La Libia pronta ad esplodere. Le 3 micce che stanno già bruciando....
di Michelangelo Severgnini
Non è uno scherzo. La polveriera libica si sta surriscaldando improvvisamente e la deflagrazione potrebbe essere imminente e devastante.
In questo stesso momento ci sono già 3 micce accese che stanno bruciando e che conducono tutte alla santabarbara profonda del Paese.
LA PRIMA MICCIA: LA “ARCTIC METAGAZ”
Nel primo caso si tratterebbe di un’esplosione vera e propria, in senso tradizionale. Di quelle apocalittiche però, che potrebbe sviluppare una potenza pari a diverse centinaia di chilotoni di TNT, simile a quella sprigionatasi nell’esplosione al porto di Beirut nel 2020.
Questa volta l’esplosione potrebbe avvenire in mare, davanti alle coste di Bengasi, e le conseguenze ambientali potrebbero essere catastrofiche per l’intero ecosistema marino del Mediterraneo, compromettendo le rotte di specie protette come il tonno rosso, il pesce spada, cetacei e tartarughe marine.
Stiamo parlando della nave “Arctic Metagaz”, colpita nella notte tra il 3 e il 4 marzo scorso da droni ucraini partiti da Misurata, così come rivelato di recente da Radio France Internationale, e ormai in balia delle onde da più di un mese, dopo che l’equipaggio è stato tratto in salvo e ha abbandonato la nave in seguito all’attacco.
La nave trasporta circa 60.000 tonnellate di gas naturale liquefatto (GNL) e circa 900 tonnellate di gasolio, proveniente dal porto artico di Murmansk con destinazione incerta (forse l’Egitto, forse l’India attraverso il canale di Suez), e apparterrebbe alla fantomatica “flotta ombra” russa.
Le condizioni di avaria della nave così come le condizioni atmosferiche potrebbero portare ad un’improvvisa e devastante esplosione.
I tentativi di recupero della nave sono falliti. Altri, allo stato attuale, non sono previsti: i rischi di esplosione ormai sono troppo elevati e nel caso esplodesse spazzerebbe via qualsiasi cosa nel raggio di diverse miglia marine.
Il governo italiano, che monitora la rotta ormai accidentale della nave, ha preso subito contatto con Tripoli e ha affidato al governo della capitale libica la responsabilità di gestire la situazione.
Di fatto però la nave in questo momento staziona davanti a Bengasi, in acque libiche. Ed è infatti il governo di Bengasi il più attivo (e il più interessato) al fine di scongiurare gli eventi, tant’è che a Bengasi è stato formato il comitato di crisi in coordinamento con il NOC (National Oil Corporation) che però sta a Tripoli.
Insomma, la frammentazione della Libia e l’evanescenza del governo italiano come premesse per la catastrofe.
Questa vicenda, al momento, rischia di diventare la rappresentazione plastica di 15 anni di inutilità italiana in Libia.
Nemmeno la contiguità territoriale dovuta alla geografia è stata capace in queste settimane di spingere il governo italiano ad un’azione di spessore internazionale, capace di guidare la Libia e di unirla in un’impresa difficile, rischiosa, ma necessaria.
Semplicemente, l’Italia se ne sta lavando le mani.
In fondo la nave si trova ora in acque libiche.
Ma tra le coste che saranno colpite dalle conseguenze dall’esplosione ci sono quelle siciliane, calabre, lucane e pugliesi.
Poi qualcuno, giustamente, si chiede: ma che ci fanno gli Ucraini a Misurata? E questa è la seconda miccia pronta ad esplodere.
LA SECONDA MICCIA: IL RAPPORTO FINALE DEL “PANEL OF EXPERTS”
Il “Panel of Experts” (Gruppo di Esperti) è un organo indipendente istituito dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, incaricato di monitorare l'applicazione delle sanzioni internazionali nel paese nordafricano.
Non che negli anni passati il Rapporto fosse stato reticente nel denunciare le dinamiche e la struttura dei traffici illeciti generati e transitanti in Libia, ma questa volta scatta una fotografia in movimento dai tratti definitivi e la pubblica il 23 febbraio 2026.
