L'esaurimento prolungato dell'euro
L'UE non è compatibile con una moneta unica nel lungo periodo
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Il segnale più inquietante per il futuro della zona euro si è avuto secondo Wolfang Munchau lo scorso primo novembre con l'inflazione della zona euro scesa allo 0,8% in ottobre. La Bce potrebbe tagliare i tassi d'interesse nel summit di questa settimana, ma anche valori negativi non eliminano il rischio deflazione, dovuto in gran parte alla risposta scelta alla crisi del debito. L'austerità e la caduta dei salari reali nella periferia ed una mancanza di aggiustamento nel nord spingono al ribasso i prezzi.
Il pericolo essenziale per l'euro oggi non è più un attacco speculativo, un fallimento di una banca o la crescita dei partiti estremisti, ma l'esaurimento prolungato per inazione. Il membro francese della Bce, Benoît Coeuré, ha avvisato la scorsa settimana che la zona euro potrebbe ripercorrere il “decennio perso” del Giappone. Almeno quest'ultimo, sostiene il Columnist del Financial Times, ha mantenuto la piena occupazione, mentre la zona euro rischia una prospettiva molto peggiore: una generazione persa. Le conseguenze politiche possibili sono l'oggetto di un nuovo libro del presidente dell'International Institute for Strategic Studies e del Geneva Centre for Security, François Heisbourg, dal titolo “Fin du Rêve Européen”. Secondo Heisbourg la situazione del continente è divenuta insostenibile e l'unico modo per salvare l'Unione Europea oggi è la dissoluzione dell'unione valutaria.
La validità dell'argomento del Prof Heisbourg diventerebbe comunque valida qualora gli elettori rigetteranno questi cambiamenti di trattato: in quel caso, dovremo accettare che la zona euro sia segnata. Rispetto allo status quo significa deflazione e disoccupazione di massa.
La politica è scegliere. Anche non scegliere è una scelta: in questo caso, la crisi continuerà e lo scenario da incubo di Heisbourg si realizzerà e sarà la fine dell'euro. Di tutte le ipotesi solo due sono irrealistiche: il tentativo di risolvere la crisi attraverso promesse spot – parlare ad esempio di un'unione bancaria senza mutualizzazione del debito o annunciare la fine della crisi recessiva – e l'altra pensare di tornare al 1998. Senza un'unione politica, conclude Munchau, le opzioni si restringono in modo drammatico.

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