LO STATO DI ECCEZIONE GLOBALE: FENOMENOLOGIA DEL POTERE IMPERIALISTA DECADENTE
«Da Omero fino ai grandi tragediografi del V secolo il nemico non è stato mai trattato come inferiore e la guerra la si fa, la si subisce, la si maledice o la si celebra, non la si giudica.
Omero è equanime nel giudicare il nemico. Sa che non c’è giustizia nella guerra e che le rivendicazioni della giustizia si riducono a un mormorio di lacrime e lamenti dinnanzi alle ginocchia di marmo della necessità»[1]
di Alex Marsaglia
Nella consueta conferenza annuale sui risultati della politica estera il Ministro degli Esteri russo Lavrov ha evidenziato come la situazione internazionale sia fortemente degradata, riassumendo come “il primo periodo di 20 giorni del 2026 batterà tutti i record per l’intensità delle impressioni lasciate dal 2025”. Ed effettivamente ciò che è accaduto nel volgere del 2025 e nei primi 20 giorni del 2026 ha dell’inaudito. Persino dopo 35 anni di unipolarismo americano esercitato nei quattro angoli del pianeta, in cui gli Stati Uniti ci hanno abituati a comportarsi come nuovo poliziotto del mondo, non eravamo ancora assuefatti ai livelli di scempio del diritto internazionale a cui abbiamo assistito recentemente. Non che non fossimo già saturi di orrore a vedere aggressioni impunite, rivoluzioni eterodirette o un mix di entrambe. In Palestina ad esempio assistiamo ad oltre 70 anni di genocidio e siamo ormai all’olocausto della popolazione palestinese, dunque si pensava di aver visto ormai l’impensabile, sentito l’indicibile e che non vi fossero più barriere infrangibili all’esercizio dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo da parte del potere. E invece, a quanto pare ci sbagliavamo di grosso. La crisi del Vecchio Ordine Mondiale sta facendo avverare quanto Gramsci analizzava in riferimento alle fasi di transizione in cui «il vecchio muore e il nuovo non può nascere: in questo interregno si verificano i fenomeni morbosi più svariati»[2]. E come chiarisce spiegando l’origine delle guerre: «il gruppo dirigente tenderà a mantenere l’equilibrio migliore per il suo permanere, non solo, ma per il suo permanere in condizioni determinate di floridezza, e anzi a incrementare tali condizioni. Ma siccome l’area sociale di ogni paese è limitata, sarà portato a estenderla nelle zone coloniali e d’influenza e quindi a entrare in conflitto con altri gruppi dirigenti che aspirano allo stesso fine o ai cui danni l’espansione di esso dovrebbe necessariamente avvenire, poiché anche il globo terrestre è limitato»[3]. In questo Gramsci è sicuramente il miglior studioso della politica delle fasi di transizione, poiché ha la forza intellettuale di addentrarsi nella morbosità del potere che si avvinghia alla conservazione del vecchio ordine mentre il nuovo tenta di nascere tra gli spasmi.
Rottura del vecchio nómos
Ebbene, quello che sta accadendo proprio a partire dal tentativo di risolvere la questione palestinese nel Board of Peace sembra essere una nuova configurazione del potere mondiale, per ora parallela all’Organizzazione delle Nazioni Unite ma che potenzialmente è in grado di arrivare a sostituire lo stesso Consiglio di Sicurezza Onu. Quello mediorientale potrebbe essere solo un modello che verrà replicato negli altri teatri di guerra dall’Europa, all’Estremo Oriente sino all’Artico oppure configurarsi direttamente come un nuovo sistema internazionale di regolazione delle controversie diverso da quello creato dopo la Seconda Guerra Mondiale. Troppo presto per dirlo. Ciò che è interessante approfondire è la profondità dello Stato di eccezione che si è venuto a configurare, con una serie di eventi a cui richiamava il Ministro degli Esteri russo.
