Diritti umani e il caso Romania: l'Occidente che cancella le elezioni può veramente fare la morale?
di Alex Marsaglia per l'AntiDiplomatico
Nell’annus horribilis 2026, in cui l’imperialismo ha arrestato legittimi presidenti come Maduro in Venezuela e massacrato guide spirituali e religiose come Khamenei, l’Occidente collettivo continua ad ergersi a giudice dei “diritti umani”. Sembrerebbe grottesco, non fosse tragico. Se si approfondisce il tema però emergono tutte le ramificazioni della vicenda che rientrano pienamente nella visione colonialista che l’Occidente mantiene verso il resto del mondo, considerato semplicemente come un’entità indistinta da giudicare, processare e sottomettere al fine di estrarre valore. In questa visione suprematista i popoli non devono avere alcuna ambizione di sovranità o diritto di rappresentanza di sorta, in quanto non sono popoli in grado di ergersi allo status di nazioni, ma semplicemente moltitudini da dominare.
Poco importa l’Occidente sia in bancarotta, rispetto al Sud Globale. L’ideologia suprematista che permea la retorica colonialista dei diritti umani continua ad operare alimentata da buoni propositi. Solo quelli, poiché le azioni restano improntate alla violenza e alla sopraffazione. Così, durante la Terza Commissione dell’81esima Assemblea Generale dell’ONU l’Occidente guidato dall’impero decaduto britannico è tornato ad attaccare la Repubblica Popolare Cinese sul tema dei “diritti umani”. Nella sua replica il vice-rappresentante permanente della Cina presso le Nazioni Unite Sun Lei ha evidenziato il doppio standard in atto, tanto più in un contesto in cui in Occidente queste norme che i “maestri” vorrebbero rispettate all’estero non risultano affatto in vigore. Pochi giorni dopo ha affondato la lama nella ferita aperta anche la portavoce del Ministero degli Esteri russo Maria Zakharova, chiedendo all’Eliseo notizie del “giardino incantato” (rif. Joseph Borrell) in cui i diritti umani sono sospesi verso “i propri figli” in piazza. E ovviamente l’Iran non ha potuto non evidenziare, tramite Baqaei, come proprio sui diritti umani nel giro di pochi mesi vi sia stato un cambio repentino di registro a seconda dell’area geografica, ammonendo: “se i diritti umani e il diritto di manifestare sono principi universali, la loro definizione non dovrebbe cambiare in base alla geografia del manifestante”.
Ormai anche la questione liberale dei “diritti formali” viene messa in discussione in Europa con la scusa della “guerra ibrida” e delle pressioni geopolitiche. È sufficiente pensare che Macron stesso è in preda alla paranoia da infiltrazioni filo-russe, avendo condiviso con i leader di partito i timori di una destabilizzazione non più tardi di poche settimane fa. In America invece, se vogliamo è ancora peggio, poiché con Maduro si è proceduto d’imperio, senza alcun artificio retorico che tentasse di giustificare il golpe. E oggi, a ormai dieci mesi di distanza, si rincara la dose.
L’FBI ha infatti fatto sapere di avere un nuovo capo d’accusa per il prigioniero Maduro e consorte Flores: “cospirazione, finalizzata alla tortura”. I processi politici, quando si fanno - come non ha avuto l’onore Khamenei sterminato con parte della progenie - si fanno alla famiglia per “complicità” e sulla base di capi d’accusa variabili, evidentemente. La personalità della responsabilità penale diventa aleatoria, così come è mutevole il capo d’accusa, quando è in corso un’incriminazione politica da parte di un regime e così, la “cospirazione, finalizzata alla tortura” diventa un reato in cui il dolo e la colpa divengono estensibili all’intera cerchia di persone con cui ci si relaziona. Lo si chiami dunque col suo nome: processo politico, non giudiziario. Ebbene, l’Occidente che in questo 2026 si è dedicato ai processi politici sommari, ha il coraggio di ergersi a “maestro”, per non dire a “giudice”, e puntare il dito contro la Repubblica Popolare Cinese per il mancato rispetto della vita umana. Curioso, quantomeno perché il rispetto della vita umana richiederebbe il riconoscimento e il rispetto della pluralità delle forme organizzative delle popolazioni, l’autodeterminazione dei popoli e tutti questi principi di cui l’Occidente continua a infischiarsene in nome del primato della forma di governo liberal-democratica. Una forma che mai come in questo 2026 si sta rivelando una forma nel suo senso letterale, cioè un “aspetto esteriore”.