Ebbene sì, ci sono circa 200 ufficiali ucraini in Tripolitania con il consenso del premier del governo di Tripoli, Abdulhamid Dabaiba, stanziati a Miisurata e a Zawiyah.
Obiettivo: colpire le navi russe in transito nel Mediterraneo così come già sperimentato nel Mar Nero.
Il governo di Tripoli acconsente. Quello italiano, da buon alleato, lascia fare.
Questa catastrofica gestione della questione libica (come se il governo italiano non sapesse che una nave carica di idrocarburi colpita davanti alle proprie coste sarebbe diventato un problema) è la diretta conseguenza di un paio di paradigmi scolpiti nella pietra dal Rapporto. Ora vediamo se almeno questa volta saranno recepiti dal dibattito pubblico in Italia o se si preferirà proseguire con le narrazioni fiabesche.
Ad esempio. La prima sentenza del Rapporto dice (testuale): “la fonte di entrate più significativa per i gruppi armati è il petrolio”.
In realtà questa “scoperta” non è nemmeno nuova. Lo stesso concetto era stato già espresso da Mustafa Sanalla, allora presidente del NOC, nel lontano 2018. Lo aveva persino consegnato ai microfoni di Report in un servizio dal titolo “Nero come il petrolio”.
Allora tutti avevano fatto finta di non capire di fronte alle sue parole: “L’Unione Europea non ha mai preso seriamente il problema (del contrabbando del petrolio). Ciò perché l’unico problema che gli Europei vedono è il traffico di esseri umani. Ignorano il contrabbando di petrolio e fingono di non capire che è uno degli elementi che compromettono la stabilità politica ed economica e dà alle milizie il potere per aver mano libera nel Paese”.
Questo concetto rappresenta la “rivoluzione copernicana” necessaria per capire la Libia di questi ultimi 15 anni. Il governo italiano (e altri) non ha finanziato Tripoli per fermare i migranti, ma per avvantaggiarsi del petrolio di contrabbando.
Questa è l’idea alla base del lavoro per il film e il libro “L’Urlo” (2021-2022) (guarda il film: https://www.youtube.com/watch?
Mentre le Ong e la sinistra buonista da una parte e la destra tutta dall’altra si azzuffavano se fosse giusto o meno finanziare gruppi armati per “fermare i migranti”, considerando il contrabbando di petrolio un “effetto collaterale”, questo Rapporto del “Panel of Experts” ci viene a dire oggi (come già fece Sanalla 8 anni fa!) che l’equazione va ribaltata: il petrolio di contrabbando vale molto di più del ricavato ottenuto dal commercio e dallo sfruttamento dei migranti.
Pertanto: è il contrabbando di petrolio che causa il traffico di migranti e non viceversa.
Pertanto: le motovedette donate dai governi italiani al governo di Tripoli servono per scortare la "flotta ombra" libica verso Malta (dove poi il petrolio di contrabbando cambia nome e viene inserito nel mercato internazionale), non per fermare i migranti (o tutt'al più, giusto per arrotondare).
Ed ecco che qui le due micce si attorcigliano, perché noi abbiamo usufruito per 15 anni di una "flotta ombra" per saccheggiare il petrolio libico e adesso rischiamo il disastro ambientale perché un drone ucraino ha colpito una nave della "flotta ombra" russa. La nemesi perfetta.
“L’Urlo” è uscito nel 2021-2022 a metà tra le dichiarazioni di Sanalla e questo Rapporto Finale.
Di fronte ai 71 morti dell’ultimo “naufragio di Pasqua”, le Ong si sono precipitate solerti ancora una volta a condannare le politiche ostruzionistiche del governo Meloni, non il traffico del petrolio di contrabbando gestito dalla mafia che dà alle milizie di Tripoli il potere di rendere schiavo chiunque e di trafficarlo come una merce.
Ecco qua le cifre aggiornate: “Nel 2025 le entrate petrolifere del Paese - stabilisce il Rapporto - ammontavano a 18,78 miliardi di dollari, mentre le entrate stimate avrebbero dovuto aggirarsi intorno ai 27 miliardi di dollari”.