A mio avviso per capirli occorre partire almeno dalla vicenda degli asset russi congelati in Occidente, che non a caso sono stati richiamati dal Presidente russo Putin come fondo utilizzabile per pagare il biglietto d’ingresso nel Board of Peace. L’Unione Europea sta decidendo di passare dal congelamento alla confisca di tali capitali per utilizzarli come se fossero fondi europei di guerra. Lo Stato di eccezione determinato dalla confisca di proprietà private appartenenti a nazioni considerate nemiche è il primo elemento di questa Terza Guerra Mondiale a pezzi che ha dell’inaudito, poiché non si riscontrano precedenti nemmeno negli altri conflitti mondiali in cui mentre i proletari crepavano al fronte i diritti di proprietà non vennero mai messi in discussione.
Il secondo elemento che ha determinato un salto di livello nella rottura del nómos è l’attacco militare diretto, tipico del terrorismo, ai Presidenti legittimamente eletti. Infatti, non si può capire la gravità del rapimento del Presidente venezuelano Maduro del 3 Gennaio, se non lo si pone in relazione al tentativo di assassinio del Presidente russo Putin con 91 droni nella notte tra il 28 e il 29 Dicembre. Un atto terroristico di omicidio che la Russia ha documentato con dovizia di prove che sono state consegnate agli esecutori dell’attentato i quali hanno non solo rifiutato di esserne responsabili, come se l’Ucraina avesse sviluppato tale tecnologia in autonomia, ma rigettato le prove come se fosse un complotto russo ai danni del proprio Presidente.
La diplomazia russa ha risposto limitandosi alla presa d’atto e ricordando i reali rapporti di forza nel conflitto russo-ucraino con l’utilizzo dell’Oreshnik. L’ultimo elemento inaudito ovviamente è il rapimento del legittimo Presidente del Venezuela, avvenuto sulla base normativa di una sentenza di un giudice statunitense con la pretesa applicazione della norma americana oltre i confini nazionali grazie all’utilizzo della mera forza militare. Giova ricordare che oltre a questi episodi determinanti, poiché entrano nel vivo di scontri economico-militari in atto, riscrivendo regole e confini persino del diritto bellico, sono avvenuti altri eventi persecutori in tutta Europa: dal caso del colonnello Jacques Baud colpito dall’Unione Europea per reati d’opinione in Svizzera in cui è attualmente esiliato senza diritto nemmeno all’habeas corpus (vedi https://www.lafionda.org/2025/12/22/il-caso-jacques-baud-perche-lue-e-ridicola-anche-quando-e-autoritaria/), sino alle più becere forme di censura verso persone fisiche e giuridiche (partiti, associazioni) in barba alle Costituzioni nazionali ormai evidentemente annientate dal mostro europeo. Ci troviamo insomma in una situazione anomica, chiaramente spiegata da Trump con il suo “non ho bisogno del diritto internazionale, mi limita la mia moralità”. Uno Stato di eccezione che richiama quel «paradosso della sovranità» per cui «il sovrano è, nello stesso tempo, fuori e dentro l’ordinamento giuridico»[4]. Siamo cioè in balìa della decisione sovrana che «dimostra di non aver bisogno del diritto per creare diritto»[5] e in cui i confini tra «normazione ed esecuzione, produzione del diritto e sua applicazione non sono più in alcun modo momenti distinguibili»[6].
