono come “difesa a mosaico” (???? ????????) o “Def??e Moz?yiki” è un’architettura di sopravvivenza costruita sull’unica premessa che agli Stati Uniti e a Israele debba essere negata una guerra di breve durata: in un conflitto prolungato infatti, come abbiamo visto in queste settimane, lo scenario si trasforma completamente, i rischi di escalation regionale si espandono, le ripercussione economiche aumentano, e i costi politici, economici e militari di un intervento iniziano a superare i benefici.

Questa architettura a mosaico ha iniziato a prendere forma in Iran nei primi anni 2000 in risposta all’espansione statunitense sui fianchi orientale e occidentale della repubblica islamica dopo le guerre in Afghanistan (2001) e Iraq (2003). Quelle guerre e il modo in cui gli Stati Uniti le condussero convinsero il Corpo delle Guardie rivoluzionarie che ci fosse bisogno di una ristrutturazione completa della catena di comando: una riorganizzazione che fu implementata definitivamente dal Generale Mohammad Ali Jafari dopo la sua nomina a comandante delle guardie rivoluzionarie nel 2008.

Il sistema funziona così: il comando e il controllo dell’esercito è diviso in un’architettura di 31 comandi territoriali separati, 32 compreso quello di Teheran. Comandi semi-autonomi, capaci di operare anche in condizioni di comunicazioni degradate e soprattutto in caso di decapitazione della catena di comando (come quella avvenuta nei primissimi giorni della guerra, quando oltre a Khamenei sono stati uccisi anche Mohammad Pakpour, Comandante in capo delle Guardie della Rivoluzione (IRGC), Abdolrahim Mousavi, Capo dello Stato Maggiore delle Forze Armate iraniane, Gholamreza Soleimani, Capo dei Basij la forza paramilitare territoriale, e Aziz Nasirzadeh, Ministro della Difesa).

La difesa “a mosaico” frammenta la funzionalità militare dello Stato in nodi operativi localizzati, garantendo che la perdita o l’interruzione del comando centrale non produca una paralisi sistemica. Un modello difensivo che era stato rinforzato in questi mesi dopo che gli statunitensi e gli israeliani si erano dimostrati incredibilmente capaci nel compiere omicidi mirati (come nel caso dell’uccisione del capo politico di Hezbollah Nasrallah, ma anche durante la guerra dei “12 giorni” del giugno scorso, quando furono uccisi circa 30 leader e comandanti iraniani con attacchi mirati).

I BASIJ e l’ARTESH

Per rendere più efficace la difesa a mosaico, non è solo il Corpo delle guardie rivoluzionarie a rispondere a questa logica della decentralizzazione, ma anche tutti gli altri corpi militari e di sicurezza. Al di sotto della struttura di comando territoriale dei pasdaran si cela un’ampia rete di sicurezza interna, i Basij: una vasta forza paramilitare di volontari che opera attraverso cellule locali distribuite in province, città e quartieri. Anche se le strutture di comando nazionali sono degradate, le unità Basij locali che lavorano a fianco dei comandi territoriali dei Pasdaran possono mobilitare risorse umane, mantenere la sicurezza interna e sostenere e organizzare la resistenza locale, impedendo ad esempio che qualsiasi invasione si traduca facilmente in un controllo della popolazione.

Artesh è invece il nome dell’esercito convenzionale. Mentre le guardie rivoluzionarie hanno in mano il controllo delle forze missilistiche, l’asset militare più strategico del paese, l’Artesh è la spina dorsale della capacità militare convenzionale, comprendente formazioni corazzate, unità di difesa aerea e forze navali. I sistemi di difesa aerea che abbiamo visto in azione in questa guerra, tra cui il Bavar?373 di origine iraniana e l’S?300 di origine russa, mirano a imporre missioni di logoramento e a proteggere infrastrutture critiche come centri di comando, basi aeree e basi missilistiche. L’obiettivo, coerentemente alla strategia generale, non è raggiungere la superiorità aerea su avversari tecnologicamente superiori come gli Stati Uniti o Israele, ma aumentare i costi operativi delle campagne aeree prolungate, rallentare il ritmo degli attacchi e negare agli aggressori un accesso incontestato a regioni chiave del territorio iraniano.

