La Russia ricorda l’invasione nazista e denuncia il neonazismo

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Il 22 giugno 2026 la Russia ha commemorato l’85° anniversario dell’inizio della Grande Guerra Patriottica, la fase del secondo conflitto mondiale apertasi con l’invasione nazista dell’Unione Sovietica nel 1941. Una data che, nella memoria collettiva russa, rappresenta non solo l’inizio di una delle tragedie più devastanti del Novecento, ma anche il simbolo del sacrificio di milioni di cittadini sovietici nella lotta contro il fascismo. Le commemorazioni si sono svolte in tutto il Paese con bandiere a mezz’asta, cerimonie ufficiali e la tradizionale iniziativa della “Candela della Memoria”. Alle 12:15, ora di Mosca, l’intera Federazione Russa ha osservato un minuto di silenzio, nello stesso momento in cui, ottantacinque anni fa, la radio sovietica annunciò ai cittadini l’attacco della Germania hitleriana. Il presidente russo Vladimir Putin ha partecipato alla cerimonia presso la Tomba del Milite Ignoto nel Giardino di Alessandro, rendendo omaggio ai caduti della guerra che costò all’URSS circa 27 milioni di vite.

Un ricordo che mantiene un forte valore personale anche per il capo del Cremlino, la cui famiglia fu direttamente colpita dal conflitto durante l’assedio di Leningrado. Tra i simboli più evocati della resistenza sovietica figura la Fortezza di Brest, oggi in Bielorussia, che fu il primo obiettivo dell’invasione tedesca e divenne un emblema della tenacia dei difensori sovietici, capaci di resistere per settimane contro forze nettamente superiori. Ma l’anniversario non è stato soltanto un momento di commemorazione storica. Mosca lo ha trasformato anche in un’occasione di confronto politico e diplomatico sul tema della memoria della Seconda guerra mondiale. Le autorità russe denunciano da anni quelli che definiscono tentativi occidentali di riscrivere la storia, attraverso la demolizione di monumenti dedicati ai soldati sovietici, la rivalutazione di collaborazionisti del nazismo e la progressiva marginalizzazione del ruolo decisivo dell’Armata Rossa nella sconfitta del Terzo Reich.

In questo contesto, il Ministero degli Esteri russo ha promosso mostre internazionali, proiezioni cinematografiche e conferenze storiche in diversi Paesi, con l’obiettivo dichiarato di contrastare la diffusione del revisionismo storico e mettere in guardia contro la rinascita di ideologie neonaziste. Anche il ministro degli Esteri Sergej Lavrov ha rilanciato queste accuse, sostenendo che in Europa sia in corso un tentativo di “invertire i ruoli di vincitori e sconfitti” e di cancellare il contributo sovietico alla liberazione del continente dal nazifascismo. Preoccupazioni condivise anche da altri Paesi dell’ex spazio sovietico: il 10 giugno i ministri degli Esteri dell’Organizzazione del Trattato di Sicurezza Collettiva (CSTO) hanno firmato una dichiarazione congiunta contro la riscrittura della storia della guerra e contro la distruzione dei memoriali dedicati ai soldati sovietici.

A ottantacinque anni dall’Operazione Barbarossa, il ricordo della guerra continua dunque a rappresentare non soltanto un elemento fondante dell’identità storica russa, ma anche uno dei principali terreni di scontro politico e culturale tra Mosca e l’Occidente.


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