Al suo interno infatti questa liberal-democrazia contiene dei vulnus che ne inficiano ormai la vita stessa. Su tutti si prenda il caso di quanto sta accadendo in Romania dove, dopo la vittoria del candidato sovranista indipendente C. Georgescu, le elezioni sono state semplicemente annullate additando la motivazione di “manipolazione dei consensi”. Sul fatto che vi sia una magistratura costituzionale che stabilisce quale sia un consenso “manipolato” e uno “integro” nessun “giudice” dei sacri “diritti umani” occidentali ha avuto nulla da eccepire. La Corte europea dei diritti dell’uomo ha addirittura sottoscritto, dichiarando inammissibile il ricorso di Georgescu. D’altra parte questi “giudici” che amano sproloquiare sulle condizioni politiche altrui, non si sono accorti delle condizioni liberticide di rifugiato in cui ha dovuto vivere tale Julian Assange per il reato di giornalismo, prima di dover abiurare e ritirarsi a vita privata. Così come è stato costretto a fare il Presidente Georgescu in Romania, ma in questo caso non è bastato. Il reato politico evidentemente incide maggiormente, d’altra parte c’era già un filosofo che ricordava ad altri filosofi come il punto oggi sia non più fornire interpretazioni, ma cambiare lo stato di cose presenti. Chi agisce direttamente in politica non basta che abiuri e si ritiri a vita privata, avendo un trascorso di relazioni che influisce ancora sul presente.
Infatti, la repressione contro l’ideologia sovranista in Romania è stata indirizzata contro il leader Georgescu al punto da averlo sottoposto a diverse incriminazioni, fermi e arresti preventivi (sic!) che non si sono fermati nemmeno davanti al suo annuncio di ritiro a vita privata e nemmeno a lui stesso. Come ricordavo prima, la caratteristica di un processo politico è che non vi è più la personalità della responsabilità penale, poiché siamo in presenza di un regime politico che persegue un’idea. E come ricordava curiosamente Medgar Evers, proprio un attivista per i diritti civili ammazzato a fucilate alla schiena da un suprematista nel suo cortile di casa nella Patria dei “diritti civili”, le idee non si fermano arrestando un uomo poiché «si può uccidere un uomo, ma non si può uccidere un’idea». Così si procede direttamente con l’arrestare e l’incriminare la cerchia di persone più vicine o addirittura chi professa la stessa idea. Non è casuale che il principale candidato rumeno dell’opposizione George Simion, che porta avanti l’ipotesi sovranista in quel Paese, dopo aver improvvisamente perso le elezioni al secondo turno nel maggio 2025, abbia lanciato l’allarme negli ultimi giorni riferendo di temere l’arresto (https://georgesimion.ro/stenogramele-bogos-simion-inventate-exclusiv-prezentate-pe-georgesimion-ro/). Il tutto avviene mentre C. Georgescu è stato nuovamente incriminato e arrestato nell’ambito di una recente indagine per una presunta frode (https://www.politico.eu/article/calin-georgescu-detained-romania-fraud-investigation/). E mentre la Romania resta senza Governo da ormai cinque mesi, in uno stallo istituzionale che rivela l’incapacità di governare avendo annullato delle elezioni con una precisa attribuzione di legittimità ad uno schieramento dell’agone politico, destituito a vittoria ottenuta. La pervicacia con cui la magistratura rumena si incaponisce sulla figura dell’ex politico rumeno ha nel frattempo scatenato proteste di popolo in tutta la Romania e la comunità rumena, anche all’estero, facendo scattare la solidarietà verso colui che viene indicato come “il Presidente in carica”. Insomma, atti curiosi accadono in un Occidente che ama ergersi a paladino dei diritti umani e campione di liberal-democrazia, ma solo in casa altrui.