E così il gioco di prestigio continua all’infinito. Nonostante Sanalla. Nonostante le parole chiare del Rapporto. Nonostante il nostro modestissimo sforzo.
I pensatori della sinistra migrazionista ci hanno tenuto in queste settimane a far sapere pubblicamente di aver letto il Rapporto e di averci trovato solo conferme. Falsi e ipocriti.
Tuttavia c’è almeno un altro dettaglio dell’istantanea scattata dal Rapporto che va preso in esame e fatto proprio, perché fotografa lo scatto in avanti maturato negli ultimi anni (la fotografia in movimento).
Partiamo da queste parole: “Saddam Haftar (figlio del feldmaresciallo Khalifa Haftar), ha dirottato più di 3 miliardi di dollari di entrate petrolifere verso conti bancari al di fuori della Libia.
Oro, droga, migranti, carburante e veicoli transitano tutti lungo gli stessi corridoi, e gli stessi attori armati possono tassare, scortare, proteggere o deviare tali flussi”.
Come raccontato nel documentario di prossima uscita “Saif e la Libia: il ritorno del domani” (77’, 2026) prodotto da L’AntiDiplomatico (guarda il trailer: https://www.youtube.com/watch?
La percentuale del petrolio di contrabbando è rimasta più o meno invariata (40%) ma i proventi (illegali) sono stati spartiti attraverso la società privata Arkenu Oil Company di proprietà di Ibrahim Dabaiba (figlio del primo ministro di Tripoli) e, appunto, Saddam Haftar (figlio del comandante del LAAF, Libyan Arab Armed Forces, l’esercito di Bengasi).
Come conseguenza delle mancate elezioni del 2021 (rinviate a tempo indeterminato), i due poteri presenti sul campo in Libia sono andati entrambi incontro a una spirale corruttiva che però, in definitiva, ha portato i due schieramenti non a combattersi, ma a spartirsi il bottino.
Non solo.
“Il Gruppo di esperti ha riscontrato - continua il Rapporto - che, a partire dal 2022, entrambe le parti hanno attuato un patto bilaterale di approvvigionamento di armi reciprocamente vantaggioso”.
In pratica si spartivano non solo i proventi del petrolio, ma persino le armi.
“È stato negoziato tra rappresentanti di alto livello del Governo di unità nazionale (GNU) e delle Forze armate libiche (LAAF), sotto il patrocinio di Ibrahim Dabaiba e Saddam Haftar. In base a tale accordo, determinati materiali, quali i veicoli blindati, potevano essere acquistati congiuntamente dalle parti. Questo schema ha consentito a terzi di sostenere gli attori libici senza compromettere il proprio rapporto con nessuna delle due parti. Ha inoltre permesso alle LAAF e ai gruppi armati con base a Tripoli di ricevere equipaggiamento militare sotto la copertura del GNU, in violazione dell’embargo sulle armi”.
Qualche nome alla base di questo sistema? Farhat Bengdara (nominato Presidente del NOC nel luglio del 2022 al posto di Mustafa Sanalla). Lui è legato alla banca Al-Masraf, alla NOC e alla sottrazione di 300 milioni di dollari. Ibrahim Dabaiba è legato all'intermediazione politica e di sicurezza. Saddam Haftar è legato ad Arkenu, al potere di esportazione e al controllo del sud. Rafat al-Abbar è legato alla struttura di governo ombra. Maeen Ali Sharfeddin è legato alla rete del carburante e all'architettura del riciclaggio. Abdelsalam al-Zobi è legato al contrabbando di carburante e al controllo degli stipendi.
Altra chiave importante per capire il sistema operativo in Libia in questi ultimi 15 anni. Chi gestisce il petrolio, gestisce gli stipendi. E chi gestisce gli stipendi gestisce il consenso. Gestire petrolio di contrabbando significa potere pagare lo stipendio a tante persone che agiranno secondo interessi che non sono quelli dello Stato.
Ormai è una fotografia in movimento consegnata alla storia. Nessuno potrà far finta di non sapere, o di non aver capito. Il mistero della Libia ormai è svelato e pronto ad esplodere.
