Le critiche di Romney alla politica estera di Obama non funzioneranno

La popolarità globale di Obama è in calo, ma Romney non è in grado di approfittarne

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Le critiche di Romney alla politica estera di Obama non funzioneranno

Il nuovo intervento di Zakaria sul Time è dedicato alla corsa alle presidenziali americane. Tema di Why Romney’s attack on Obama’s foreign policy won’t work, il gradimento della politica estera della presidenza Obama e l’attacco del suo sfidante, Mitt Romney.
L’autore ci riporta i risultati di due sondaggi. Il primo, condotto dalla NBC News e dal Wall Street Journal, rivela come la preferenza della popolazione americana rispetto alle agende di politica estera dei due candidati alla Presidenza ricada largamente su quella proposta dal candidato in carica, Obama. Il secondo, del Centro di Ricerche Pew, rileva a livello mondiale il livello di fiducia nei confronti dell’Amministrazione Obama. I risultati sono lusinghieri, con un picco dell’80% in Gran Bretagna, e in ripresa ovunque rispetto a quando il Presidente era George W. Bush.
Le critiche avanzate dallo sfidante Mitt Romney alla conduzione della politica estera di Obama sono state quelle di aver indispettito gli alleati e incoraggiato i nemici, ci riporta Zakaria. Tuttavia per dare sostegno alla prima parte delle accuse, Romney si sofferma su un aspetto che il giornalista del Time reputa secondario : la presunta umiliazione inflitta a cechi e polacchi sulla costruzione del sistema antimissile. Ragione questa per cui Romney avrebbe deciso di visitare la Polonia nel suo tour europeo, dando maggiormente fiato alla tesi repubblicana di un presunto nervosismo polacco rispetto ad un possibile secondo mandato per Obama. Tuttavia, continua Zakaria, interviene il sondaggio Pew a dirci come stanno effettivamente le cose. Mentre in Polonia il rapporto tra coloro che pensano che Obama meriti la riconferma rispetto a chi la pensa diversamente è di 5 contro 3, in Repubblica Ceca questo rapporto è  di  6 a 1.
Ci sono però parti del mondo dove il gradimento nei confronti di Obama è significativamente diminuito e l’America è vista con diffidenza. Russia, Cina e Paesi Arabi rientrano in questo gruppo.   
Zakaria indaga allora le motivazioni alla base di un tasso di gradimento così basso nel Mondo arabo e le rintraccia in una cattiva gestione della questione israelo – palestinese e nel frequente ricorso all’uso di droni in Pakistan e Afghanistan, per combattere il terrorismo. La perdita di popolarità del Presidente sarebbe quindi da imputare ad un atteggiamento percepito come troppo sbilanciato in favore degli interessi israeliani e troppo aggressivo. 
Romney, ci dice ancora il giornalista del Time, ha poi rispolverato la retorica repubblicana della Guerra fredda, riproponendo argomentazioni quali “il mondo è pericoloso”, “i nostri nemici si stanno rafforzando” e Obama è debole. La differenza è che l’opinione pubblica è in grado di riconoscere il momento storico attuale di relativa calma con i principali nemici – come l’Iran – deboli e isolati e con la Cina, che sebbene in forte crescita, non ha mai minacciato la sicurezza nazionale americana. L’unico vero nemico che gli americani riconoscono e temono è al – Qaeda, ma l’azione dell’amministrazione Obama nel fronteggiarla è stata implacabile.
Questi interventi dimostrano, come riconosciuto anche da alcuni repubblicani, quanto Mitt Romney risulti ancora inesperto in materia di politica estera. Si pensi, continua Zakaria, al suo considerare la  Russia, attualmente una potenza di secondo livello, il prossimo grande antagonista americano, oppure a dichiarazioni che suonavano come l’avvio di una guerra commerciale con la Cina o, ancora, all’aggressività fine a sé stessa sulla situazione siriana e iraniana o all’incertezza palesata sul tema del ritiro dall’Afghanistan. 
Mitt Romney è un uomo intelligente, che ha avuto molto successo professionale, si appresta a concludere Zakaria. Tuttavia ha dato ad Obama la possibilità di essere il primo Presidente democratico in 50 anni ad avvicinarsi alle elezioni con un largo margine in materia di politica estera. Un margine, conclude l’autore, destinato a crescere a meno di alternative intelligenti. 

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