I persuasori occulti. Come manipolare le masse occidentali
di Giuseppe Giannini
Il racconto quotidiano dei media generalisti, nelle nostre formali democrazie, è intriso di fatti di cronaca e propaganda interessata. Da un lato, specie in Italia, vi è l'accanimento sulle questioni giudiziarie (alcune ancora in corso di accertamento, altre su cui si è sentenziato lasciando aperti molti dubbi), che, forzatamente, spingono gli spettatori ad appassionarsi oltre il dovuto. Si insiste su particolari investigativi, che dovrebbero essere lasciati agli inquirenti con tanto di esperti (criminologi, psicologi, opinionisti) strapagati, ed inaspettati Parry Mason.
Il tutto avviene attraverso un costante bombardamento mediatico, dove si anticipano moventi e pronunce, e che dà luogo ad una maldestra gossipizzazione del dolore. Bisogna distrarre le masse, veicolare gli interessi, ed infine incattivirle a tal punto da farle desiderare una società securitaria (e certe pubblicità demenziali sulla sicurezza a questo servono). Quindi, dall’altro lato, abbiamo vite da dividere: noi e loro; la salvaguardia dello status di vita consumistico e borghese; la concezione proprietaria che scavalca i diritti della persona.
Traduzione: il bene sta solo da una parte e lotta contro un nemico presunto, immaginario, al quale addebitare ogni sorta di colpa. Una conflittualità all’interno della quale riproporre l’eterno scontro di civiltà tra l’Occidente e le alterità culturali (il comunismo, i migranti, l’islam, la Russia e la Cina). Dopo aver perso appeal le politiche nostrane puntano a salvaguardare una supremazia, che andrebbe riconquistata attraverso il consenso, e, invece, essa viene sostituita dalla paura. Le armi, dunque, diventano il dispositivo da utilizzare per l’ordine interno e per novelli improvvisati sceriffi locali. Soprattutto, sono lo strumento privilegiato per imporre la visione occidentalocentrica denominata “esportazione della democrazia”. In questo senso, individuato il nemico, inizia la narrazione che mira a suffragare la verità di parte. Vengono sopravvalutate le mire espansionistiche ed attualizzati i pericoli.
Le nostre giornate sono immerse nel terrore e tutto diventa funzionale al racconto di guerra. La militarizzazione delle coscienze affianca quelle di società sempre più in bilico. Il rapporto tra decisori e cittadini vede una distanza di riconoscimento che tende ad allargarsi. Insensibili alla volontà popolare loro – i governi – procedono dritti ed imperterriti, come sotto ipnosi, o meglio sotto comando di strategie geopolitiche con al centro gli interessi lobbistici, mascherati in nome della difesa delle nostre democrazie. Sono i despoti del mondo liberal, in guerra con gli autocrati, ma che ambiscono ad imitarne le procedure (il trumpismo su tutti). Così autoreferenziali e distanti dalla volontà popolare, che pure ricercano quando è tempo di voto.
Perennemente in clima elettorale, i partiti sono organi accentrati in una dimensione elitaria dove la rappresentanza è qualcosa in via di sparizione. Se le enormi questioni emerse con il nuovo secolo - il susseguirsi delle crisi economiche, e quelle relative all’ambiente ed ai migranti - vengono affrontate in termini puramente propagandistici, alla fine, rimane un vuoto profondo da colmare, che spaventa. Risposte inevase finalizzate per il gioco del potere. Le guerre poi, hanno esasperato il clima. I cittadini reclamano soluzioni adeguate ma dall’altra parte non ci sentono. Anzi, continuano peggio di prima. E poi si lamentano del pericolo costituito dalle forze identitarie e dai partiti ultranazionalisti.
Quando la UE e la NATO, dietro le pressioni americane, decidono di dedicarsi, in pianta stabile, alla riconversione bellica di economie sempre più compromesse, rifuggendo dalla volontà popolare, che travolta dal caro vita e dall’inusitato spargimento di sangue non ne può più, alla fine, in concreto, significa che i singoli Stati non faranno altro che inseguire (ed instaurare) modelli dediti alla repressione delle proteste. In particolare, la Germania del contestato Merz, è diventata il braccio armato di Trump e von der Leyen, tirata dall’altra parte da rigurgiti nazisti, ma dove, per fortuna, sono presenti anche forme di resistenza (i voti alla Linke). La Francia, caratterizzata da tempo da forme organizzate di protesta (ultima quella studentesca) e la povera Italia della conservazione conoscono bene la forza del manganello. Tra interessi particolaristici, che mirano al potere, ed altri che li soverchiano – le faccende internazionali, il conflitto in Ucraina e la questione palestinese – la risposta è quella di mettere a tacere le critiche e il dissenso. Dando vita a fattispecie delittuose, a provvedimenti pensati ad hoc (la presunta lotta all’antisemitismo) e minando, di fatto, la tenuta stessa delle democrazie.
La già pessima gestione delle migrazioni (ma non vale per gli ucraini) è stata trasformata nella vergognosa deportazione in posti poco sicuri, ad opera di governi democristiani (la Commissione UE e quelli nazionali ), che, per puro tornaconto elettorale, sacrificano esistenze, legami, affetti, famiglie. In effetti, hanno poco sia di democratico che di cristiano, poiché istituzionalizzano il razzismo bianco liberal, molto vicino alla visione suprematista dei reazionari. Legittimando, in tal modo, luoghi di detenzione, in nome di un panoptismo che, quando non abbisogna di forza lavoro da schiavizzare, preferendo lo sfruttamento autoctono, espelle gli indesiderati, relegandoli in posti dove il diritto e la civiltà sono scomparsi.
È tempo di selezione. Non c’è posto per tutti. Le risorse sono finite.
Le guerre, il genocidio, gli eventi climatici estremi, i regimi brutali, le diseguaglianze crescenti sembravano essere sufficienti ad eliminare l’eccesso di umanità. Occorre combinarli meglio, usufruendo dei prodigi della tecnica: profilazione, tracciamento costante, uso dell’intelligenza artificiale. Ci diranno che tutto avviene nel nostro interesse, per salvaguardare le popolazioni (occidentali).
Mentono, come sempre.