Gaza come campo
In queste situazione secondo il filosofo italiano Agamben, che più di tutti ha approfondito lo Stato di eccezione, si crea il campo, la cui essenza consiste precisamente «nella materializzazione dello stato di eccezione e nella conseguente creazione di uno spazio in cui la nuda vita e la norma entrano in una soglia di indistinzione», per cui «ci troviamo virtualmente in presenza di un campo ogni volta che viene creata una tale struttura, indipendentemente dall’entità dei crimini che vi sono commessi»[7]. Viviamo quindi all’interno di un contesto di dissoluto civitatis, definito - riprendendo Hobbes - di «lupificazione dell’uomo e ominizzazione del lupo»[8]. Il fondamento del potere sovrano viene quindi a trovarsi non più nella cessione del loro diritto naturale da parte dei sudditi, bensì nella conservazione da parte del sovrano del diritto naturale di fare qualsiasi cosa a chiunque. Agamben sulla scia della sua ricerca approfondirà poi la figura dell’homo sacer come uomo sacrificabile impunemente da parte di un potere che nasce da Hobbes e persevera sino ai giorni nostri come eminentemente biopolitico: il sovrano così configurato ha non solo «il potere di decidere quale vita possa essere uccisa senza commettere omicidio», ma nell’età della «biopolitica moderna, sovrano è colui che decide sul valore o sul disvalore della vita in quanto tale»[9]. Ed eccoci quindi arrivati ad una sovranità, quella dell’imperialismo statunitense, che pretende di giudicare il Presidente legittimo di uno Stato estero secondo le sue norme imposte con atti di forza pura in cui si uccidono circa 100 persone (il bilancio dell’Operazione Absolute Resolve) invisibili per il potere che continua a definire “incruenta” tale aggressione, e che sono divenute homo sacer all’interno di uno dei tanti campi dell’imperialismo. Tuttavia, il campo più pericoloso che si sta configurando davanti ai nostri occhi sembra essere un altro. La vera messa al bando del diritto internazionale e di ogni sorta di diritto umano da tre quarti di secolo avviene in Palestina, con la sua popolazione che con il nuovo Board of Peace sembra voler diventare il vero paradigma biopolitico dell’Occidente: ossia una popolazione sacrificabile, uccidibile senza commettere omicidio, esposta in ogni istante a un’incondizionata minaccia di morte in perenne rapporto col potere che l’ha bandita e il cui spazio politico viene ora totalmente colonizzato dall’imperialismo.
Board of war
Se il sistema di governo del Board a livello internazionale funziona per cooptazione diretta del Presidente degli Stati Uniti, tagliando fuori il ruolo ricavato nel Consiglio di Sicurezza Onu dagli Stati vincitori della Seconda Guerra Mondiale, a livello di governo del campo Gaza viene semplicemente annientata ogni prospettiva di autodeterminazione palestinese con un’élite straniera di affaristi che si limiterà a comunicare ad un pool di tecnici palestinesi la politica da attuare. Qui la caduta del velo di ipocrisia del potere imperialistico statunitense mostra il suo vero volto, come nel ritratto di Dorian Gray emerge la raffigurazione di un’anima putrefatta dal tempo. Siamo di fronte alla decadenza di un potere che cerca disperatamente di salvare se stesso, rifiutando il confronto e mostrando tutti i segni di un capitalismo neoliberale giunto a fine corsa. Michel Foucault nei suoi studi sulla biopolitica al Collège de France identificava il problema del neoliberalismo nel «regolare l’esercizio globale del potere politico in base ai principi di un’economia di mercato», cercando «di proiettare su un’arte generale di governo i principi formali di un’economia di mercato»[10].
Questo è precisamente l’obiettivo bipolitico di Donald Trump nel suo Board of Peace in cui si entra per cooptazione (tramite lettera di invito) e si mantiene il seggio a fronte di un pagamento al fondatore. Insomma, la prassi del club imperialistico statunitense sostituisce il palazzo di vetro delle Nazioni Unite che manteneva certe formalità democratiche, nonostante l’astensione di Cina e Russia alla risoluzione Onu che ha istituito il Board (https://docs.un.org/en/s/res/2803(2025). Se gli Stati Uniti vorranno includere oltre i 3 anni la Russia cordialmente invitata si tengano i capitali espropriati. Questa per ora è la decisione russa che ricalca probabilmente quella del mondo multipolare che proverà a varcare le porte del club, nella consapevolezza si tratti di un Board of War anziché di un Board of Peace. Si entrerà per combattere ben più che per fare la pace e la posta in gioco sarà la sopravvivenza: è la biopolitica bellezza!
[1] R. Bodei, Dominio e sottomissione. Schiavi, animali, macchine, Intelligenza Artificiale, Il Mulino, Bologna, 2019, p. 50
[2] A. Gramsci, Quaderni del carcere, Einaudi, Torino, 1975, Q. 3, §34, p. 311
[3] A. Gramsci, Q. 13, §34, p. 1631
[4] G. Agamben, Homo sacer. Il potere sovrano e la nuda vita, Einaudi, Torino, 2005, p. 19
[5] Ivi, p. 23
[6] Ivi, p. 194
[7] Ivi, p. 195
[8] Ivi, p. 118
[9] Ivi, pp. 157-158
[10] M. Foucault, Nascita della bio politica. Corso al Collège de France (1978-1979), Feltrinelli, Milano, 2005, p. 115

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