Mosca sfida il blocco: petroliera russa a Cuba con 100mila tonnellate di greggio

Ospedali fermi, blackout a catena e oltre centomila interventi chirurgici rinviati. L'isola attende il carico per far ripartire i servizi essenziali

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Mosca sfida il blocco: petroliera russa a Cuba con 100mila tonnellate di greggio

È attraccata nel porto di Matanzas, sulla costa settentrionale di Cuba, la petroliera russa Anatoly Kolodkin. Trasporta 100mila tonnellate di petrolio greggio, un carico che Mosca definisce ufficialmente “aiuto umanitario” e che arriva dopo tre mesi di attesa, in cui l’isola non ha ricevuto una sola goccia di greggio a causa del blocco imposto dagli Stati Uniti per strangolare Cuba e causarne un collasso.

A bordo della nave, che batte bandiera russa e ha attraversato l’Atlantico senza scorta militare dopo il passaggio iniziale nel Canale della Manica, c’è molto più che semplice carburante. C’è la speranza di far ripartire centrali elettriche ferme, ospedali costretti a ridurre gli interventi e un intero paese alle prese con una crisi che il governo cubano definisce senza mezzi termini un “blocco energetico”. Le cifre, rese note dal vicepremier e ministro del Commercio Estero Oscar Perez-Oliva Fraga, delineano con precisione la drammaticità della situazione: oltre 100mila persone, tra cui più di 11mila bambini, aspettano un’operazione chirurgica che non può essere programmata per mancanza di energia.

L’arrivo della petroliera, avvenuto mentre la nave è in attesa di iniziare le operazioni di scarico, rompe un digiuno di forniture iniziato con l’escalation militare statunitense in Venezuela, avviata a inizio gennaio per sequestrare il presidente bolivariano Nicolás Maduro. Caracas era stato fino a quel momento uno dei principali fornitori di greggio per L’Avana. Con il blocco navale e le sanzioni imposte da Washington, quel rubinetto si è chiuso, lasciando Cuba in balia di una rete elettrica nazionale già fragile perché sull'isola gravano i problemi derivanti da oltre sessant'anni di blocco statunitese: solo nel mese di marzo si sono contati tre blackout totali, l’ultimo il 21 marzo, con interruzioni di corrente prolungate che si sono protratte per ore in tutto il paese.

A rendere ancora più drammatico il quadro, si aggiunge la carenza diffusa di benzina e gasolio, che paralizza i trasporti e l’agricoltura, e la scarsità di cibo e medicinali. Altro segnale di solidarietà internazionale, negli ultimi mesi, è arrivato dalla Cina, che ha inviato 30mila tonnellate di riso come aiuto umanitario.

Mosca, dal canto suo, ha voluto dare un significato politico preciso a questa operazione. Il portavoce del Cremlino, Dmitri Peskov, ha spiegato che sostenere Cuba è un “dovere” per la Russia, specialmente “in condizioni di un blocco severissimo”. Le parole di Peskov sono state chiare: il petrolio non è solo una merce, ma un elemento essenziale per il funzionamento dei “sistemi di supporto vitale” del paese, per generare elettricità e garantire servizi medici alla popolazione. “La Russia - ha affermato il portavoce presidenziale - considera suo dovere non restare a guardare”.

Dietro questa missione umanitaria, però, si staglia l’ombra lunga delle reazioni di Washington. Il presidente Donald Trump, intervenendo sulla vicenda, ha definito queste forniture periodiche come un gesto circoscritto, sostenendo che non avranno “un impatto su larga scala” nella risoluzione della crisi energetica cubana. Le parole di Trump, però, hanno anche un’altra sfumatura: lo scorso 27 marzo il presidente nordamericano ha dichiarato che “Cuba sarà il prossimo obiettivo”, lasciando intendere possibili ulteriori azioni senza fornire dettagli. Ad alimentare le tensioni, già a fine gennaio era stato firmato un decreto che autorizza Washington a imporre dazi doganali sui beni provenienti da quei paesi che continuano a fornire petrolio all’isola.

Mentre la Anatoly Kolodkin è ormeggiata a Matanzas, in attesa di iniziare il trasferimento del suo prezioso carico, sull’isola cresce la consapevolezza che questo carico rappresenta solo un primo, seppur vitale, passo per riprendere fiato. Ma la partita, tra embargo, pressioni geopolitiche e minacce belliche, è ancora tutta da giocare.

La Redazione de l'AntiDiplomatico

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