In termini strategici, la rete di difesa aerea iraniana funziona come un sistema di negazione difensiva, progettato per proteggere i nodi critici dell’architettura a mosaico abbastanza a lungo da consentire alla più ampia struttura decentralizzata di continuare a funzionare. E portare lo scontro sul piano dell’attrito e del logoramento.

COME L’IRAN HA UTILIZZATO I PROPRI MISSILI

Nei primi giorni del conflitto si sprecavano gli annunci: gli israeliani dichiaravano di aver distrutto l’80% dei lanciatori iraniani. E si leggeva che la resistenza di Teheran e la sua capacità missilistica avrebbero potuto durare al massimo una settimana e mezza. Ma, evidentemente, non è andata così. È vero che i lanci di missili e droni non sono mai stati numerosi come i primi tre giorni di guerra, ma si sono fatti anche gradualmente più mirati ed efficaci sfruttando l’esaurimento graduale delle riserve di artiglieria e degli apparati balistici antiaerei statunitensi e dei suoi alleati nel Golfo.

I dati sui lanci di droni e missili balistici dal giorno zero della guerra e per tutte le prime 5 settimane mostrano che l’Iran non ha mai esaurito le scorte di missili balistici, e contemporaneamente ha lanciato una media mobile alta attorno ai 100 droni al giorno. Senza contare che i modelli più avanzati del proprio arsenale missilistico, come i missili ipersonici Fattah-1 e Fattah-2 e il Khorramshahr-4, sono stati usati con estrema parsimonia preferendo l’utilizzo di missili più vecchi o economici come lo Shahab al fine di svuotare i magazzini dei costosissimi missili intercettori Patriot e THAAD statunitensi.

I lanciatori iraniani sono geograficamente dispersi, in alcuni casi mobili e nascosti in profondità sotto terra fino a poco prima di venire utilizzati. Coerentemente alla strategia generale, l’obiettivo delle forze balistiche e delle difese aeree non è l’impenetrabilità dei cieli, ma una rappresaglia costante che permetta di sopravvivere e aumentare continuamente i costi agli aggressori. Gli analisti hanno definito questo piano operativo “blind, deplete, overwhelm”, e cioè “accecare” i centri di comando e controllo e i radar dei nemici come nel caso della distruzione del radar americano FPS132 in Qatar, “esaurire” o comunque puntare all’esaurimento dei costosissimi missili intercettori statunitensi utilizzando sciami di droni e missili di vecchia produzione, e infine “sopraffare” le affaticate e numericamente limitate difese con missili più avanzati, come quelli ipersonici.

Mentre Trump la scorsa settimana provava a vendere la vittoria ai suoi elettori dicendo che l’Iran era tornato all’età della pietra, la sua stessa intelligence lo smentiva, rivelando alla CNN che circa la metà dei lanciamissili erano intatti così come migliaia di droni nell’arsenale iraniano: “L’intelligence statunitense ritiene che l’Iran mantenga una significativa capacità di lancio di missili”.

LA LEZIONE DEI VIET-CONG E DEI TALEBANI

Il Ministro degli Esteri Araghchi e altri leader della Repubblica hanno dichiarato che i pianificatori iraniani hanno esaminato attentamente le lezioni delle passate guerre americane. E per comprendere la logica strategica della dottrina a mosaico è allora utile confrontarla con le tattiche utilizzate dai Viet Minh e Viet Cong contro gli Stati Uniti in Vietnam e dai talebani contro le forze NATO in Afghanistan.

Anche in quel caso, infatti, l’obiettivo dei difensori era impedire un rapido collasso e, con una guerra di logoramento, rendere i costi agli invasori politicamente, economicamente e militarmente insostenibili. Per gli Stati Uniti e Israele, la cui cultura strategica enfatizza campagne rapide e ad alta intensità, questo crea un dilemma strutturale. Più a lungo dura la guerra, come abbiamo visto in questi 40 giorni di conflitto, e come approfondiremo anche nella prossima puntata, più variabili entrano in gioco: mercati globali, escalation regionale, politica interna e coesione delle alleanze.

