Il campo senza nome: come "La vita è bella" ha confuso la liberazione di Auschwitz.

Le difese "letteraliste" del capolavoro di Benigni cadono di fronte ai dati storici e alla percezione del pubblico. Un'analisi oltre il fact-checking.

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di Francesco Fustaneo

Puntuali come le zanzare in estate, tornano ogni anno, all’approssimarsi della Giornata della Memoria, le critiche a chi ricorda come La vita è bella di Roberto Benigni avrebbe “capovolto la realtà storica”. Il cuore della polemica è la scena del carro armato statunitense che libera un campo di concentramento che il pubblico associa in massa ad Auschwitz.

Nell’ultimo giro di polemiche, David Puente di Open risponde con un fact-checking: si tratterebbe di “un’accusa falsa, costruita su un presupposto che nel film non esiste: Auschwitz non viene mai nominato, né indicato come luogo dell’ambientazione” scrive su Facebook.

Ora, il punto che qualsiasi interlocutore intellettualmente onesto non potrebbe negare, non è la mancata menzione esplicita nel film. È piuttosto l’evidenza che Benigni non poteva non sapere che la stragrande maggioranza degli spettatori lo avrebbe associato – con tanto di ingresso tronfio del carro armato USA – automaticamente proprio ad Auschwitz.

Auschwitz, la cui liberazione sovietica del 27 gennaio 1945 dà la data alla Giornata della Memoria, non fu solo il più grande campo di sterminio (oltre un milione di vittime). Fu anche il lager in cui fu deportata la quasi totalità degli ebrei italiani, come il Guido Orefice, personaggio di fantasia, interpretato dallo stesso Benigni.

I dati della Fondazione Centro di Documentazione Ebraica Contemporanea (CDEC) sono inequivocabili: su 6.806 ebrei italiani arrestati e deportati, ben 6.007 finirono proprio ad Auschwitz. Di questi, solo 363 sopravvissero. Mentre degli ebrei italiani deportati in altri campi (610 persone), la maggioranza (440) sopravvisse. Se poi consideriamo che, tra i morti in altri lager, 82 perirono a Ravensbrück – campo liberato anch'esso dai sovietici – è chiaro che ogni difesa aprioristica basata sul solo dato testuale del film appare insufficiente.

Curiosamente, lo stesso articolo di Puente porta un argomento che si rivolge contro la sua stessa tesi. Si richiama alla storia di Guido, marito della soprano  Dora De Giovanni (a cui sarebbe ispirato il nome del personaggio interpretato da Nicoletta Braschi), deportato e ucciso a Mauthausen – un campo liberato dagli americani. Se si invoca la mancanza di un'esplicita citazione di Auschwitz per difendere il film, non ha senso logico invocare la presenza di un'altra storia, legata a un altro campo parimenti non menzionato, per sostenere la sceneggiatura. Il ragionamento è circolare.

Il dato di fatto, storico e percettivo, resta uno: chiunque vide il film in sala – me sedicenne e a digiuno di storia compreso – associò immediatamente quel campo ad Auschwitz, uscendo con una nozione storicamente fuorviante. Il Benigni regista,  costruisce  un potente simbolo del genocidio, ma nel farlo ne altera consapevolmente o meno,  un dettaglio cruciale per la memoria collettiva.

La domanda che rimane, e che va oltre le dispute da fact-checking, è d’impatto culturale: se Benigni avesse mostrato i sovietici liberare Auschwitz, quel film avrebbe conquistato la stessa fama mondiale e tre Premi Oscar? Qualcosa suggerisce di no. E tutte queste riflessioni non possono essere omesse da un dibattito in merito.

 

Francesco Fustaneo

Francesco Fustaneo

Laureato in Scienze Economiche e Finanziarie presso l'Università degli Studi di Palermo.
Giornalista pubblicista dal 2014, ha scritto su diverse testate giornalistiche e riviste tra cui l'AntiDiplomatico, Contropiano, Marx21, Quotidiano online del Giornale di Sicilia. 
Si interessa di geopolitica, politica italiana, economia e mondo sindacale

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