Extraprofitti intoccabili: la presa in giro del governo Meloni sui giganti dell'energia

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Extraprofitti intoccabili: la presa in giro del governo Meloni sui giganti dell'energia

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di Alessandro Volpi*

Una clamorosa presa in giro, davvero inaccettabile.

Mentre l’Italia del 2026 barcolla sotto i colpi di un’inflazione energetica che ha spinto l'indice dei prezzi al consumo verso un pesante 2,8%, con un incremento del prezzo del gas nel mercato tutelato del 22% e dell'elettricità del 15% in sei mesi, il divario tra chi accumula ricchezza e chi fatica a sopravvivere si è trasformato in un abisso etico prima ancora che economico.
 
La chiusura dello stretto di Hormuz e le strozzature nella raffinazione hanno innescato un incendio nei mercati, ma a soffiare sulle fiamme è stata anche una speculazione finanziaria cinica che, nei primi mesi dell’anno, ha gonfiato i listini del gas e dei carburanti di una percentuale superiore 25% basata solo sulle scommesse algoritmiche, ben prima che sulla scarsità fisica di materia prima.
 
In questo scenario di crisi, i giganti del comparto energetico come ENI hanno registrato utili netti con crescite mostruose che sfiorano il 511% in un solo trimestre, accumulando miliardi di euro di extraprofitti mentre la famiglia media italiana si trova a fronteggiare una stangata annua di quasi 1000 euro.
La risposta del governo Meloni, tuttavia, appare drammaticamente insufficiente e intrisa di una profonda ingiustizia sociale, a partire dalla scelta di dilapidare oltre 2 miliardi di euro in sussidi per il gasolio erogati in modo indiscriminato.
 
Lo sconto sulle accise, infatti, è un’elemosina che non distingue tra il proprietario di una barca di lusso e l’operaio che percorre chilometri per raggiungere la fabbrica, regalando la stessa agevolazione a chi non ne avrebbe bisogno e sottraendo risorse preziose che potevano essere concentrate esclusivamente sulle fasce di povertà energetica e sul sistema dei trasporti.
 
A fronte di profitti miliardari che sfidano ogni logica di equità, le misure fiscali adottate dal governo Meloni appaiono quasi irridenti nella loro timidezza.
Il vero schiaffo al Paese in crisi è l'ultima misura adottata.
 
Dopo aver fatto balenare, e sbandierato, l'ipotesi di utilizzare gli spazi di manovra ottenuti dalla Commissione europea per finanziare la riduzione delle bollette, il gabinetto di Giorgia Meloni ha ripiegato su un provvedimento davvero insultante.
 
In pratica l'unico atto vero si è concretizzato nella richiesta di un anticipo fiscale richiesto alle società che fatturano oltre 20 miliardi di euro.
 
Si tratta, è bene chiarirlo, non è un prelievo sulla ricchezza accumulata, ma un di un mero gioco di cassa, un prestito, più o meno forzoso che le compagnie, ultramiliardarie, concedono allo Stato e che verrà loro restituito integralmente sotto forma di crediti d'imposta futuri: un'operazione contabile che non tocca un solo centesimo dei guadagni straordinari derivanti dalla crisi, lasciando intatto il tesoretto di chi ha speculato sul rincaro dei prezzi e utilizzando l'extra-gettito IVA, spremuto dalle tasche dei cittadini attraverso bollette gonfiate, solo per tamponare momentaneamente i prezzi alla pompa.
 
È il paradosso di un sistema che protegge i campioni del fatturato mentre chiede ai cittadini di pagare il conto di una crisi che, per pochi privilegiati, si è invece rivelata la più grande occasione di arricchimento della storia recente.
 
Non è un caso che su questo campo Meloni trovi il consenso di Tajani, Marattin, Calenda, Renzi; il campo largo della destra del capitalismo finanziario a cui occorrerebbe contrapporre una visione chiara della insostenibilità di queste misure allucinanti.

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