In ricordo di Aleksandr Zakharchenko a sette anni dall’assassinio
di Eliseo Bertolasi
Il 31 agosto 2018 Aleksandr Zakharchenko il capo della Repubblica Popolare di Donetsk (DNR) veniva assassinato in seguito ad un attentato terroristico nel centro di Donetsk nel caffè “Separ” dove si era recato con la scorta e i suoi collaboratori.
L’attentato causò undici vittime tra morti e feriti. Anche il ministro delle Finanze della DNR Aleksandr Timofeev rimase gravemente ferito nell’esplosione.
Personalmente ho avuto il privilegio di conoscerlo, addirittura di ricevere dalle sue mani l’onorificenza “Ordine dell’amicizia DNR”. Di solito lo incontravo a Donetsk durante le conferenze stampa e in occasione delle celebrazioni per la Festa della Repubblica (11 maggio) e per il Giorno della Vittoria (9 maggio).
Incredibilmente, l’ultima volta che c’incontrammo fu qualche giorno prima della sua morte il 26 agosto a Tskhinval, ai festeggiamenti per l’anniversario dei 10 anni d’indipendenza dell’Ossezia del Sud. Ricordo con particolare commozione quell’incontro, entrambi in qualità di ospiti ci fu maggior tempo per parlare e fare festa.
La notizia della sua morte mi giunse quindi ancora più sconcertante e angosciante.
Indimenticabile, il suo discorso dal palco del teatro di Tskhinval, forse l’ultima, o almeno tra le sue ultime dichiarazioni ufficiali. Al fianco aveva un caro amico, l’allora presidente dell’Ossezia del Sud Anatolij Bibilov, davanti, tutte le delegazioni giunte nella capitale osseta per l’evento. Le sue parole sentite e lette a posteriori sembrano acquisire ancor più valore e significato:
“Sapete! Voglio ribadire, ciò che l’Ossezia ha fatto per noi non ha paragoni. Sapete! Forse questo gesto non sarà apprezzato oggi, ma sarà apprezzato tra decenni. Ma questa è la verità - gli osseti sono stati i primi a riconoscere l’indipendenza della DNR. Questo l’ho detto ai miei figli, l’ho detto nelle assemblee.. Lo dico personalmente: finché saremo vivi, non dimenticheremo quello che gli osseti hanno fatto per noi. Lasceremo questo gesto nei cuori dei nostri figli... Grazie infinite al presidente (Bibilov) per tutto quello che c’è stato... Grazie al Presidente della Federazione russa, ai cittadini della Russia... Credetemi, lo apprezziamo molto e la nostra gente lo sa. Questo è un enorme contributo e un enorme lavoro che avete fatto. Cari osseti, illustri ospiti, voglio congratularmi con Voi per il decennio d’indipendenza. Oggi, i vostri figli, i vostri ragazzi stanno combattendo sulla nostra terra. M’inchino davanti alle Vostre madri, alle Vostre donne per questi meravigliosi combattenti... Grazie infinite a Voi, per il fatto che esistete!”.
Questo ero lo stile di Zakarchenko: parole dirette e sempre dal cuore.
Zakarchenko era un figlio della sua terra: il Donbass. Nacque a Donetsk, il padre minatore. Era un combattente pluridecorato, un autentico patriota che non ha esitato davanti all’aggressione dell’esercito ucraino ad imbracciare le armi e a condurre il suo popolo verso un cammino d’indipendenza e di libertà. Ha risposto a un dovere morale fondamentale: difendere la propria famiglia, la propria terra, la propria gente. Difendere e non aggredire; in uno dei suoi discorsi - ero presente - disse: “Mai un colpo da Donetsk è caduto sul territorio di Kiev, Kharkov, Lvov, Uzhgorod.. Perché allora questi colpi cadono su Kuibusheski (quartiere di Donetsk ndr)?”.
Per questo ideale di libertà è stato assassinato a 42 anni, lasciando moglie e quattro figli.
Aleksandr Zakharchenko era il capo della DNR dal 2 novembre 2014 quando vinse le elezioni con il 75,5% dei voti. Subito dopo il cambio di regime a Kiev del febbraio 2014 prese parte alle azioni di protesta nel Donbass, che a Donetsk culminarono con l’assalto al palazzo dell’amministrazione regionale. Tuttavia Zakharchenko non era semplicemente il leader della Repubblica, ma soprattutto un capo carismatico, risoluto nelle sue decisioni e al contempo persona alla mano, molto amato dalla sua gente.
Ricoprì il grado di generale maggiore della DNR, partecipò a numerose battaglie, fu ferito al braccio vicino a Kozhevnya nel luglio 2014, fu ferito alla gamba a Debaltsevo nel febbraio 2015. Venne decorato “Eroe della DNR”, insignito con due Croci di San Giorgio. Tra le sue numerose decorazioni non poteva mancare “L’ordine dell’Amicizia” con l’Ossezia del Sud.
Ma a chi conveniva la sua morte? Certamente Aleksandr Zakharchenko era considerato da Kiev un personaggio scomodo, un nemico acerrimo, per il suo ruolo di capo della DNR. Come dichiarò allora Maria Zakharova, rappresentante del Ministero degli Affari Esteri della Russia, quest’attentato terroristico sicuramente faceva il gioco del “partito della guerra di Kiev”, di fatto, mettendo una pietra tombale sugli accordi di Minsk.
Zakharchenko era il garante degli accordi di Minsk, che seppur senza una risoluzione del conflitto, almeno ebbero il merito di congelare la guerra sulla linea del fronte ad un livello di bassa intensità.
In guerra si può morire, è nella logica delle parti in conflitto. Tuttavia con l’assassinio di Zakharchenko, non ci troviamo di fronte a combattimenti, ma ad un vile attentato. Lo stile e la regia è sempre la stessa, prima i comandanti Motorola (Arsen Pavlov) e Givi (Mikhail Tolstykh), poi Zakharchenko; combattenti talmente invincibili sui campi di battaglia da poter venire solo colpiti con viltà alle spalle, chi a casa, in ufficio, al ristorante..
Il ricordo di Zakharchenko è sempre vivo tra gli abitanti di Donetsk, sia la sua tomba, che il luogo dove fu assassinato, letteralmente, sono sempre coperti di fiori freschi.
Ho un ricordo particolare di Zakharchenko: era il 2016 quando in occasione della Festa della Repubblica, a Donetsk, la delegazione italiana lo omaggiò dell’Icona Sacra della Madonna del Perpetuo Soccorso. Zakharchenko visibilmente commosso, ringraziando di cuore, nonostante fossimo in mezzo a decine d’invitati, si fece il segno della croce prostrandosi davanti all’icona. Un gesto, di fede, di umiltà e di sottomissione alla Santa Vergine Maria. Gesti, questi, caduti nell’oblio nell’Occidente materialista e scristianizzato.
È con quel gesto di fede che amo ricordarlo: “Aleksandr riposa in pace in quella terra che hai difeso e amato fino al dono della tua vita”.
Foto di Eliseo Bertolasi
Fonti:.
https://tass.ru/politika/5512161
https://ria.ru/spravka/20180831/1527620543.html