Ma cosa ha avvicinato i due governi in questi anni fino ad amalgamare le zone oscure dei due poteri, quello di Tripoli e quello di Bengasi?
L’omicidio di Saif Gheddafi, avvenuta il 3 febbraio scorso. Per continuare a spartirsi la torta, Saif andava tolto di mezzo. Ormai l’hanno capito anche le pietre in Libia.
LA TERZA MICCIA: L’OMICIDIO DI SAIF GHEDDAFI
La terza miccia è stata accesa il 3 marzo scorso, con l’attacco di un drone ucraino alla nave “Arctic Metagaz”, tuttora alla deriva nel Canale di Sicilia con tutto il suo carico esplosivo.
La seconda miccia è stata accesa il 23 febbraio scorso con la pubblicazione del Rapporto Finale del “Panel of Experts”. Nonostante la tanta sabbia gettata sul fuoco, in Libia come all’estero, per cercare di trascurare i risultati del rapporto, la portata di questo documento ufficiale suona come l’ultima campana per tutto il sistema illegale libico.
La prima e più micidiale miccia tuttavia è stata accesa il 3 febbraio scorso, con l’omicidio di Saif Gheddafi.
Ibrahim al-Madani, consigliere del Consiglio presidenziale per gli affari di riconciliazione, è sopravvissuto a un attentato nei giorni scorsi a Zintan, dopo essere stato bersagliato da una raffica di proiettili mentre si trovava nella sua auto.
Al-Madani si stava preparando a rilasciare una dichiarazione in merito all'assassinio di Saif al-Islam Muammar Gheddafi, rivelando che era stato compiuto in cambio di denaro.
Il 6 marzo scorso il procuratore generale della Libia, Al-Siddiq Ahmad Al-Sour, ha spiccato i mandati di arresto nei confronti dei 3 esecutori dell’omicidio, i cui nomi però al momento non sono stati rilevati.
Tuttavia la compiacenza delle milizie sta rendendo difficile non solo l’arresto dei 3 assassini, ma anche la raccolta e la condivisioni delle informazioni.
Per capire la portata esplosiva della situazione, va ricordato che Saif Gheddafi, figlio del colonnello, era dato al 65% alle elezioni per la Presidenza convocate nel dicembre 2021 e annullate ad una settimana dal voto, quando la sua netta vittoria era ormai più che evidente.
L’ambasciatore americano in Libia, Richard Norland, era arrivato persino a definire “causa di forza maggiore” il motivo che aveva portato al rinvio delle elezioni, senza arrivare a fare il nome di Saif Gheddafi, come la causa che aveva reso necessario il veto americano sulle elezioni.
Questo largo consenso, che negli anni si è strutturato sul territorio fino alla schiacciante vittoria alle elezioni municipali dell’anno scorso, è rimasto in tutti questi anni l’unica ragione per cui le elezioni in Libia non si siano più tenute.
Il rinvio delle elezioni ha poi creato le premesse per l’implosione delle strutture statali, a Tripoli come a Bengasi, a favore degli interessi privati e degli interessi illegali.
Ecco perché l’omicidio di Saif Gheddafi richiede oggi una risposta urgente che tuttavia, a più di due mesi dai fatti, ancora non si vede.
Tutti scommettono sulla vocazione al martirio dei testimoni e soprattutto del procuratore generale Al-Sour, e sulla sua determinazione ad andare fino in fondo.
La situazione tuttavia è esplosiva perché come vadano le cose, in un caso o nell’altro, il tempo stringe e la miccia non dà scampo: o le indagini e i mandati di arresto si perdono nel nulla e allora a quel punto salta definitivamente il contratto sociale tra il popolo e le istituzioni tutte (i Libici non votano dal 2014), oppure emergono i responsabili, i mandanti e quindi il sistema salta comunque.
Mentre scriviamo la distanza tra le tre fiammelle delle micce e l’esplosivo si sta accorciando. Non è chiaro quale delle tre farà saltare in aria il Paese per prima. Ma una cosa è certa. Il 2026 sarà un anno che in Libia si ricorderà a lungo. E questo già tutti lo sanno, quando aprile è solo cominciato.

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