 

Nel caso del Vietnam la resistenza aveva costruito una rete politico-militare decentralizzata, radicata nel territorio e nella società, in cui i comandi regionali operavano in autonomia. La logistica scorreva lungo corridoi capillari come il Sentiero di Ho Chi Minh e i sistemi di tunnel consentivano alle forze di sopravvivere a bombardamenti prolungati. Il generale nordvietnamita Vo Nguyen Giap formulò chiaramente la premessa strategica: «Il nemico deve combattere una lunga guerra; noi dobbiamo evitare battaglie decisive e preservare le nostre forze».

Come ricorda l’analista Kautyla nel suo bellissimo articolo proprio sui precedenti storici della difesa a mosaico, i Pentagon Papers hanno ripetutamente riconosciuto la difficoltà strutturale di sconfiggere avversari decentralizzati. «La lotta in Vietnam è essenzialmente politica… La sola pressione militare non può garantire il successo», si legge in una valutazione interna. Nonostante il tonnellaggio americano in termini di bombe sganciato su Vietnam, Laos e Cambogia sia stato superiore a quello della Seconda Guerra Mondiale, la struttura politico-militare nordvietnamita sopravvisse, e l’offensiva del Tet del 1968 dimostrò una capacità operativa continua nonostante anni di logoramento.

Anche in Afghanistan, i talebani adottarono una logica strutturale analoga. Dopo il crollo del loro potere alla fine del 2001, si frammentarono in cellule insorte localizzate, la leadership si disperse oltre i confini, reti di governance ombra furono ricostruite nelle province rurali: la struttura dei talebani comprendeva comandanti sul campo decentralizzati, alleanze tribali flessibili, reti di governance ombra e santuari transfrontalieri. Nonostante il predominio tecnologico degli Stati Uniti, i talebani preservarono la continuità evitando battaglie decisive, ricostituendosi dopo le perdite e sfruttando il territorio e il tempo.

Come ricorda sempre Kautyla, nel 2009 il generale Stanley McChrystal osservava che: «L’insurrezione è resiliente… Mantiene l’iniziativa ed è cresciuta in forza». Evitando scontri decisivi e ricostituendosi dopo le perdite, trasformarono la sconfitta convenzionale in una prolungata lotta politica. Il ritiro degli Stati Uniti nell’agosto 2021 non seguì il collasso del campo di battaglia ma, come sta avvenendo in Iran anche se in tempi molto più brevi, l’esaurimento strategico.

Sia in Vietnam che in Afghanistan, la decentralizzazione ha trasformato la sopravvivenza in un mezzo di leva, e la difesa a mosaico dell’Iran è come se cercasse di istituzionalizzare questa conversione fin dall’inizio. Le cellule decentralizzate trovano un parallelo nei comandi provinciali dei pasdaran. La logistica distribuita trova un parallelo nella dispersione missilistica rafforzata. Lo sfruttamento del territorio trova un parallelo nell’entroterra montuoso dell’Iran e nei bunker sotterranei. Il rifugio esterno trova un parallelo in una rete regionale di procura e la strategia di guerra a lungo termine con la deterrenza iraniana basata sull’attrito.

Come sottolineano tutti gli analisti, quello della difesa a mosaico dell’Iran non è un modello esente da vulnerabilità. I punti di forza possono diventare punti di debolezza: un sistema progettato per la resilienza può quindi scivolare verso la frammentazione, limitando la capacità del difensore di convertire la resistenza in una leva strategica coordinata. La distribuzione espone inoltre le forze a mosaico alle moderne capacità di intelligence e sorveglianza, che possono gradualmente mappare e logorare reti disperse. Ma anche se gli Stati Uniti ed Israele hanno tentato di sfruttare questi limiti, questi sforzi non hanno portato a risultati tangibili.

Nell’articolo di prossima settimana analizzeremo le altre componenti fondamentali della strategia iraniana: l’attacco ai paesi alleati degli Stati Uniti del Golfo, la chiusura di Hormuz e la guerra economica; componenti che hanno colpito direttamente alcuni pilastri dell’egemonia americana in Medio Oriente e nel mondo: dollarizzazione, garanzia di sicurezza dei propri alleati, capacità di garantire la sicurezza dei traffici commerciali globali.

 

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